Dakhla, Sahara Occidentale, Marocco. July 23, 2016
Day 10, km. 2.342

A Tarfaya troviamo alloggio nell’unico hotel della città, il Casamar. Situato su quello che un tempo doveva essere il lungomare, si “affaccia” ad un chilometrico muro di cemento, sciagurata protezione del nuovo gigantesco porto della città.

Ci accoglie un terribile “sapore” di vernice fresca, residuo di uno stato di lavori di ristrutturazione. La camera con vista (muro) è spaziosa, peccato che le lenzuola non siano proprio fresche e che in bagno sono del tutto assenti saponi, asciugamani e… carta igienica.

Ma tant’è siamo in Africa ( il Marocco è un’altra cosa) e dobbiamo cominciare ad abituarci.

Sta certamente meglio la mia moto. Per il Gs hanno riservato la piccola hall dell’albergo. Peccato che per arrivarci ho dovuto sudare le proverbiali sette camice, rischiando grosso giù per tre gradini dell’ingresso…

Visto l’assenza di punti di ristoro decidiamo per la sera di scegliere il ristorante del Casamar. Peccato che anche lui sia completamente sottosopra, cemento e piastrelle al posto di farina e stoviglie. Sul punto di una crisi di nervi, mi avvicina lo “chef” e mi chiede cosa voglio ordinare.

Lo guardo stravolto e… capisco. Le pietanze, arriveranno chissà da dove. Devo solo abituarmi del resto la conosco (anche se solo in parte), c’est l’Afrique!

Casamar è però in realtá un’altra cosa, quella forse che con la casa-museo di Saint Exupery offre ad un viaggiatore il motivo di giungere fin qui. Casamar, così è chiamata fin dalle sue origini è uno straordinario palazzo costruito sul mare, davanti alla ampia spiaggia di Tarfaya.

Era il palazzo del Governatore portoghese della provincia, poi, in una seconda vita trasformato in terribile prigione. Ora è ancora lì come un’enorme scoglio a fronteggiare l’oceano.

Approfittando della bassa marea lo visitiamo entrando nei meandri devastati dalla forza del mare. Spaventoso e affascinante al tempo stesso. Un’iscrizione in marmo segna la sua data di nascita, 1882.
Lui è ancora lì nella sua bellezza struggente a resistere. L’ingegno dell’uomo contro la forza della natura.

Dalla spiaggia battuta dal vento il mio sguardo cade per un’ultima volta sulle sue pietre consunte e… un velo di tristezza mi sfiora il cuore.

Partiamo la mattina a buon ora. La prima prova della giornata è far uscire dal suo ricovero il Gs. A spinta ci vorrebbero 4 uomini, quindi provo con la rincorsa. Do gas e via i tre scalini sono un nulla per la potenza del boxer… basta saperla controllare. Manovra riuscita!

Appena fuori vedo l’Africa Twin di due francesi arrivati la sera prima. È’ la prima moto che vedo dopo oltre 1000 km di Marocco. È’ sicuramente gente speciale. Non mi sbaglio.

Aldo e Federique con la moto ci vivono. Stanno provando per una rivista specializzata l’ultima nata della casa giapponese (Honda). Lui pilota e scrive, lei, fotografa professionista, completa con le immagini il reportage.

Arrivano dal Senegal. Scambiamo qualche impressione e i biglietti da visita. Una cosa è certa, nel sangue abbiamo gli stessi cromosomi. Non c’e tempo per altro. Bon courage e… avanti, ognuno per la sua strada, e di strada c’è n’è tanta.

Oggi tappa marathon – così alla Paris-Dakar venivano definite le tappe ad alto chilometraggio – di 670 km. Da qui comincia la grande corsa lungo l’oceano. Pieno di essence per il Gs, sali minerali, fermenti lattici, pane, burro, miele, the e arance, per noi.

Accompagnati da un cielo lattiginoso, tipico di tutta la costa atlantica, dirigiamo cap 180 ( tutto sud). L’aria è resa fresca dall’umidità dell’oceano, ma non dura molto. Il sole sale velocemente e spazza la foschia mattutina. Da 20/22 gradi presto si arriva a 30/32.

La difficoltà arriva dalle grandi masse d’aria che scontrandosi danno luogo a venti tesi, ora da una parte, ora dall’altra. La moto con tutto il suo carico balla paurosamente e devo a volte aggrapparmi al manubrio per contenere le forti spinte laterali.

I rari sorpassi (riusciamo nonostante tutto a mantenere velocità medie molto elevate) mi ricordano quelli ripresi dall’elicottero durante “la grande gara”. I cordoli frastagliati dello stretto nastro d’asfalto, la polvere e la sabbia, il sole accecante, non mi concedono la minima distrazione. So bene che la Paris Dakar è un’altra cosa, ma queste sensazioni sono quello che più me la ricordano e questo, è quello che volevo.

Corriamo così per chilometri, su un maestoso tavolato spezzato a occidente dalle immense forse del mare. Vediamo quindi scorrere a destra vertiginose scogliere e immense spiagge deserte. Ci fermiamo rapidi per qualche scatto ma non possiamo permetterci soste. L’errore più grande da queste parti è farsi sorprendere dalla notte prima di concludere la tappa.

Arriviamo con il sole a picco a Laayoune, cittá-guarnigione sul mare, capitale amministrativa del Sahara Occidentale. La città particolarmente linda e ordinata è in buona parte occupata da militari e amministrativi arrivati qui con le loro famiglie.

Ci sono anche i Saharawi (un tempo riuniti nel fronte combattente del Polisario) ma so che per noi è proibito addentrasi nei loro quartieri, ovviamente i più poveri e trasandati della città. Il Marocco non vuole qui ingerenze straniere, tantomeno quelle di giornalisti. L’arresto, nel caso, sarebbe immediato.

Il turismo qui non esiste, in cambio, di stanza da oltre 25 anni, c’è l’ONU, con le sue lustre Toyota bianche e suoi funzionari comodamente dislocati tra i più prestigiosi alberghi della città. L’organizzazione comunitaria più potente al mondo doveva garantire un referendum per l’autodeterminazione del territorio che, non c’è mai stato e… non ci sarà mai.

Inevitabile, mi sfiora un velo di amarezza, sapendo che una parte di colpa è anche di noi occidentali.

Arriviamo a Dakhla stringendo i denti ma senza particolari problemi. La seconda cittá di questo ultimo lembo di Sahara marocchino è disposta su una lunga penisola sporgente a occidente, Da una parte l’oceano battente, dall’altra un enorme insenatura, paradiso del Kite e e Sky surf.

La visione della baia con colori del tramonto è di una bellezza sconvolgente. Percorriamo a velocità sostenuta i 40 km che ci separano dal capo della penisola dove è situata la città. Anche qui nessun turista e nessuna particolare attrazione.

In mezz’ora risolviamo la pratica dell’alloggio per la notte prendendo una camera in uno dei rari hotel posti sul lungomare. Anche qui nessun turista. La conoscenza questa volta avviene con un elegante uomo d’affari. E’un bianco della Namibia che viene regolarmente da queste parti a trattare partite di pesce.

Le ultime forze le impieghiamo per trovare qualcosa da mangiare. Ci accoglie un tavolino sulla strada dove un giovane su pochi metri quadri ha messo su il suo take a way. Mangiamo ottime polpette cucinate alla piastra, insalata e patatine fritte condite da acqua e gazzosa (la birra orami è diventata un miraggio…).

Il fido Gs è accanto a noi (a pochi centimetri) ammirato nella sua presenza dai passanti. Per lui, i tempi duri cominceranno domani. Le ultime notizie danno carenza di essence fino a Nouakachott.

Rientriamo presto alla base, una cameretta a letti singoli all’ultimo piano dell’hotel con “solita” vista su adiacenti macerie… (erano terminate le stanze vista mare…). Naturalmente anche qui niente sapone, carta igienica, asciugamani.

Una doccia e siamo stesi. La stanchezza dovrebbe prendere presto il sopravvento ma la tensione di 10/12 ore di guida non svanisce facilmente.

Mentre cerco di farmi prendere dal sonno penso come sempre al giorno che verrà. Domani mi aspetta una delle tappe più difficili e pericolose del viaggio: il passaggio della frontiera del deserto Marocco-Mauritana al punto denominato geograficamente (non ci sono villaggi) PK 55.

Dovrò affrontare le complesse dinamiche del visto d’ingresso non più possibile da effettuare presso le ambasciate europee. Dovrò per questo passare il tratto minato su pista che attraverserà la terra di nessuno, zona da sempre cuscinetto tra i due paesi.

E da qui percorrere altri 300 km verso la città di Nouadibou, la seconda per importanza sul mare dopo la capitale Nouakchott. In tutto circa 450 chilometri da percorrere senza rifornimenti.

Un passaggio che sogno da anni e che domani finalmente entrerà nel mio bagaglio di viaggiatore.
È’ mezzanotte passata, Luisa, accanto, è ormai nel mondo dei sogni. Ho ancora poche ore e devo cercare di riposare, ma so bene che non sarà così facile…