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Ibarra – “Bienvenidos compagneras y compagneros”. Maria Molina è una donna delle Ande. Una campesina che vive con i figli a tremila metri di altezza, alle falde del vulcano Cayambe, 5700 metri di vetta imperiosa e un ghiacciaio perenne che porta nella valle un vento freddissimo che fa precipitare a 3 gradi la temperatura della notte. Qui i campi si lavorano ancora con l’aratro tirato dai buoi, qui non ci sono strutture di irrigazione e quando le estati sono secche, come quest’anno, sono dolori. Qui i bambini crescono poco perché mangiano poche proteine e si ammalano molto, ai polmoni, perché quando tira il vento, fa troppo freddo per loro.
Qui l’aspettativa di vita è fra i 40 e i 50 anni.

E’ lei la segretaria della piccola cassa rurale di questa comunità sperduta della provincia dell’Imbabura a nord di Quito. E’ lei che ci dà conto dei prestiti concessi in due anni di attività (8.281 dollari), dell’attuale disponibilità di cassa (che fa 950 dollari), dei progetti che questo credito sostiene con l’aiuto dell’agenzia di Ibarra di Codesarrollo: dall’allevamento dei cuy (i porcellini d’India) ai lavori di ricamo che poi vengono commercializzati con l’aiuto del Feep. Lo fa con una determinazione e sicurezza che stupiscono. La sua voce chiara non tradisce alcuna timidezza.

Eppure è la prima volta che i gringos (che poi saremo noi italiani e tutti coloro che sudamericani non sono) vengono a visitare la comunità. La prima volta che questa micro cassa, ospitata in una stanzetta spoglia di 15 metri quadrati, accoglie un gruppo così numeroso di curiosi e visitatori. Non sanno che per noi questa è una visita importante. Perché è proprio in luoghi come questo, fra 850 famiglie di una vallata che un tempo era una grande azienda privata, che arrivano i contributi italiani del progetto di microfinanza campesina.

Incrocio lo sguardo vivace e vigile di Maria, che ci guarda e ci spiega mentre accoglie fra le braccia il suo piccolo. E sono orgogliosa di sapere che anche la mia piccola “azione di donazione”, quella con cui anch’io come tanti altri, partecipo al progetto di Cassa Padana e Federcasse, viene utilizzata per dare un aiuto concreto a lei e alle sue compagne.

Già, perché qui, nella vallata della Maddalena, a pochi chilometri (tutti in salita) da Ibarra, la cassa rurale è in mano a un gruppo di 27 soci di cui 25 sono donne. Qui gli uomini non ci sono. Sono tutti a Ibarra, Quito, Guayaquill, Stati Uniti, Europa. A lavorare. Ogni tanto tornano. E sono le donne che restano. A garanzia della stabilità della famiglia e della continuità dei valori e della tradizione.

La maggior parte del credito che fornisce la cassa serve loro per allevare cuy, i porcellini d’India, che nel resto del mondo sono nervosissimi animali domestici, ma che in Ecuador sono entità sacre che finiscono sulle tavole imbandite a ogni festa comandata.
Fra gli indios, ci racconta Raul Navas, gerente dell’agenzia Codesarrollo di Ibarra, “l’allevamento del cuy è sempre stato considerato un affare da donne. Rappresentano la casa, la famiglia, il matriarcato che governa queste valli”. Il Fepp, che fra queste donne ha avviato un programma di formazione per l’allevamento del cuy, le aiuta anche per quanto riguarda la sua commercializzazione. La richiesta di questo animaletto, anche dall’Europa, sta crescendo. Anzi, proprio dall’Europa, e in particolare dalla Germania, la domanda è di cuy vivi da poter rivendere come animali domestici è in salita. Ma l’animaletto sacro è anche molto nervoso e sensibile. Ci si proverà a inviarli, ancora cuccioletti, nel vecchio continente, dice Raul, ma chissà se il loro cuore reggerà al viaggio e allo spavento.

Maria e le altre ci chiamano. Il pranzo è pronto: patate bollite, mais tostato, formaggio fresco, prodotto da loro (buonissimo: il formaggio dell’Ecuador meriterebbe un angolo a parte in questi flash ecuatoriani). Piove, ma l’attività della comunità non si ferma. Maria continua a parlarci. Le compagne continuano a ricamare, i bambini a giocare, i pochi uomini che sono rimasti, a lavorare alla scalinata del grande campo da calcio che hanno appena finito di costruire.

Perché domenica, compagneros, si gioca.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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