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Secondo i dati ISTAT pubblicati a giugno 2015, 6 milioni 788 mila donne hanno subìto nel corso della propria vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale.

Il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni: di queste il 20,2% ha subìto violenza fisica, il 21% violenza sessuale, il 5,4% forme più gravi di violenza sessuale come stupri e tentati stupri.

Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri.

Un dato “positivo” riguarda le violenze fisiche o sessuali che negli ultimi 5 anni sono leggermente diminuite.

Questo risultato, secondo i ricercatori dell’Istat, è frutto di una maggiore informazione, del lavoro sul campo, ma soprattutto di una migliore capacità delle donne di prevenire e combattere il fenomeno anche grazie a un clima sociale di maggiore informazione e condanna della violenza.

Per questo è importante parlare di violenza sulle donne. Per questo è importante sensibilizzare e informare. Anche con la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che ci celebra appunto oggi, 25 novembre.

In occasione di questa ricorrenza, le donne dell’Associazione Genere Femminile, e non solo loro, manifestano forti preoccupazioni per la dilagante violenza contro le donne, non solo nel nostro Paese, e per la mancanza di un’applicazione effettiva delle misure a loro tutela.

Nella Dichiarazione sull’eliminazione della violenza contro le donne, adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite nel 1993, la violenza contro le donne è riconosciuta come “uno dei meccanismi sociali cruciali per mezzo dei quali le donne sono costrette in una posizione subordinata rispetto agli uomini”.

La violenza ha una matrice nella disuguaglianza dei rapporti tra uomini e donne.
I fatti di cronaca relativi a drammatici episodi compiuti contro le donne rivelano come siano necessari interventi e misure forti e tempestivi per arginare il fenomeno.

Uno studio dell’Università di Roma Tor Vergata, analizzando il corpus di epigrafi latine ritrovate nei territori in cui si estendeva l’impero romano, ha ricostruito le storie di alcune donne assassinate dai mariti e ha confermato come il nostro retaggio culturale affonda le radici nei secoli e pare davvero difficile da estirpare.

“Il quadro giuridico italiano per combattere la violenza contro le donne si è evoluto nel tempo” spiegano in associazione“, e prevede misure di protezione e prevenzione oltre che sanzionatorie o repressive.

Non è quindi un problema di carenza di disciplina a tutela della violenza contro le donne, ulteriormente rafforzata dal Decreto Legge 93 del 2013 sulla violenza di genere, convertito nella Legge 119 del 15 ottobre 2013.

A luglio 2015, per di più, la Presidenza del Consiglio dei Ministri ha adottato il Piano d’azione straordinario contro la violenza sessuale e di genere.

È quindi un problema di applicazione delle misure previste nell’ordinamento italiano”.

“Va riconosciuta l’esperienza dell’associazionismo e del privato sociale. È molto importante il lavoro di quelle figure professionali che ogni giorno si confrontano con la violenza di genere – sottolinea Cotrina Madaghiele, presidente dell’associazione Genere Femminile.

“Ma per costruire una nuova cultura servono modelli, leggi, educazione, protezione. Oggi c’è una maggiore presa di coscienza femminile, ma molta violenza si agita nel sommerso, non segnalata per paura o scarsa consapevolezza. Come si evince dai racconti di chi si rivolge al nostro Centro di Ascolto, la violenza domestica è molto più diffusa di quanto si pensi. La violenza nella sfera privata rimane in gran parte invisibile e sotto denunciata”.

È quindi importante cercare di affrontare il fenomeno in un’ottica di prevenzione delle violenze.

Per l’associazione Genere Femminile, ecco la necessità, prima di tutto, di promuovere nei programmi scolastici l’educazione alle relazioni non discriminatorie e il rispetto delle differenze di genere. Con la Legge n. 107 di luglio 2015, è stata introdotta la previsione dell’educazione alla parità tra i sessi, nelle scuole di ogni ordine e grado.

Importantissimo iniziare dalle scuole dell’infanzia. I bambini riconoscono se stessi e gli altri come maschi/femmine intorno ai 2 anni. A 4 anni comprendono che l’appartenenza a un sesso è un dato stabile, che perdura nel tempo e non cambia nella persona. L’educazione alla parità e al rispetto delle differenze nelle scuole è uno strumento essenziale di contrasto alle discriminazioni di ogni tipo e alla violenza sulle donne.

 

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