Nouadibou, July 23

Ci aspettano 450 chilometri per arrivare a Nouadibou, la prima città che incontreremo in Mauritania. Lasciamo dopo una buona colazione il lungomare di Dakhla con il pensiero di trovare la benzina necessaria per arrivare in frontiera. Ci sono 20 gradi e l’umidità del mare vela il cielo di un grigio latte.

Da subito cominciano i barrage. Non ne ho ancora parlato ma in Marocco oltre ai tradizionali posti di blocco ad ogni accesso in città e villaggi, si aggiungono gli estenuanti barrage, ovvero punti di controllo imposti per la sicurezza del paese.

Da Layooune in poi, ai blocchi dalla Police e dalla Gendarmerie Royale se ne aggiunge un terzo, quello della Suretée Nationale. Ad ognuno di questi posti a distanza anche di pochi chilometri uno dall’altro, si impone una fermata dove, oltre all’obbligo di uno scambio di domande e risposte vengono rilevate le generalità e trascritti tutti i dati dei viaggiatori.

I passaporti vengono ritirati e annotati in lingua araba con l’ora del passaggio e altri dati in un quadernone a quadretti. In genere si aspetta sotto il sole, altre volte negli squallidi stanzini adibiti ad ufficio. Non ci sono computer, né altri tipi di tecnologie.

Quasi sempre alla scrivania si affianca un posto letto. I militari sono in genere gentili e disponibili, ma si capisce al volo che un atteggiamento sbagliato può compromettere il loro umore e quindi il benestare al passaggio.

Per risparmiare lavoro ai militari e accelerare i tempi abbiamo preparato decine di fiches (50) con tutte le nostre generalità che regolarmente consegnamo ad ogni posto di blocco. Ma mi rendo conto che non basteranno.

I rettilinei si fanno infiniti e devo sempre più fare attenzione alle lingue di sabbia che attraversano l’asfalto tanto che a volte incrociamo grandi ruspe intente a pulire la strada da vere e proprie dune. Non ci sono villaggi, tantomeno punti di sosta.

Ad un tratto decidiamo di uscire per ammirare la spettacolare falesia a picco sull’oceano. Facciamo qualche foto e una ripresa. Nei pressi scorgiamo una baracca di pescatori. Da lontano fanno cenno di avvicinarci. Sbagliato!

È’ un punto di avvistamento della Marina Royale. Veniamo bloccati da due uomini in abiti civili. Dobbiamo consegnargli il materiale fotografico, dicono, questa è zona militare.

Nulla lo indicava, tantomeno il loro portamento. Il più giovane, probabilmente un ufficiale, insiste nel farsi consegnare il materiale.

Dopo un momento di smarrimento passo al contrattacco e alzando il tono faccio capire che non potevo sapere, che sono un ospite del suo paese e che non posso essere trattato in questa maniera. La scena è tragicomica, siamo quattro puntini immersi tra due immensità e litighiamo sotto un sole cocente per un nulla.

Chi l’ha dura la vince e alla fine rifiuto di consegnare le macchine. Saluto freddamente, metto in moto e riprendo, ondeggiando sulla sabbia, la pista.

Nel frattempo ho notato che sulla baracca non ci sono antenne e quindi spero neanche apparecchiature per le comunicazioni. Lo spero, perché tra non molto sarò al confine e lì non avrei scampo.

Giungiamo finalmente al famigerato PK 55. Frontiera marocchina. Où allez? Mauritania, dico io. Ah Monsieur, vous aimez l’adventure… Risponde con un sorriso poco augurante l’uomo della Police. Alla dogana invece mi salutano con un poco rassicurante Good luck Monsieur !

I controlli, nonostante gli amichevoli ” incitamenti” si prolungano per oltre un’ora con una perquisizione (sotto il sole) dell’intero bagaglio. Siamo gli unici stranieri e ci devono dimostrare che il Marocco è un Paese serio.

Il problema è che alle 18 il confine Mauritano chiude e che restare bloccati in terra di nessuno per una notte intera non è molto salutare.

Quando finalmente riaccendo il boxer varcando l’ultimo barrage la tensione è al massimo. Sono giá stanchissimo e con un mezzo così pesante non è facile affrontare quel maledetto labirinto minato. Il fondo è durissimo, con qualche tratto sabbioso e buche profonde, ma quel che conta è che devo fare in fretta.

Copriamo il tratto con gli ultimi camion che disperatamente tentano di passare il varco. Il tratto è di uno squallore impressionante, usato per scambi illeciti di ogni sorta, con carcasse di auto saltate sulle mine e pezzi da discarica abbandonati in ogni dove. Da paura.

Scorgiamo finalmente il barrage Mauritano, è fatta, anzi no, c’è un ultimo ostacolo da passare. La serie di camion che stringono per entrare almeno nella zona di dogana. Luisa scende e cerca un varco.

La tensione di tutti è a mille, una volta dentro sai che puoi stare “tranquillo”. Con Luisa un uomo mi fa un segno, e insieme mi indicano un passaggio poco più largo del mio manubrio, tra due camion, in salita…
La sabbia in quel tratto è profonda… Non ho alternative.

Escludo il controllo di trazione per non rischiare di bruciare la centralina, apro il gas e ci provo.
Qualcuno lassù mi da una spinta e finalmente ci sono. Sono in Mauritania, o meglio, in Repubblica islamica di Mauritania. Ci accolgono subito alcuni militari in completo verde e cheche verde che gli copre il capo. Non ci sono dubbi siamo nel Paese delle sabbie.

Capiamo subito che non scherzano e accettiamo subito di essere “scortati” nelle complesse manovre burocratiche dall’uomo che poco prima mi aveva indicato il passaggio di ingresso.

Entriamo negli uffici, sembra di essere in un film. Lo squallore del luogo è inimmaginabile, inenarrabile il livello igienico della piccola cucina. Sabbia e sporco dappertutto.

I funzionari con lo sguardo fisso su obsoleti computer sono circondati da gente che preme per passare i documenti. Tutti cercano di fregare tutti. C’è anche un piccolo scanner per le impronte digitali e un Metal detector (rotto) regalo alla Repubblica islamica del governo del Giappone.

Sono matido di sudore e sto perdendo lucidità. Luisa è fuori a sorvegliare la moto. Arriva anche un militare con un cane antidroga. Mi scende un brivido quando mi si avvicina annusandomi con foga.
Se qualcuno mi mette qualcosa in tasca, come straniero, rischio la pena di morte.

Il girone dantesco dura due ore e mezza. Pagheremo per due 240 euro di visti più i costi dell’assicurazione della moto, più 20 euro del favore dell’uomo che ci presenta. Un salasso, ma anche qui, zero alternative.

Copriamo velocemente i 45 km che ci portano a Nouadibou, l’antica Port Etienne, cancellata dalle carte con il collasso della colonia francese dell’Africa occidentale e il conseguente avvento della Repubblica islamica, nel 1969.

Costruita sulla penisola di Cap Blanc, da cui appunto prende il nome è una cittá portuale la cui attività principale è la pesca. Da qui parte anche la famosa linea ferroviaria che si inoltra nel deserto per portare al mare i fosfati della zona mineraria di Zouerate.

È’ quasi sera quando imbocchiamo la Medien, la gran via da cui si sviluppa tutto la città.
Lo spettacolo è impressionante, quanto affascinante. Questa è Africa, e Africa allo stato puro. Il caos è assoluto. Nessuna regola nel sistema viario, clacson e via, passa il più forte.

I carri tirati da asini sono il mezzo primario di trasporto delle merci. in strada c’è di tutto, immondizia, bambini, animali di vario tipo (cammelli, asini, capre, montoni, mucche…), naturalmente liberi e, soprattutto una moltitudine di gente che gira ovunque attraversando in ogni istante la strada.

Arriviamo stremati alla Baie du levrier, il nostro rifugio, in piena città, una sorte di campement (un campo di sabbia delimitato da un muro) con qualche stanzetta ad uso per i rari viaggiatori che passano di qua.

Ci accoglie Ali, lo storico proprietario, citato da più guide specializzate. Non senza stupore mi accorgo che siamo ancora una volta soli, qui arrivano solo viaggiatori. “estremi”.

Prendiamo possesso della spoglia stanzetta senza finestre e, ovviamente, senza bagno e ci guardiamo attorno. Ce l’abbiamo fatta anche questa volta!

Dobbiamo solo mangiare qualcosa. Dovrebbe esserci un servizio cucina, ma tutto è in abbandono. Guardo Luisa e con l’ultima briciola di morale che mi rimane le dico… “tranquilla, stasera cucino io”.

Estraggo la “cucina” da campo e via, in 15 minuti sforno un bel risotto al pomodoro e funghi porcini, così, tanto per cambiare dalla solita tachine. Insomma, a volte, anche il cibo liofilizzato fa la sua sporca figura.

Siamo contenti, è la prima nostra notte in Mauritania, fin qui ci siamo arrivati e, non è poco. Domani ci fermeremo qui, dobbiamo riprendere fiato, 2000 km da queste parti non sono uno scherzo. Il sonno, al solito, ci prende, un’altra straordinaria giornata è passata. Inshallah.

 

1 commento

  1. Viaggiare e scoprire è la cosa più bella che ci si possa regalare, quello che veramente arricchisce l’anima! Io viaggio anche in solitaria da quando ho 19 anni, per farvi capire ora ho appeso una cosa di questo tipo *** al muro e sto facendo gli asterischi su tutti i punti in cui sono già stato, e sono davvero tanti! Non smettete mai di viaggiareee

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