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Cremona – Luisa Corti venne accusata di detenere pacchetti di sigarette. Giuditta Ventura venne definita donna di “facili costumi” perché madre di un figlio “frutto di illeciti amori”.

Di Adalgisa Cassinelli si scriveva senza mezzi termini che era una “prostituta”. Poco importa che non fosse vero. Luigia Badaracchi fu sottoposta a ogni genere di controllo solo perché parlava con troppa fierezza, mentre Romilda Allegri si permise di definire “catastrofica” la situazione dell’Italia di quegli anni.

Maddalena Lottici, dal canto suo, era una carismatica figura di contadina che, pur priva di istruzione, spaventava per la sua “intelligenza pronta e carattere indipendente”.

La troppa indipendenza portava Elisa Sivelli a essere giudicata troppo “impulsiva”: una donna “esaltata, nevropatica e che l’età critica (menopausa) ne è la diretta determinante”.

copertina-libro-donne-2016Luisa, Giuditta, Luigia, Adaligisa, Romilda, Elisa e Maddalena sono alcune delle 127 donne che due studiose dell’Archivio di Stato di Cremona – la passionale direttrice Angela Bellardi e la caparbia storica Emanuela Zanesi – hanno raccolto in un piccolo volume stampato anche grazie al supporto dell’amministrazione comunale: “Figure femminili tra dissenso e sovversione: per un repertorio biografico”.

Un libro che è il racconto di 127 donne normali. Non sono partigiane. E neppure staffette. Non hanno vissute atti d’eroismo, né si sono macchiate di reati particolari. Sono solo donne che, nell’ombra e in silenzio, hanno vissuto esistenze da antifasciste.

E per questa ragione furono sottoposte a controlli continui da parte della polizia e iscritte nello schedario del Casellario politico della Questura di Cremona istituito nel 1894 e modificato nel 1925 e 1926 con un incremento degli schedati.

“Il nostro obiettivo”, spiega Bellardi, “è stato quello di scoprire quanto le cremonesi avevano contribuito all’antifascismo in quegli anni così difficili. Infatti, se i “fascicoli dei sovversivi” degli uomini (oltre 2500), sono stati studiati e utilizzati fin dagli anni Ottanta del secolo scorso, sulle donne si continuava a fare silenzio.

Poi, volevamo far capire che un Archivio è importante non solo per le pergamene e gli antichi documenti che custodisce, ma anche perché vi sono conservati atti che donano nuova vita a nostri concittadini, in questo caso quelle donne che non vivevano dentro i canoni del tempo. Che non erano solo mogli, sorelle, madri. Erano donne che pensavano e che sceglievano da che parte stare”.

Nella città che per ras ebbe Roberto Farinacci, una delle personalità più controverse e scomode del Ventennio fascista, queste donne erano considerate politicamente pericolose e messe insieme ad anarchici, comunisti, rivoluzionari.

Ma loro erano “solo” antifasciste. E poiché non si riusciva ad ascrivere loro un reato, le si bollava con giudizi moralisti che in quegli anni potevano nuocere a una donna quasi quanto un arresto.

“La polizia definiva queste donne pericolose per la sicurezza nazionale non tanto sulla base degli atti compiuti”, spiega Emanuela Zanesi, “ma su ciò che essi rappresentavano: la lontananza dai modelli femminili rassicuranti del regime e l’inosservanza di quelle norme etiche e sociali che regolavano il codice comportamentale del tempo”.

Un cenno a parte spetta a tutte quelle donne, e furono molte, che provenivano dall’allora Jugoslavia e che vennero internate nel manicomio di Cingia de Botti.

“I loro fascicoli”, spiega Zanesi, “non contengono alcuna nota, solo il provvedimento di internamento e le disposizioni relative al comportamento. Carte uguali una all’altra che riferiscono solo nomi, senza alcuna motivazione. Perché di fatto queste donne non avevano alcuna colpa se non quella di essere mogli, madri, sorelle di “ribelli”. E per la polizia questo era sufficiente per ammonirle e farle internare. E’ forse il caso più triste e desolante di questa nostra ricerca: donne senza volto e senza storia. Solo nomi in un casellario.”

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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