La prima questione pare fosse lo stabilire se, nel nostro sistema solare, esistessero pianeti con condizioni di abitabilità simili alla Terra. La riflessione, aperta sul tema della vita extraterrestre, prendeva forma tra le pagine del “Giornale di Brescia” di martedì 26 agosto 1952.

A firma di Guglielmo Zatti, il quotidiano si prestava ad interagire con la tematica, qua e là, riproposta nel tempo, per il tramite di periodici avvistamenti e per via della tendenza instradata sulla spinta fascinosa delle costanti ricerche verso la spazio, con la scommessa lanciata in futuro nella corsa ad aggiudicarsi il primo sbarco sulla Luna.

Nella metà del Secolo Breve, i fenomeni legati ad un presunto contatto, con manifestazioni viventi dello spazio cosmico, sembra passassero entro la scrematura di un Giornale di Brescia preventivo ribadire che “(…) I dati e le osservazioni più recenti della fisica e dell’astronomia escludono senza discussione che Giove, Saturno, Urano, Nettuno, Plutone e i piccoli pianeti e asteroidi tra Marte e Giove posseggano condizioni di abitabilità. Soltanto Venere e Marte si prestano a speculazione (…)”.

Su Venere, nella maggior vicinanza con la Terra, le valutazioni di una qualche compatibilità, a riguardo dei parametri fattibili in quel punto dell’universo per la vita terrestre, si limitavano a congetturare un’affascinante combinazione d’insieme, precisando che, tale pianeta avrebbe forse potuto diventare abitabile per l’avvenire, grazie al possibile ingenerarsi di quel fenomeno per cui “(…) si combinasse uno sviluppo di vita vegetale. I vegetali verdi, a clorofilla, sotto l’influsso della luce solare, potrebbero assorbire il carbonio e produrre ossigeno. (…)”.

Per Marte, nel sottolineare che l’aria vi risulta così rarefatta da risultare simile a quella che si respirerebbe sulle più alte cime del globo-terracqueo, come, ad esempio quelle dell’Everest, il punto fermo di una improbabile fattibilità, dedicata all’argomento trattato, era specificato nello spiegare che “(…) Marte è scoperto alle radiazioni ultraviolette e ai raggi catodici sterminatori di ogni materia vivente. Infine, quanto alle macchie bianche delle sue calotte polari, non si tratta di neve, e nemmeno di neve d’acido carbonico, come qualcuno aveva congetturato, ma di brina. Ciò spiega, del resto la rapidità con cui essa scompare. (…)”.

Entro i calcoli del tempo, immersi nella realtà pur fervida ed intraprendente del momento, una considerazione generale si calava nel particolare che, se pur ci fosse tra l’ignoto ancora da scoprire, “(…) un pianeta in condizioni di abitabilità analoghe a quelle della Terra, è supposto pure, sempre per comoda ipotesi, che un tale pianeta esistesse e fosse abitato ecc.., e si trovasse nella zona prossima a noi, un’astronave che corresse a un velocità, poniamo, di sessanta chilometri al secondo, ossia di 216mila chilometri all’ora, impiegherebbe ventimila anni per giungere alla Terra.”.

Chissà se, fra questa remota eventualità, ci sia stato anche quanto sembra sia stato osservato nel corso di una improvvisa manifestazione scorta nel cielo natalizio di quello stesso anno, dal momento che lo stesso giornale, in edicola al 27 dicembre, recava la testimonianza con tanto di nome e di cognome del diretto portavoce di una curiosa apparizione: “(…) L’ha visto il signor Silvio Fiorini che ci ha premurosamente scritto, informandoci del fatto. Abitante a Bocca Magno di Gargnano, a mille metri di altitudine, il signor Fiorini dice di avere visto – e con lui altre persone – l’altra sera, verso le 18,45 nel bel cielo stellato e lunare, “un disco volante maestoso proveniente da ovest in direzione nord del monte Magno, con cinque raggi grandi e due piccoli, luccicanti di color fiamma. Nel periodo di un mese – soggiunge il Fiorini – è già la seconda volta che lo vediamo, però la prima è passato verso le ore 23, nella stessa direzione”.”

In quell’anno, l’ispirazione, volta a considerare certe presenze di vita aliena rispetto alla Terra, fra le galassie lontane dal nostro pianeta, pare avesse, fra l’altro, contribuito alla scelta del nome “disco volante”, assegnato ad un’auto di marchio Alfa Romeo, come, pure, per la prima messa in stampa del romanzo di fantascienza “S.O.S. dischi volanti” di Rainer Maria Wallisfurth, mentre, a margine di altri tipi di avvistamenti celesti, nel bresciano, era pure di quei giorni, la divulgazione di una progettata presa di posizione assunta per cercare di favorire la più agevole visione possibile degli elementi sospesi nello spazio dell’empireo più remoto ed occulto, stante il fatto che, il 25 aprile del 1952, era pubblicamente precisato, tra le notizie del “Giornale di Brescia”, quale potesse essere l’ambiente, nei pressi di quella che diventerà l’attuale sede, entro i perimetri del castello di Brescia, per la nota specola cidnea: “(…) Il Cidneo con l’elevato baluardo detto di San Marco (a metri 75 dalla città) si offre mirabilmente all’occorrenza. Oltre che comodo, (vi si può accedere in auto, senza uno solo dei faticosi gradini che conducevano ai vecchi osservatori della città) è funzionalmente ottimo. Infatti – una volta che l’osservatorio vi venisse costruito – le luci della città (che dovunque fecero emigrare i grandi osservatori) sarebbero occultate da una cortina arborea che in parte già esiste. Nulla da temere a proposito della nebbia perché raramente sormonta la collina cidnea; fumo e polvere e caligine sono regolarmente spazzati tutta notte dalla brezza montana discendente; di più, le fabbriche fumogene sono ad oltre un chilometro, verso occidente, e la stessa polverosa città è sottovento, rispetto alla brezza. (…)”.

A riscontro di personalità eminenti, fra gli astrofili del territorio, come il prof. Angelo Ferretti – Torricelli (1891 – 1980), l’osservatorio astronomico ha poi luogo a concretizzarsi nell’anno seguente, rappresentando un perdurante punto di riferimento del settore per il bresciano, nel luogo prescelto, quale “eletto ornamento dell’incomparabile Castello, l’ariosa terrazza di casa nostra”.