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La fortunata serie cinematografica di “Don Camillo”, negli antefatti che ancora ne potevano fare nitidamente scorgere il debutto, nello strutturarsi della sua stessa prima edizione.

A Brescia, faceva notizia, sia prima che dopo, l’uscita del film “Don Camillo”, questa novità del tempo, a motivo di tutto quanto, nel merito, costituiva l’intrigante indotto di una importante proposta, in chiave filmica, del noto romanzo a episodi di Giovannino Guareschi (1908 – 1968).

Era un’ispirazione rivolta al “Mondo Piccolo”, come, nel titolo dell’originaria opera letteraria, era associata, a tale definizione, la figura del protagonista Don Camillo, quale espressione emergente anche nell’approfondimento giornalistico, dedicato all’iniziativa del film, da parte de “La Voce del Popolo” del 03 ottobre 1951, anno appena prima dell’uscita nei cinema di tale pellicola, intitolando, con “Peppone e Don Camillo alle prese in un film”, un affresco di retrospettiva, rivolto all’insieme, di fatto, convergente su quelle operazioni che, in terra emiliana, stavano verificandosi, per il conseguimento di questa significativa interpretazione, affidata ad una specifica regia esplicativa e naturalizzata.

Una regia, come è risaputo, svolta dal regista francese Julien Duvivier (1896 – 1967), al quale il settimanale bresciano menzionato ascriveva la puntualizzazione che “il paese lo scelse personalmente Duvivier insieme allo scrittore Nino Guareschi. Naturalmente, in quella fettaccia di terra che sta tra il Po e l’Appennino. Ed è appunto Brescello, un centro agricolo non privo di industrie alla confluenza delle tre province di Reggio Emilia, Parma e Mantova”.

In questa località, alla ribalta nazionale, nel pieno Secondo Dopoguerra, essendo assurta agli onori del “grande schermo”, era intuibile percepirne gli aspetti locali indotti per la bisogna della “macchina filmica”, relativamente ad un certo qual fermento, essendo che pure la civica municipalità pare si fosse pronunciata favorevolmente per la contestualizzazione territoriale individuata a propria esclusiva, mentre, più per una irriducibile parte, politica, una qualche riserva sembra si fosse, invece, manifestata in una, comunque, poi superata, reazione ostativa.

Il periodico diocesano riferiva a riguardo che “(…) La ripresa del film, iniziata tra l’entusiasmo generale, ha avuto un momento di crisi: sui muri di Brescello comparve un secondo manifesto della giunta social-comunista contro la lavorazione del film. Nel medesimo tempo, nelle cellule si ordinò agli iscritti del partito di non collaborare col regista. Ci fu un momento di incertezza: la gente non sapeva se obbedire al partito o alla gola delle 800 lire per comparsa e alla vanità cinematografica. Guareschi propose un pubblico contradditorio. Dopo di che la gente ritornò volentieri a collaborare col film. Così la pellicola continua, nonostante il muso duro delle cellule comuniste. Sui muri di Brescello, al posto delle scritte politiche, si legge “Abbasso don Peppone, viva don Camillo”.

Come un film dentro un altro film, tali effetti comprovavano quanto la trama recitata come da copione, fosse quanto meno indovinata nella zona dove si trovava ad essere adattata, al punto da profilarsi una coincidente caricatura non per niente azzeccata, nel rispetto di alcune caratteristiche che tale località padana andava ad esprimere, in una propria patente di verosimiglianza a riflesso della narrazione filmica interpretata.

Oltre la messa in atto, a diretto confronto con certe peculiarità locali, una prima valutazione rivolta al “Don Camillo”, interpretato nella figura dell’omonimo protagonista, da Fernandel, alias l’attore francese Fernand Joseph Desirè Contandin (1903 – 1971), era sintetizzata, in anteprima, da “La Voce del Popolo” riconducendosi, alla fonte letteraria che ne sottintendeva la produzione, con il precisare che “(…) La abilità e la fortuna di questo libro sta proprio nell’aver impastato i personaggi reali di una grande bontà malgrado la rozzezza dei modi (…)”.

A discendere da questa favorevole constatazione, positivo era rilevare anche il resto, a carico della parte ritenuta utile per una visiva trasposizione di ciò che il testo scritto lasciava ad una mera, per quanto intuibile, immaginazione, pure, nel caso, ad esempio, di ciò che era stato contrassegnato per un fondamentale elemento di ricorrente attenzione, descritto nell’andare a svelare che “(…) Nel vicino paese di Busseto, Duvivier ha trovato il Cristo, quello dei dialoghi con don Camillo. E’ un Cristo quattrocentesco, in legno dipinto, di autore ignoto che domina il piccolo altar maggiore del Duomo, una costruzione del Seicento. Il regista francese lo ha fatto ripetutamente fotografare da tutti i lati e ne ordinerà una fedele riproduzione ad uno scultore di Roma. Il Cristo riprodotto per il film avrà un corredo di quindici teste, ciascuna con una diversa espressione: le teste potranno essere cambiate a seconda delle necessità del dialogo (…)”.

Catalogato come “film per adulti”, nella allora stereotipata censura dell’epoca, il suo esito era, fra l’altro, vagliato da un ulteriore spunto di lettura proposto ancora da “La Voce del Popolo” del 30 marzo 1952, in cui, insieme ad altre considerazioni, si precisavano certi mirati particolari di retroscena di ciò che era giunto ormai a piena maturazione, come il fatto che la voce del “Cristo” fosse dell’attore Ruggero Ruggeri (1871 – 1953), ritenuta troppo nota, ai contemporanei, perché, secondo chi scriveva queste note di stroncatura, potesse risultare nell’alternativa di un miglior effetto, magari più funzionale ad una sua più impattante credibilità ed efficacia, a riguardo del suggestivo “crocifisso parlante”.

Ratificando le sommarie aggettivazioni di inconcludente, frammentario e scialbo, riprese da una serie, altrove azzardata, di ingiunzioni valutative dell’epoca, per la definizione dell’opera, questo settimanale bresciano, coevo alla prima diffusione del film, appena realizzato, a riguardo del pittoresco confronto in scena fra il parroco Don Camillo e il sindaco Peppone, metteva in evidenza alcuni nessi assertivamente ritenuti a limite del risultato raggiunto, salvando, per lo più, il protagonista, affermando di lui che “Fernandel è un mirabile Don Camillo: dagli occhi ai piedi. Mai avremmo sospettato nel comico francese tanta potenza mimetica e in una parte a lui nuova. Cervi è un espressivo Peppone: anche se un po’ troppo “signore”. E qui di certo c’è la mano del regista che, a quanto dicono, ha deliberatamente smussato molti angoli: qualcuno dice troppi, ma la polemica non ci interessa (…)”.