Tutto è successo talmente velocemente da perderne l’equilibrio. Sono state chiuse le frontiere, gli stati, le regioni, le città e in un attimo le porte delle nostre case. Talmente veloce che qualcuno lo ha paragonato ad una valanga, uno tsunami, un’onda anomala.

Ma nulla ti tutto questo. Perché il virus è arrivato silente, inodore, senza rompere o distruggere, si è preso la nostra libertà individuale e un sacco di vite senza fare rumore. Paura e timore impalpabile in un macabro gioco a cui non sai a chi tocca. Una roulette russa a cui nessuno si era candidato.  Un lasso di tempo breve, una manciata di giorni che sono già nella storia.

In quei giorni forse tutti avremmo dovuto tenere un diario, per raccontare, per raccontarci e non perderci nell’onda d’urto del virus, specialmente noi abitanti di pianura, epicentro del terremoto pandemico.

Macri Puricelli, giornalista e direttrice di Popolis, lo ha fatto, da lontano, confinata in Grecia per esigente famigliari e un figlio su una nave, adibita a ricerca marina, arenato in un vicino porto nell’Egeo.  È rimasta e ha scritto con quattro occhi e due cuori.  Macri Puricelli, nata e vissuta a Venezia, costretta nei giorni del “grande flagello” a vivere in esilio con lo sguardo sull’Egeo e il cuore in laguna.

In “Diario Greco, in esilio volontario nell’Egeo” (edizioni All Araund) ha radunato il vortice di emozioni dei giorni della pandemia. Ha spogliato il suo animo e messo a nudo angosce e speranze in cui tutti siamo stati coinvolti. Un libro intimo e coinvolgente.

I capitoli hanno date e titolo, scandiscono le sensazioni per  rivivere l’accavallarsi troppo veloce degli eventi, quelli più emotivi e reconditi. Inchieste giornalistiche e cronache di fatti e di misfatti lasciati a margine, per evidenziare il vissuto tragico, il soffocante confino in quattro mura, l’orizzonte appannato del futuro, i contatti umani anche i più cari via cavo, la solitudine forzata, i silenzi, il vuoto che per colmarlo vien caro persino il sorriso o le due parole con la cassiera dell’unico negozio aperto.

Macri ha guardato all’Italia oltre il blu del mare, ha impresso sulla carta l’uragano di sensazioni fatte di giorni, settimane e mesi, dove ciascuno leggendo trova un po’ di se stesso. Poi ci sono i sorrisi e la voce di amici che esaltano l’affetto nella lontananza. Oppure oggetti, i colori d’un vestito che fanno riemergere una storia. Visi parlano italiano o greco. Ma la torre di Babele cade e si frantuma quando siamo tutti dinnanzi allo stesso sgomento.

Il valore del rapporto umano, il fascino e l’attrazione dell’altro, la voglia di rivivere orizzonti tranquilli, cercare la quiete dopo la tempesta che ci deve far apprezzare e valorizzare, ora più che mai, la vita e le relazioni.

Si legge nel primo capitolo introduttivo:

Alcuni luoghi sono prepotenti. Ti restano addosso come certi odori di cui non riesci a liberarti.
Si impongono al tuo pensiero. Qualche volta ti condannano oppure ti salvano costringendoti a fare delle scelte. Così è stata per me la Grecia. Come tutti gli amori di tarda età, mi ha travolto.
La pandemia mi ha trovato davanti al Golfo del Saronico, pochi chilometri a sud est di Atene.
Mi ha chiuso in casa, come è successo a tutto il mondo. Mi ha preoccupato. Mi ha ossessionato. Mi ha fatto ingrassare.
Ma mi ha anche aiutato a vedere, a scoprire, a pensare, a ritrovarmi. Così come a conoscere un paese, la Grecia, che con umiltà, determinazione e responsabilità, è riuscito a evitare il peggio. E non era scontato
.”