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Brescia – Il giornalista e scrittore Tonino Zana ne aveva dato una prima spiegazione, attraverso un suo articolo, apparso sul “Giornale di Brescia” di giovedì 11 ottobre 2012, a margine di una manifestazione realizzata dal Comune di Serle, alla quale era seguita la pubblicazione: “(…) Tutto comincia dalla ricerca promossa dall’amministrazione comunale con il sindaco Gianluigi Zanola, da una giornata di studi del 2009 nel centotrentesimo anniversario dalla scomparsa di don Boifava. Ora, il libro. (…)”.

Libro che ha avuto come titolo, posto in capo alle notevoli settecento pagine scorrevoli che ne innalzano lo spessore, quanto è esplicitato nei termini della chiara ideazione connotativa di “Un patriota nel cattolicesimo sociale bresciano”, espressa in una diretta correlazione con la specificata individuazione del protagonista in questione, rivelato nel nome di “Don Pietro Boifava”.

Il grosso tomo, pubblicato dalla “FrancoAngeli”, per la collana “Laboratorio sociologico”, riguarda il sacerdote messo in evidenza nella scritta in rosso della copertina stessa, quale esponente del clero, già prima evidenziato, nella testimonianza giornalistica relativa al tempo in cui questa storica pubblicazione appariva, nella sua raggiunta ed elaborata versione conclusiva.

Vissuto fra il 1794 ed il 1879, questo sacerdote pare che sia, forse, maggiormente ricordato a motivo delle sue personali vicende intrise dai convulsi palpiti di un’epoca sofferta, caratterizzata da una vertiginosa e feroce ubriacatura risorgimentale, piuttosto che dall’apostolato ministeriale di un’esistenza serafica, consacrata ad uno stereotipato sacro zelo sacerdotale, rivolto alla cura della “mistica vigna”, in un’agiografica e mite contemplazione spirituale, dedicata alla imperativa e mansueta dimensione soprannaturale.

Mistero di una vocazione religiosa che sembra si sia, in questo modo, più compromessa, rispetto al resto, nel ruolo profano dei fatti nei quali la personalità dello stesso prete ottocentesco pare che abbia, in coscienza, sopravanzato quella pietosamente dettata dal mandato liturgico e pastorale di un uomo di Chiesa che, invece, al di fuori di tale figura, si era, prestato civilmente ad avere fatto più parlare di sé, essendosi distinto in quelle cronache dell’Ottocento andato, dove, per la vagheggiata Italia del comunemente inteso Risorgimento, aveva impugnato le armi, secondo un’interpretazione politica ed arbitraria dell’amore fraterno, per il tramite della quale, chissà, dare giustizia al proprio gregge d’anime, subissato dall’allora tirannide di un giogo straniero di cui, egli stesso, pare si fosse manifestato alquanto scontento.

La chiave di lettura indugiante, di fatto, nella soluzione della serrata cesura di tale apparente e complesso ossimoro vocazionale è, fra l’altro, sviluppata, in relazione allo stimato ed onorato personaggio della storia patria bresciana e italiana, in questo monografico libro contraddistinto da quella plurale partecipazione che, per la cura di mons. Antonio Fappani, presidente della Fondazione Civiltà Bresciana e di Costantino Cipolla, docente ordinario di Sociologia Generale all’Università di Bologna, include, in tal senso, i molteplici contributi d’analisi, rispettivamente scritti sul tema, da parte di Paola Alberti, Emanuele Cerutti, Pia Dusi, Alessandro Fabbri, Emanuele Franzoni, Simona Galasi, Giancarlo Ganzerla, Nicoletta Iannino, Vanni Massari, Vittorio Nichilo, don Mario Trebeschi e Gianluigi Zanola.

Via Rebuffone per don Pietro Boifava
Via Rebuffone per don Pietro Boifava

Un nesso di pertinenza biografica, circa quest’accennato aspetto, non disgiunto da una accurata contestualizzazione storiografica, che, sembra, non sia stato eluso nemmeno dalla lapide commemorativa, inaugurata a Brescia nel 1894, su via Rebuffone, nella quale testualmente si può leggere anche un voluto accenno a questa sua trasmutazione missionaria: “Qui dove Pietro Boifava di Serle nell’anno 1849 da sacerdote tramutato in ardito capitano di alpigiani valorosissimi oppose alle soldatesche feroci dello straniero il petto suo e dè suoi convinto che il diritto dei popoli è giustizia di Dio/ Brescia incide il suo nome rammentando insieme il suo grande animo la pietà sincera di lui la carità onde fu largo ai poveri dell’esiguo censo/ Quanto efficaci sono gli affetti della religione della patria dell’umanità se li governa sublime armonia”.

La riproduzione in immagine del manifesto dell’epoca che annunciava la pubblica inaugurazione del menzionato manufatto lapideo, nel modo in cui tale avviso, analogamente all’epitaffio suddetto, appare documentato tra le fonti storiche incluse entro le pagine patinate della cinquantina di risorse iconografiche presenti nella pubblicazione, decantava l’allora iniziativa onorifica, dedicata, appunto, a questo intrepido sacerdote, con le parole di “Tutti sappiamo come nella sua anima eroica al sentimento religioso mirabilmente si associasse l’operoso affetto della patria”, risolvendone la venerata figura con l’indiretta attribuzione di una sorta di licenza guerriera, ad un ecclesiastico del tempo.

Con sciabola ed arma lunga da fuoco, anche un ritratto fotografico, “databile tra gli anni Sessanta e Settanta del XIX secolo”, come ancora attesta visivamente questo volume, sembra vada ad esprimere la dichiarata foggia, interpretata in posa, dal “curato di Serle” che pare abbia, fra l’altro, attirato anche la postuma attenzione di un sopraggiunto giornalista e scrittore, come Indro Montanelli, messosi alla storica sequela dei suoi passi, per caratteristicamente definirlo di striscio “questo prete brigante”.

Anche nella da lui praticata qualità apicale dell’essere stato, verso l’epilogo dei suoi anni, pure sindaco della nativa località di Serle, don Pietro Boifava, alcune generazioni dopo la sua dipartita, è stato particolarmente ricordato nella propria stessa terra d’origine, come il libro mette puntualmente in evidenza, precisando, anche attraverso le informazioni comunicate da Giovanni Quaresmini in fase di ricerca che “l’ex sala consigliare del Municipio di Serle ospita un grande olio su tavola di faesite, dipinto da Oscar Di Prata nel 1968. Il dipinto voluto dal Comune di Serle, in occasione della fine dei lavori di ristrutturazione del municipio è stato collocato sulla parete di fondo della vecchia sala consigliare nel 1969 e raffigura un episodio dell’esperienza rivoluzionaria di don Boifava. Don Boifava, smunto e scalzo, impugna la spada e incita all’attacco i propri uomini, un drappello di povera gente – armata di fucili e coraggio – che, richiamata dal desiderio di libertà, scende rapida dai monti di Serle. Qualcuno perisce durante lo scontro, gli austriaci, in gran numero e ben equipaggiati, sono affiancati anche da un piccolo gruppo di cavalleria. Sullo sfondo, l’eremo di san Bartolomeo. Lo schema compositivo è giocato sull’uso di diagonali che intrecciandosi generano più punti di fuga. Numerosi personaggi occupano la scena, sapientemente collocati entro una dinamica sintattica che delinea una spirale di volumi. Equilibrio spaziale e cromatico contribuiscono a sottolineare la drammaticità dell’evento”.

In animosi contesti pugnaci, come quello relativo ai cruenti frangenti appena sopra evidenziati, sembra che il “curato di Serle”, soprannominato da alcuni contemporanei “Feleppet”, si sia parecchio dato da fare, destreggiandosi, fra l’altro, in avventurose operazioni di guerriglia fra i sentieri delle colline bresciane, dalle quali sbucare fuori con un contingente di armati, di stanza a Serle e mantenuto a spese del clandestino “Comitato insurrezionale” di Brescia, in modo che nel libro stesso si precisa che “la battaglia in campo aperto non si confaceva a Boifava, le cui schiere erano fatte per una guerriglia di montagna”, nella dinamica della quale, l’audace prete aveva pure partecipato alle ardimentose e note “dieci giornate” (23 marzo – primo aprile 1849) all’epilogo delle quali, dopo aver sciolto la raccogliticcia compagine dei suoi seguaci, presso il santuario della Stella di Gussago, aveva poi preso la strada dell’esilio in Svizzera, passando per la Valtrompia, dove sarebbe rimasto, fino all’amnistia del 12 agosto 1849, durante il ripristinato governo austriaco su Brescia.