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Cremona. “Il tema, certamente nuovo per la realtà storica cremonese e di notevole impegno, presenta la storia degli internati nel Manicomio di Cremona dal 1868 al 1904. O meglio la storia ancora più triste e dolorosa (finanche ingiusta) delle migliaia di donne internate a Cremona.

Da queste note scritte dalla presidente della Società Storica Cremonese Angela Bellardi si evince che l’impegno per redigere il nuovo Quaderno “Donne Pericolose. Storie di donne internate a Cremona nella seconda metà dell’ottocento“, non è stato un solo lavoro di ricerca storica e archivistica, ma ha richiesto un notevole sforzo emotivo e tristemente coinvolgente per il “doloroso” argomento.

Donne Pericolose. Storie di donne internate a Cremona nella seconda metà dell’ottocento è un Quaderno del sodalizio cremonese dedicato alla pubblicazione di una interessante tesi di laurea discussa nell’anno accademico 2017/2018 presso l’Università degli Studi di Milano dalla dott.ssa Ilaria Fazzini con la prof.ssa Maria Luisa Betri.

Stampato con il sostegno di Cassa Padana, è stato presentato lo scorso 24 marzo presso la Sala dei Quadri del palazzo Comunale.

Sono ben 2134 i fascicoli intestati a donne e relativi a questo tutto sommato breve arco cronologico (1868 -1904) conservati in Archivio di Stato di Cremona e studiati. Attraverso la lettura delle cartelle cliniche emerge una triste situazione di donne emarginate, spesso confinate nel manicomio a causa di non sempre chiari segni di squilibrio psichico, ma più frequentemente vittime di non facili situazioni familiari e di indigenza.

Donne internate anche per la vita poco in linea, dal punto di vista morale, con il pensiero comune, ma anche per la loro “diversità” che diventava “inferiorità”.

Si legge nella prefazione di Ilaria Fazzini:

Nel fertile terreno della storia sociale, filone di studi particolarmente rigoglioso nei decenni Settanta e Ottanta del secolo scorso, la storia della follia ha avuto un singolare rilievo, coltivata non solo da chi mirava ad ampliare la conoscenza delle vicende italiane tra età moderna ed età contemporanea oltre il quadro politico-istituzionale, ma anche da psichiatri che, nella lunga battaglia contro il manicomio, intendevano indagare il suo lungo processo di formazione e l’evoluzione del sapere scientifico su cui si era fondato.

Nel 1978  la legge Basaglia aveva restituito dignità ai malati psichici, dopo che per più di settant’anni la legge giolittiana del 1904 aveva indissolubilmente legato il tema della malattia mentale a quello della pubblica sicurezza, basandosi sull’assimilazione del malato di mente a individuo pericoloso, internato in manicomio per il suo comportamento abnorme e di pubblico scandalo. Come spesso accade nel lavoro storiografico, alla iniziale vivacità e ricchezza degli studi è sembrata seguire negli anni più recenti una fase di stasi, nella quale  tuttavia sono emerse alcune nuove e promettenti prospettive per indagare la complessa realtà manicomiale al di là dei suoi aspetti istituzionali, ideologici e amministrativi.

Questo lavoro di Ilaria Fazzini ne è una chiara e convincente testimonianza nel presentarci l’esemplare caso di studio del manicomio di Cremona, “grande opera pratica da destinarsi alla classe povera”, progettata nei primi anni Ottanta dell’Ottocento e inaugurata nel 1890, struttura a padiglioni costruita secondo i dettami della moderna architettura ospedaliera, ove i malati di mente vi furono trasferiti dalla “sezione pazzi” dell’Ospedale Maggiore. In quegli anni imperversava la crisi agraria, che aveva peggiorato le condizioni di vita e di lavoro della popolazione, facendola spesso precipitare dalla povertà alla miseria, terreno di coltura naturale dei disturbi psichici, come riscontravano gran parte delle diagnosi redatte e annotate dagli alienisti dell’epoca nelle cartelle cliniche. Ne era stato l’epifenomeno più evidente la frenosi pellagrosa, principale causa di ricovero in quel periodo, una forma di demenza che si manifestava nello stadio terminale della pellagra, malattia da carenza vitaminica provocata da una sottoalimentazione cronica basata sul monofagismo maidico.

Questo studio si è fondato proprio sull’esame delle cartelle cliniche, preziosa documentazione conservata nel fondo dell’Ospedale psichiatrico provinciale di Cremona presso l’Archivio di Stato di Cremona, in particolare sulle oltre 2.100, con i relativi fascicoli personali, relative alle donne ricoverate dal 1868 al 1904. La linea di ricerca intrapresa è dunque stata, dichiaratamente, quella della storia delle donne, anche in considerazione del fatto che la differenza di genere è sempre stata essenziale nelle diagnosi psichiatriche, nella rappresentazione e nella frequenza delle patologie descritte, riflettendosi altresì nella diversità di trattamento delle ricoverate rispetto ai ricoverati stabilite negli statuti delle varie istituzioni assistenziali.

Nello sfogliare queste pagine ci si chiede in che misura taluni comportamenti “irregolari” potessero legittimare i ricoveri, quale parte avessero le famiglie, quale la relazione tra le classificazioni nosografiche e le dinamiche dell’internamento. Se è vero che le famiglie esercitavano un ruolo protettivo, è altrettanto chiara la loro funzione di gestione e di occultamento di comportamenti femminili giudicati inopportuni, eccessivi o scandalosi,  che avevano infranto l’onore e un “ordine“ morale da rispettare in una realtà ancora patriarcale. Un ordine del quale si facevano garanti non solo i parenti, ma anche sindaci e parroci, interpreti di una più ampia volontà di controllo sociale nell’ambito della comunità civile e religiosa.

Di straordinario interesse sono le lettere conservate all’interno dei fascicoli personali di alcune pazienti, indirizzate prevalentemente ai famigliari e mai giunte ai destinatari perché intercettate e censurate dalla direzione del manicomio. Quei frammenti di storie di vita, che consentono di osservare da un punto di vista inedito la vicenda dell’internamento della follia, aprono uno squarcio, drammaticamente realistico, sui modi con cui le alienate manifestavano e spiegavano il proprio malessere, spesso attingendo al mondo della religiosità e della cultura popolare, sulla loro sofferenza, ma anche sulla speranza di porre fine, un giorno, a quella desolata solitudine. Un’espressione, dunque, della umanissima soggettività di quelle malate di mente, ben lontana dalla visione radicalmente riduttiva dell’alienazione clinica a pura biologia, propria dell’orientamento organicistico diffuso nella nascente psichiatria italiana.