Non tredici, ma dodici più uno: è risaputa, l’avversione di Gabriele d’Annunzio verso quel numero dispari che è tradizionalmente associato ad una popolare interpretazione, ritenuta infausta, per l’inesorabile stratificarsi di una ostinata superstizione.

Nell’esuberanza di una licenza poetica, evolutasi in un ostentato stile di vita, il poeta rivendicava, per sé, la libertà di evadere dal sistematico computo numerale del tempo, giungendo ad una formula matematica da addizione, evocativa, nel suo risultato, del giorno stesso a cui il calendario ingiungeva la scaramantica questione, circa il tredici, per lui nefasto e da scongiurare, foss’anche, nominalmente, inteso nella cifra della sua più disarmante e semplice versione.

Prova provata, qualora ce ne fosse il bisogno, ma, comunque, a significativa conferma, in chiave tutta bresciana, di tale sua convinzione pittorescamente palesata, era pubblicata nell’edizione dell’allora quotidiano “Il Popolo di Brescia”, nel più ampio contesto di una notizia divulgata al tempo della presumibile lunga “luna di miele” di d’Annunzio con quel territorio gardesano dove si era da poco più di un lustro volontariamente trapiantato.

In questa testimonianza diretta, emerge, fra l’altro, un aspetto editorialmente indicativo della materia pure relativa ad uno dei progetti accarezzati nel “Vittoriale”, durante quei giorni, che sembravano risultare ancora aperti ad un progressivo svelamento di entusiastico ardore, circa il darsi da fare, per rendere, tale praticata residenza del poeta, percepibile nel riflesso ridondante di tutta una carismatica e ragionata caratterizzazione.

Era questo il tema fascinoso di una mirata ricerca della fattibilità di una vocazione, anche teatrale, del luogo, da logisticamente andare a contestualizzare nell’ambiente dove il poeta era presente, in una prossimità esclusiva, unitamente alla qualificata implicanza della personalità stessa che, in tale ambito, vi riscuote, tuttora, una sua prerogativa effettiva, a motivo della nota somma compositiva della quale, l’esserne autore, si associa per lui, sul posto, ad una propria voce in capitolo, a pieno titolo, ulteriormente aggiuntiva.

Su questa traccia, propria di un’interessante realtà, allora in divenire, nell’ambito, cioè, di una titolarità primigenia, rispetto ad un certo concomitante progredire, emerge, emblematicamente, quanto pubblicato su “Il Popolo di Brescia” di mercoledì 16 marzo 1927, nel precisare, pari pari, che “Abbiamo da Gardone R. 15: In seguito ad una lettera scritta da Gabriele d’Annunzio alla giovane attrice Tina Paternò, la quale da giorni recita al Teatro Comunale di Salò, si ha ragione di credere che la voce corsa tempo fa, circa la costruzione di un teatro al “Vittoriale”, nel quale verrebbero rappresentate esclusivamente opere dannunziane, risponde a verità. Ecco il testo della lettera – Per una prossima ripresa delle mie opere di teatro, mi è rinata l’ansia di scoprire le nuove stelle e non pensavo di venire a Salò per scoprire quella Tina Paternò che ormai esprime la qualità del mio spirito col togliere al suo nome l’accento finale. Paternò? Paterno. All’improvviso, per influenza magica, stamane, ricevo il saluto grazioso nel più triste dei risvegli: venite quando vi piace, anche oggi. Basta dire alla mia guardia o telefonare il giorno e l’ora: perché io mandi la mia rossa macchina. Grazie. Gabriele d’Annunzio. Dal Vittoriale, 12 più uno marzo 1927”.

Tale spontanea ed inconfondibile missiva, nell’essere datata il 13 marzo, secondo il curioso modo accennato in cui a d’Annunzio più era piaciuto definirne il giorno, scisso, cioè, in una numerazione da computare in un’addizione per esplicitarne l’insieme, si collocava nell’interessante flusso degli avvenimenti di quel mese, iniziato da un po’ con il compleanno dello stesso d’Annunzio, e proseguito, durante quell’anno dispari, anche con il profilarsi di altre vicende che, alla biografia del poeta, associavano l’eco di una serie di aspetti pure attestati dalla stampa locale, per un ritorno di immagine corrispondente a ciò che, al famoso personaggio, competeva, nella frazione di un’incombere primaverile, annuciato secondo le impronte da lui lasciate nello strascico di un più vasto scibile.

Prima che, in aprile, si andasse in pagina a riferire, su “Il Popolo di Brescia”, a proposito dell’uscita di una testualmente presentata guida, dal titolo “Il Vittoriale degli Italiani a Gardone Riviera” di Anton Gino Domenighini, era notizia, invece, del 19 marzo, quanto si poneva ad implicito contributo per un’altra tessera di memorie, rispetto ad un naturalmente più esteso mosaico dannunziano, indirettamente composto e, di fatto, recepito a racconto diaristico, durante il suo soggiorno gardesano: “Perugia, 27 – Il cav. Mario Bonucci, commissario ministeriale per il rimboschimento del monte Subasio ed il generale dott. Augusto Agostini della Milizia Forestale, giungevano a Gardone Riviera, martedì 15, per invitare d’Annunzio alla cerimonia della piantagione del primo albero per il rimboschimento propugnato dal Poeta a Monte Subasio, in celebrazione di S. Francesco. D’Annunzio mandava a prendere gli ospiti con la propria automobile facendo consegnare loro un messaggio. La visita degli ospiti era stata preceduta dall’invio al Poeta di un giovane pino del Subasio piantato in un grande vaso di maiolica perugina recante caratteristiche effigi. Gli ospiti furono trattenuti per cinque ore e mezza al Vittoriale che il Poeta fece visitare stanza per stanza. Il Comandante assicurò ai suoi ospiti che si sarebbe recato alla cerimonia di Assisi martedì 29 corrente, e li accomiatò donando loro una sua rarissima fotografia ed un prezioso gioiello bulinato dall’orafo del Vittoriale”.

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