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Nouakachott, July 27 – 2016
 Day 13 km. 4.100

Lasciamo la casa di Alì a Nouadibou, di buon mattino. Il giorno di sosta, se non per riposo, è servito ad introdurci in quel nuovo mondo che andiamo a scoprire… “il mondo non finito”.

È il mondo dove tutto si comincia e niente si finisce… né una casa, né una strada, né un marciapiede e nemmeno cose più grandi, come un porto o un’industria. E quando, per un misterioso accadimento qualcosa si finisce, ecco subito, in un soffio di vento… andare tutto in malora. L’Africa è anche questo.

Il cielo è al solito lattiginoso e la temperatura, grazie all’influenza dell’oceano è decisamente fresca, si aggira sui 20 gradi. So bene che non durerá molto. Non c’è colazione da Ali e quindi saltiamo direttamente al primo problema: recuperare una dozzina di litri di benzina per arrivare al pieno.

I due francesi sull’Africa Twin ci hanno infatti avvertito che sulla tratta per la capitale del Paese hanno esaurito l’essence. Abbiamo 500 chilometri e dobbiamo passare il tratto un tempo considerato tra i più difficili di tutta l’Africa, il Banc d’Arguin: una pista sabbiosa, un tempo regolarmente sommersa dalle maree.

Oggi, non è più così, grazie ad un nastro di pietrisco e bitume, lievemente rialzato dal terreno. Le sue insidie però, possono ancora fermare i rari suoi frequentatori.

Oltrepassati con la solita buona dose di pazienza almeno 5 posti di blocco (qui in Mauritania abbiamo a che fare con Police, Securité Nationale, Gendarmerie e Douane…) raggiungiamo lo sgangherato distributore sul bivio dove termina la penisola di Nouadibou. “Essence terminée”, ci dice gentilmente il gestore. Il problema non è da poco.

Luisa scende e comincia a spiegare il problema. Et voilá, il piccolo miracolo… non dei pani e dei pesci, ma dell’essance. Il ragazzo si impietosisce e ci concede mille Oughia cioè una dozzina di litri, quel tanto che ci basta per raggiungere il pieno e arrivare in sicurezza alla capitale. Nessuna cattiveria, ne siamo certi, la preziosa rimanenza probabilmente la conservava per conoscenti del posto.Siamo salvi, ai pani e ai pesci, cioè alla colazione, ci penseremo dopo.

Corriamo a velocità sostenuta lungo l’infinito rettilineo che porta alla nostra meta sapendo che presto la temperatura salirà. I veicoli qui sono sempre più rari, i villaggi poi, scompaiono del tutto. Il paesaggio è a lunghi tratti stupendo, con dune che a volte invadono la carreggiata. Nonostante l’elevata velocità di crociera ( 110/120 km/ora) vengo letteralmente ammaliato dalla bellezza di questo tratto che per sicurezza corre molto lontano dall’oceano.

Su un fondo piatto, da molto lontano mi appaiono tre immense lune bianche come a sorgere dal terreno. Forse è un miraggio, o una allucinazione. Qui non è poi così difficile. Mi avvicino, scrutando l’orizzonte, per capire.

Sono tre enormi dune crescenti di sabbia, bianchissima. Arrivano probabilmente dal mare e dal quel paradiso naturale che prende il nome di Banc d’Arguin, regno dei pescatori Imraguen. Nella loro curvatura che si staglia contro un tenue azzurro del cielo sono perfette, solo la natura le poteva disegnare.

Corro verso di loro e loro verso di me. Vorrei uscire e immergermi nel loro essere ma… sbaglierei. La bellezza della natura va rispettata e noi uomini dobbiamo capire di accontentarci della visioni che ci offre senza minimamente offenderla.

Il caldo e l’umiditá si fanno presto sentire e in breve cominciano a sfiancarci. Scorgiamo un’ altra sgangherata pompa di rifornimento, non c’è benzina, ma questo non ci interessa, dobbiamo bere e mangiare qualcosa, poco, ma qualcosa.

Troviamo in un bugigattolo affianco qualche genere alimentare e risolviamo con due merendine (cose fresche neanche a parlarne) più yogurth e acqua. Ripartiamo già grondanti di sudore. Il fondo stradale comincia presto a peggiorare creando buche che man mano diventano voragini.

A tratti poi, anche il vento vuole mettermi alla prova. La traiettoria che teoricamente è immutevolmente diritta, comincia così a prendere inaspettate varianti.

A lato inoltre, comincia a preoccuparmi la presenza di cammelli, ben visibili quando in gruppo, ma del tutto invisibili quando solitari e paralleli alla carreggiata (il colore del loro manto è lo stesso dell’ambiente in cui vivono). Non a caso appaiono sempre più spesso ai lati della strada le loro carcasse e, con queste, i primi avvoltoi.

Per mantenere alta la soglia di attenzione apro gli auricolari per un po’ di musica che quest’anno ho voluto scegliere con particolare cura. Mi da forza. Gli incroci con altri mezzi sono rari ma sempre più pericolosi per la ristrettezza della carreggiata, dai lati molto frastagliati, e per le continue buche.

La regola africana sulla strada è la solita, quella della giungla, passa il più forte, tutti gli altri… si buttino fuori. Quindi, camion, autoarticolati, bilici, pullman e, man mano, camioncini, suv, auto. Moto e asini con carretto non sono nemmeno considerati.

Per fargli capire che esisto anch’io presento le mie armi (di difesa più che di offesa): il giubbotto flou, ad alta visibilitá e la batteria di fari accesi (anabbagliante e due di profondità). Sono l’unico, nessuno qui si sognerebbe di girare (con questa luce accecante…) con i fari, dimenticando che proprio questa luce crea per rifrazione delle macchie scure nascondendo a volte la sagoma del veicolo.

Ma come suol dirsi, siamo in Africa e, le sue “regole”, vanno rispettate. Non a costo della vita però, come sta per capitarmi…

Da lontano scorgo un’auto che presto andrò ad incrociare. Sono su un tratto deteriorato e in prossimità di incrociarla riduco la velocitá a circa 90 km/h. Cerco di tenermi il più possibile sulla destra, sfiorando il pericoloso gradino che regolarmente il vento scava lungo la crosta di asfalto.

L’auto si avvicina a grande velocitá mantenendo la sua destra. A pochi decimi dall’incrocio, la vettura scarta improvvisamente al centro, probabilmente per schivare una buca. D’istinto sposto il mio peso sulla destra uscendo per salvarmi dalla carreggiata.

Aggrappandomi al manubrio proseguo per un centinaio di metri sulla massicciata in sabbia e pietrisco cercando di non toccare i freni. Mi fermo, appoggiando le gambe a terra. Senza scendere, rimango impietrito per qualche secondo con il casco (e la testa) chinati sulla borsa del serbatoio, mi manca il fiato. Lo scarico di adrenalina paralizza le gambe.

L’impatto sarebbe avvenuto ad oltre 200 km/h. La signora con il manto nero e la grande falce ci ha mancato anche questa volta, ma per un soffio.

Proseguo, tenendo sempre alta la guardia. Da queste parti non puoi mai mollare.
Arriviamo ad un ennesimo barrage della Police quando di fronte mi trovo, un’altra moto. È la seconda.

In piena zona di controllo e sotto il sole a picco avviene l’incontro. Senza giubbotto, ma con una casacca protettiva nera da pilota professionista, mi viene incontro a gran passo un uomo.

Non lo riconosco al volo, ma lui non manca di presentarsi, è Marcello Carucci, romano (de Roma…) tra i più noti raid-man italiani su due ruote. Della mia etá, ha girato mezzo mondo in solitaria. Sta collaudando anche lui un Africa Twin e alcuni materiali per case specializzate nel settore.

La sua moto ha una ruota di scorta legata al fianco della borsa laterale. Sta rientrando in Italia dal Senegal. Aveva come meta il Camerun ma lo hanno bloccato in Gambia. Insomma, è un gran personaggio, ci ricorda i grandi attori romani.

Ci abbraccia e ci fa i complimenti, dice, che motociclisti dalla Spagna non ne ha più visti. Presto i militari danno segni di impazienza e dobbiamo salutarci. Ci scambiamo indirizzi e profili e ci salutiamo tornando ognuno per la sua strada: noi tutto a sud, lui tutto a nord. Non lo dimenticheremo.

Nouakachott ci riserva una sorpresa, di quelle che non potrai più scordare. La scena è di quelle surreali.
In pieno deserto, appena passato l’aeroporto imbocchiamo, attraverso una monumentale porta, un impeccabile viale a sei corsie illuminato da modernissimi lampioni a pannelli solari (il rettilineo, poi sapremo raggiunge i 25 chilometri…).

Alcuni operai con normali scope spazzano la sabbia che spinge sui cordoli. L’infinito rettilineo è praticamente deserto se non. Sul lato destro sono allineati centinaia di cammelli con cavalieri in costume da parata.

Ci fermiamo, sgranando gli occhi. Ci viene vicino, facendoci scudo tra i cavalieri, un giovane avvolto in un turbante, é probabilmente un funzionario del governo. Con grande gentilezza ci fa servire un tè servito sulla sabbia e ci spiega.

Oggi in cittá inizia il grande summit dei capi di Stato dei Paesi arabi e per l’occasione il Presidente ha voluto riceverli con la più imponente parata mai vista nel Paese. Arrivano da ogni angolo dello sterminato deserto della Mauritania.

Quando mi dice i numeri devo farmeli ripetere due volte. Lì, davanti a noi, abbiamo mille cammelli con mille cavalieri. Lo schieramento è lungo quattro chilometri. Non riusciamo a crederci.

Non è finita. Dopo pochi minuti passa davanti a noi il corteo di auto diplomatiche con a capo il Presidente. Assistiamo increduli, attorno a noi solo deserto, militari e cavalieri. Dopo il passaggio salutiamo rispondendo alle ultime domande. Il giovane ci lascia il suo indirizzo mail, se mai nel paese ne avessimo bisogno.

Metto in moto e, lentamente, mi avvio lungo il viale deserto con alla destra lo schieramento beduino. Sono incredulo quando al mio passaggio cominciano a salutare. Per un attimo faccio un salto di secoli. Per loro sono un infedele ma, il rispetto tra cavalieri, è sacro, e io, per loro, lo sono…

Rispondo al loro saluto alzando la mano e a tratti alzandomi in piedi sulle pedane. Quattro chilometri a bassa velocità non finiscono mai. Siamo forse gli unici occidentali, a parte i diplomatici, in un Paese che spesso è temuto per essere uno delle quattro repubbliche islamiche ( con Iran, Pakistan, Afgahanistan) al mondo e… siamo accolti così. Non sembra vero.

Non è ancora giunta la sera quando entriamo nella città completamente sotto controllo militare. Dopo cinquecento chilometri, nel nulla di un deserto da favola, la stanchezza ci sta avvolgendo. Mi scorrono velocemente immagini di lune bianche, di dame nere, di Marcello, di centinaia di cammelli e cavalieri con il turbante…Forse, sto già sognando…

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