Nouakachott, Mauritania, July 26

Come detto, a Nouadibou la mia road map prevede una giornata di riposo…Ma in un viaggio come questo il concetto di riposo è ben diverso da quello adottato in una vacanza. Lasciamo la Baie du levrier – il nostro campo base – di buon mattino. Non c’è qui prima colazione quindi partiamo in cerca di una boulangerie. L’idea è esplorare la punta della penisola fino alla sua estremità, Cap Blanc.

Lasciamo presto alle spalle la zona del porto disseminata di capannoni adibiti alla lavorazione del pesce. Sono in buona parte fatiscenti e devastano ogni visione verso il mare. In un villaggio troviamo croissant (la scuola francese ha lasciato anche qualcosa di buono…) che accompagniamo a banane e succhi di frutta.

Cerchiamo disperatamente il mare per poter in pace fare colazione, ma non è facile raggiungerlo. La moto è in parte alleggerita, provo quindi ad avventurarmi in un fuori pista dopo aver scorto sull’orizzonte alcuni relitti di nave. Nulla di più affascinante…

Ma il fascino presto si tramuta in sconcerto. La spiaggia è letteralmente ricoperta di plastica e residui di ogni tipo, reti, scarpe, guanti da lavoro e quanto di più si possa immaginare.

Non lontano alcuni locali scavano sotto il sole già alto una piccola fonda per qualcosa. Li segue, senza far nulla, un tecnico cinese che sta seguendo la costruzione, li appresso, di un grande manufatto per la lavorazione del pesce.

A pochi metri dalla “battigia di plastica” i relitti arrugginiti di grandi battelli da pesca fanno ormai parte dello straordinario panorama offerto dalla natura. Ne esploro uno che affiora dalla riva salendoci da un instabile scaletta. Nel suo ventre un panorama ancor più agghiacciante. Nella sala macchine, svuotata dai grandi motori galleggia, chissà da quanto, una mistura nera di olii motore e gasolio.

Quei relitti, ho saputo qualche anno fa, erano un tempo una moderna flotta di pescherecci, regalo dell’Europa alla Mauritania. Ma i pescatori di Nouadibou non li hanno mai ricevuti. Il governo locale non è mai riuscito ad assegnarli e così, ancora una volta, l’Africa non ha saputo sfruttare l’appoggio dato.

Alla fine la flotta è andata distrutta… dalla stupidità dell’uomo e dalla forza del mare. Anche questa è Africa.

Tra gli scheletri di cemento e quelli di ferro nella surreale spiaggia da era post-atomica, spunta dal nulla un ragazzo. Mi si avvicina con un sorriso.  “Ca va? Ca va bien” ( anche se non troppo) – rispondo io. Con fierezza mi dice di essere il guardiano di notte del cantiere vicino, ci racconta un po’ di lui e ci dice che è contento e che qui, nel suo Paese, c’è tutto, il mare, la spiaggia, il sole, la libertà.

Ecco la differenza! Loro non hanno nulla, o quasi, ma sono felici, noi abbiamo tutto e siamo depressi.

Proseguo nella ricerca… del mare perduto. Dirigiamo verso Cap Blanc, lì ci hanno detto ci sono delle belle spiagge. La ricerca della via è più difficile del previsto, nessuna indicazione, gli unici due cartelli scopriremo più avanti sono a terra da anni, abbattuti dal vento e sommersi dalle sabbie.

Dopo svariati tentativi finalmente imbocchiamo la pista giusta, lo capiamo anche dal tracciato in terrapieno della linea ferroviaria dei fosfati, che dovrebbe sboccare proprio al capo estremo della penisola. Percorriamo alcuni chilometri in perfetta solitudine su un pistone generalmente percorso da camion e quindi reso duro dalla tipica tôle ondulèe. Il caldo è opprimente e non si sente alcun influsso dal mare.

Improvvisamente, la sabbia comincia a ricoprire il terreno roccioso. Passiamo uno, due, tre laghi di sabbia fino… a caderci dentro. A stento tiriamo su la moto, pur in parte alleggerita dei bagagli, pesantissima. Proseguiamo, non vogliamo arrenderci, il mare e la spiaggia, quella dei sogni dovrebbe essere ad un passo.

Il sole è all’apogeo quando… giunge la resa. Siamo insabbiati, in un declivio, ad una temperatura di 30/32 gradi, senza nessuna possibilità di aiuto esterno. In due, pur con il massimo sforzo, non riusciamo ad alzare la moto.

Banale a dirsi ma in questi momenti è fondamentale mantenere la calma. Dobbiamo innanzitutto alleggerire il mezzo. Smontiamo le tre valige in acciaio e le portiamo in zona franca fuori dalla zona sabbiosa e cominciamo con le mani a scavare.

Bisogna creare dei varchi sotto le ruote e cercare di rimettere in assetto verticale il Gs. Poi comincio a percorrere è ripercorrere a piedi la pista per capire dove effettuare i passaggi cercando di evitare le zone più molli. Elimino infine ogni sistema elettronico di controllo trazione per evitare di bruciare le preziose centraline.

Mi rendo comunque conto che è dura, durissima. Luisa tiene bene la tensione e questo è la cosa più importante. Dopo vari tentativi provo ad una ripartenza di passare il tratto in velocitá ma vengo sbalzato a terra cadendo malamente di schiena su un tratto duro.

Tale è il colpo che per qualche secondo non riesco a respirare, Luisa mi viene incontro ma non riesco ad alzarmi. Mi rendo presto conto che non ho niente di rotto, solo un forte dolore tra costole, rene e polmone.

Passiamo così un’ora e mezza ma alla fine la battaglia sulla sabbia è vinta. Cap Blanc può aspettare. Decidiamo così per un’altra mèta, il mercato della città. Posto in una laterale della Medien resterá a lungo impresso nella nostra memoria. É un mercato dai sapori e odori fortissimi, coloratissimo. Un vero mercato africano come non avevamo visto nemmeno nei documentari.

Ci immergiamo in questo mondo di umanità… E siamo presto travolti. Ci addentriamo all’interno sotto teloni che riparano uomini e merci. Il calore, l’umiditá, la polvere, gli odori nauseabondi penetrano nel profondo. Difficilissimo per un occidentale resistere.

Qui infatti, come in tutta la cittá, non ce ne sono. A terra c’è di tutto, plastica, frutta marcita, scorie di pesce e pezzi di carne, escrementi di animale, liquami… Tutto imputridisce in pochi istanti.

Gli animali, quelli vivi, brucano quello che trovano, sono capre, montoni, cani, gatti… È il regno assoluto delle mosche che tutto ricoprono. Banchettano a milioni su frutta, carne, pesce… Le donne dormono placide affianco ai loro banchetti. È un girone dantesco che non scorderemo mai più.

Stremati rientriamo nel nostro rifugio. Sotto la grande tenda con tappeti e cuscini incontriamo i nostri nuovi vicini. Sono quattro ragazzi, tre castigliani e un italiano di Trieste. Sono arrivati fin qui con mezzi locali, sono veri viaggiatori. Nicola, l’italiano ha messo via dei soldi e sta girando l’Africa, non si pone limiti di tempo… Entriamo subito in sintonia, anzi, in amicizia.

Decidiamo di affrontare, nonostante il buio, le strade di questa città-paese per cercare un locale per mangiare. Non ci sono marciapiedi, o meglio tutto è ricoperto di buche o macerie, le case mai finite hanno un che di spettrale. Le auto hanno il sopravvento su tutto, gli animali continuano a brucare immondizia.Non esiste quasi illuminazione pubblica.

Rientriamo che è notte. Nella notte di Nouadibou, 6 marziani bianchi, cercano la loro strada, forse, troveranno la loro anima…