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Cap Blanc, Nouadibou, Mauritania, July 22, 2016

Come immaginavo l’intensità del viaggio non mi permette di mantenere una regolare corrispondenza e quindi anche questo report vi arriva con pesante ritardo. Vorrei potervi descrivere momenti e sensazioni ma, tutto sembra sfuggire… la grande corsa ha il sopravvento su tutto.

Qualche giorno fa vi ho salutato da Guelmine (Fort Bou Jerif), con la città di Zagora, la seconda “porta” del deserto. Da qui per secoli solo le carovane riuscivano a congiungere il Marocco con l’Africa subsahariana e quindi l’Africa cosiddetta “nera”.

Qui ancora esiste il mercato più importante di cammelli del Marocco. Qui, solo fino a qualche anno fa esisteva il mercato… “delle mogli”.

Guelmine l’avevo lasciata otto anni fa lasciando il mio ricordo alla Grand farmacie dove avevo cercato la cura per una preoccupante dissenteria. Non ho quindi potuto mancare l’appuntamento, questa volta… per una pomata contro le ustioni.

La città oggi non offre più nulla se non il solito calore reso ancor più forte dal manto stradale, ormai tristemente tutto in asfalto. Da qui inizia la transhariana occidentale e da qui inizia il vero viaggio.

Puntiamo per la tappa all’oasi sull’oceano di Tarfaya posta a 400 chilometri sul capo di Juby. Ad un centinaio di chilometri ci si aprono, lungo una prospettiva costituta da un largo quanto deserto viale, le porte di Tan Tan, composte da due enormi figure di cammelli, spettacolare (quanto kitch) preludio al deserto.

Da qui in effetti partiva il confine che separava il Marocco dal Sahara spagnolo e da qui è partita la complessa vicenda che ancora oggi vede la disputa tra la popolazione autoctona, il fiero popolo Saharawi, e il Marocco, quest’ultimo di fatto occupante l’intero territorio, grazie alla marcia verde voluta dal re Hassan II nel 1973.

Non entro qui nel merito, ma personalmente ritengo che ancora una volta il Paese con gli alleati più potenti sia riuscito a prevaricare su un’identità nazionale che semplicemente rivendicava i diritti sulla propria terra.

Da questa linea, tracciata idealmente dalle grandi potenze che separava appunto il Regno del Marocco dal Sahara Occidentale, da questo confine che ora non c’ più, tutto cambia. Il deserto, man mano passano i chilometri, comincia ad addentrarsi nel paesaggio e… nel cuore.

Il nastro d’asfalto si fa via via più stretto come schiacciato da una forza della natura che lo considera come intruso, le curve diventano sempre più ampie, le prime lingue di sabbia invadono la carreggiata.

La temperatura sale, così il vento che a volte soffia impetuoso, ora infuocato da terra, ora fresco e umido dall’oceano. Le due immensità, come titani, cominciano qui ad affrontarsi.

Noi siamo nel mezzo sballottati di qua e di là come una piccolo guscio in mezzo ai marosi dei due oceani, di sabbia e di acqua. Così percorriamo chilometri e chilometri, sempre più soli. I passaggi sono ormai solo quelli di obsolete (quanto struggenti) Land rover degli anni settanta e di grandi camion a bilico o a cisterna.

Ci sono sì, anche auto moderne, in genere grandi suv e 4×4, ma queste, non so bene spiegare per quale motivo, escono da quello straordinario paesaggio riuscendo quasi a deturparlo (per fortuna solo visivamente).

Arriviamo a Tarfaya, sull’oceano nel primo pomeriggio. Ci accoglie un viale addobbato di bandiere di un rosso sgargiante, quello del Marocco; appuntata al centro, la stella verde, il simbolo che la contraddistingue.

Tra qualche giorno, scopriamo, sarà la festa del Re e ogni centro, dal più minuscolo villaggio alla grande città, deve prepararsi a celebrare l’evento nella giusta maniera.

Ci accolgono sulla vasta terrazza che da sul mare anche un gruppo di vocianti ragazzine. Non sono da noi per nulla intimorite, anzi, con loro scambiamo battute e risate.

Dalla terrazza, a pelo sulla grande spiaggia, lancio uno sguardo verso il mare e Cap Juby. Qui arrivava con il famoso aeropostale, il pilota-poeta Antoine de Saint Exupery, noto al mondo per “Il piccolo principe”.

Di lui, la cittadina conserva il ricordo nel piccolo ma affascinante museo della città e in un monumento a lui dedicato che lo riprende in volo su un piccolo biplano.

Dalla Francia, volava lungo il Mediterraneo e poi l’oceano, fino appunto a qui e poi a Saint Louis del Senegal per lanciarsi da qui, per il grande salto, la traversata dell’oceano, fino alle coste dell’America.
Erano i primi anni trenta…

Appassionato del volo e del deserto scrive alcuni libri che faranno da pietre miliari nella letteratura di viaggio. Nicola, amico del cuore, anni fa, alla partenza di un mio viaggio in Marocco, mi lascia un biglietto con un testo tratto da un suo libro, lo conservo ancora.

Così dice quello sgualcito pezzetto di carta:

“Ed eccoti in marcia verso il tuo nuovo paese lontano,
al di là delle sabbie e benedetto dalle acque,
risalendo le distese fra un pozzo e il seguente
come gradini di una scalinata…
e insieme a dei muscoli ti si struttura un’anima”.

Sì, quell’immenso poeta, quel viaggiatore d’altri tempi, forse, si riferiva anche a me.

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