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I dislessici in età scolare, dai 6 ai 18 anni, in Italia sono circa 350 mila, cioè tra il 4 e 5% della popolazione scolastica. Il disturbo però si attenua nella popolazione generale dove si stima un’incidenza del 2,5%. Gli italiani dislessici sono circa un milione e 500 mila.

Le difficoltà maggiori si incontrano proprio lungo il periodo della formazione e spesso il disturbo viene confuso con il poco impegno dell’alunno. Negli anni passati molti ragazzi abbandonavano il percorso scolastico, adesso si arriva alla scuola media superiore e si hanno anche i primi dislessici che frequentano l’università.

L’entrata dei dislessici all’università è quindi un fenomeno in crescita negli ultimi anni. Alcune università stanno facendo passi importanti verso l’inclusione dei DSA nei loro atenei. Una delle prime università in Italia a porsi il problema dell’accoglienza a studenti dislessici è stata l’Università degli Studi di Modena e Reggio Emilia, che ha favorito la nascita di attività utili per la diagnosi in questa fascia di età e anche servizi di consulenza.

L’impressione è che a livello nazionale ciò stia prendendo piede, anche grazie alla legge sui disturbi dell’apprendimento che prevede l’inserimento di misure didattiche di aiuto e di valutazione adeguate per i ragazzi con DSA in tutti gli ordini di scuola, università compresa, sia per i test di ammissione che per gli esami dei corsi di laurea. Questo rappresenta un importante stimolo per l’avvio di tutte quelle attività necessarie a garantire l’accoglienza, attività che comportano l’utilizzo di strumenti compensativi e un insieme di attività collaterali.

Si potrà quindi prevedere:

  • utilizzo di Tutor specializzati;
  • consulenza per l’organizzazione delle attività di studio;
  • forme di studio alternative come per esempio la costituzione di gruppi di studio fra studenti dislessici e non;
  • contrattazione delle misure compensative;
  • forme di valutazione adeguate;
  • lezioni ed esercizi on line sul sito dell’università.

Il TUTOR dovrebbe essere un mediatore tra gli studenti e il “sistema Università” e compiere azione di consulenza. Dovrebbe essere in grado di monitorare le specifiche richieste legate a problemi didattici, logistici, orientativi e di comunicazione per poterle segnalare alle segreterie didattiche competenti.

In Italia tra gli studenti universitari dislessici, il 60% non ha avuto una diagnosi prima dell’entrata all’università: solo un dislessico su 3 o su 4 viene diagnosticato in età evolutiva.

Capita anche che il dislessico universitario, che ha già subito diverse frustrazioni nell’età della scuola dell’obbligo e poi alla scuola superiore, preferisca “nascondersi”, confondersi fra gli altri, perché non succeda nuovamente di venire “marchiato” in un’età in cui non si accetta più di essere messo in discussione.

L’Università DEVE STARE AL PASSO, ORIENTARSI con quello che prevede la legge 170 e concordare un “Patto Formativo” tra lo studente dislessico e tutti i soggetti coinvolti, quali docenti, rettore ed eventualmente anche il tutor.

Di seguito riportiamo alcune testimonianze di buona prassi applicata da alcune università italiane.

Dal sito dell’Università Cattolica di Milano:

“Non un deficit mentale né una disabilità, ma semplicemente un disturbo neurologico. «Quando una persona usa gli occhiali per leggere, lo definiamo disabile?»  – si chiede provocatoriamente Luigi D’Alonzo – Integrazione studenti disabili e studenti con dislessia dell’Università Cattolica –  che dal 2009 ha attivato una particolare attenzione al fenomeno .
“Una cosa simile accade al dislessico, che deve trovare degli strumenti per aggirare la trama di quella storia che si ripete abbastanza simile in ogni parte del mondo”, scrive la neuro-scienziata americana Maryanne Wolf

La difficoltà permane anche all’università e nel mondo del lavoro: «Di dislessia purtroppo non si guarisce, ma il disturbo ha una propria evoluzione e può essere compensato», spiega Mara Cabrini , consulente pedagogica del servizio insieme ad altri tre colleghi. Oggi in Cattolica gli studenti che si rivolgono agli esperti del centro sono una quarantina tra Milano e Brescia. «Cosa facciamo? Ascoltiamo il loro problema, certificato da specialisti, e proponiamo una consulenza pedagogica che favorisca percorsi e processi di apprendimento per affrontare e superare gli esami senza essere penalizzati dalla loro difficoltà», racconta il professor D’Alonzo. In pratica si tratta di riuscire a valutare insieme le modalità della prova, trovando una soluzione appropriata con i professori delle diverse discipline.
«Gli strumenti che adottiamo, così come chiede la circolare del 2004, ribaditi da quella più recente del 2009, sono di due tipi: compensativi e dispensativi». Tra i primi, che corrispondo all’uso degli occhiali per il miope, ci sono i registratori o le penne vocali, i computer con lettore con sintesi vocale e le calcolatrici.
La secondo tipologia prevede la dispensa da operazioni impossibili per un dislessico: leggere ad alta voce e scrivere sotto dettatura, più tipici della scuola dell’obbligo, che all’università si traducono soprattutto nella difficoltà a prendere appunti; disporre di tempi troppo brevi per i test; studiare la lingua straniera in forma scritta, che ha dato vita a una specifica mediazione con il Servizio linguistico d’ateneo; farsi valutare più sulla forma che sul contenuto.”

 

Dal sito dell’università degli studi  di Torino:

“Il dislessico è una persona che impara in maniera diversa, una persona che ha un’organizzazione mentale particolare che espone a difficoltà, ma che può talvolta produrre qualità speciali di immaginazione e creatività. Per le proprie caratteristiche, lo studente dislessico ha bisogni di apprendimento speciali, che l’Università di Torino si impegna a soddisfare, in sintonia con le recenti disposizioni di legge, in specifico la legge 8 ottobre 2010, n. 170, adottando modalità di apprendimento e di valutazione il più possibile flessibili, in grado di garantire il pieno apprendimento in termini di conoscenze e competenze.

A tal fine l’Università di Torino mette a disposizione uno sportello dedicato che offre agli studenti dislessici:

  • interventi di mediazione con i docenti in vista degli esami orali o scritti;
  • tutorato specifico (redazione appunti, registrazione lezioni) per le attività didattiche;
  • informazioni sulle procedure di immatricolazione e sui test d’ingresso;
  • incontri individuali di consulenza didattica.”

Ulteriori informazioni sulla migliore accoglienza offerta dalle università si possono trovare sul sito dell’Associazione Italiana Dislessia

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Assolo DSA Vallecamonica
L’Associazione Assolo non ha scopo di lucro e persegue esclusivamente finalità di solidarietà nel campo dei disturbi specifici dell'apprendimento. Essa presta la propria attività di volontariato prevalentemente a favore dei soggetti e delle loro famiglie, al fine di elaborare, promuovere e realizzare iniziative socio-educative, culturali e di sostegno.

2 Commenti

  1. Buongiorno, vorrei sottoporre alla vostra attenzione un fatto che ha destato nei miei riguardi tanto interesse quanti interrogativi.
    Sono uno studente con D.S.A. in procinto di discutere la tesi di Laurea di primo livello. Ho sostenuto TUTTI gli esami previsti nel mio piano di studi con l’ausilio delle (per me indispensabili) mappe concettuali, come la legge 170/2010 prevede nell’Art. 5
    Tuttavia gli ausili come le suddette mappe, la tavola periodica degli elementi, la calcolatrice scientifica, i dizionari ed i formulari che vengono concessi per l’espletamento degli esami universitari (ma anche nei gradi d’istruzione inferiori), sono non solo NEGATI ma anche ritenuti “non ammissibili” quando si tratta di test d’accesso a numero programmato nelle Università (nota ministeriale 13672 del 6/8/2015 e linee guida allegate, trovate info qui: *** )
    Oltretutto per me la modalità scritta è di per sé penalizzante, tanto che la mia diagnosi prevede la conversione in interrogazione orale di tutte le prove di verifica a me sottoposte.
    E’ così che, dopo aver concluso il mio percorso triennale con due mesi in anticipo, senza mai aver avuto un esame “indietro”, mi ritrovo estromesso dal mio corso di Laurea Magistrale in quanto ritenuto “non idoneo”.
    Sembra che gli strumenti compensativi siano “un diritto” oppure “un’agevolazione” o “la concessione di un favore” a seconda di come gira il vento.
    Spero che, se non altro, qualcuno possa perlomeno venire a conoscenza del problema.
    Resto a disposizione per ulteriori chiarimenti e vi ringrazio per aver letto il mio messaggio.

    • Purtroppo anche se l’art. 5 comma IV della legge 170/2010 prevede astrattamente: “adeguate forme di verifica e valutazione anche per quanto concerne gli esami di Stato e di ammissione all’università nonché gli esami universitari”, le linee guida, per quanto riguarda i test di ammissione, consentono solo di concedere il 30% in più di tempo per lo svolgimento della prova, salvo che vi sia una “particolare gravità certificata del D.S.A.”.
      Solo in quest’ultimo caso, infatti, ogni Ateneo può autonomamente valutare ulteriori misure che consentano di garantire pari opportunità nello svolgimento del test.
      Preso atto dell’ennesima “stortura” del sistema e considerando i rischi di un eventuale impugnazione del giudizio di inidoneità (non so neanche se possibile, visto che non abbiamo molte info sul caso concreto), a mio avviso ci si potrebbe rivolgersi al referente D.S.A. (se presente nell’ateneo, ma dubito) oppure chiedere un appuntamento con il Preside di facoltà o di Dipartimento e come ultima spiaggia con il Rettore, per segnalare il problema ed individuare insieme una soluzione per lo svolgimento del test d’ingresso successivo.
      Intanto, per non perdere tempo, consiglierei di iscriversi ad un corso “affine”, ovvero un corso i cui esami possono essere considerati validi anche ai fini del percorso di studi che si intende seguire.
      (dott.ssa avvocato Valentina Damiola, collaboratore di Assolo)

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