Per raggiungere questo castello, occorre venirci apposta.
Le strade, attorno, pare che non portino da nessuna altra parte, se non per avvicinarsi od allontanarsi dalle sue antiche strutture che risultano parecchio frapposte alle strette e sinuose arterie di collegamento con il suo stesso assetto prospettico.

Raggiungerlo, significa, per così dire, infrattarsi fra le colline, attraversate da ultime lingue d’asfalto, da chiari sterrati polverosi e da impietose recinzioni, fino a quando, più che incontrando la disponibilità di un cartello o di una segnaletica, anche meramente indicativa della natura storica del luogo, ecco che svetta, nei duplici presuntivi accessi al maniero, il segnale attestante l’inesorabile incombere di una proprietà privata.

Si è, in pratica, a Drugolo, se si ha già cognizione di dove ci si trovi, altrimenti, è sempre possibile tentare, in un qualche modo, di provare ad indovinare il posto o, al più, di cercare di domandare la toponomastica agli sparuti personaggi che, forse, possono, sporadicamente, capitare, nei pressi di questa esigua località dai suggestivi contorni virenti.

Il robusto corpo quadrangolare del castello Averoldi, dal nome dell’omonima schiatta nobiliare che lo ha lungamente abitato, è simbolo di quell’agglomerato di costruzioni d’un tempo che sono tutte quante attorcigliate su loro stesse, fra le colline di Drugolo, quale località che si pone, altrettanto riservatamente, sia come un esclusivo centro ricettivo che, in un’altra quota parte, come un ingente investimento allevatoriale e prativo.

Il resto, è, soprattutto, l’esorbitare perennemente di passaggio di chi ci transita attorno, facendo sport, appiedato o “bicimontato”, a favore del quale una qualche segnaletica pare tracciare, invece, le indicazioni delle escursioni direzionalmente prefigurate in un ampio raggio nel territorio, senza pero’, che un qualcosa di simile sovvenga alla curiosità del trovarsi, in una maggior ed immediata contingenza, innanzi ad un castello consimile.

A meno che uno conosca il muto linguaggio dei vitelli allevati, come in grande numero appaiono qui a cielo aperto, negli enormi campi situati lungo gli altrettanto estesi declivi collinari, non è che sul posto ci si possa imbattere, in massa, con facili interlocutori. Eppure, si potrebbe, fra l’altro, dire di sentirsi, comunque, osservati, dal momento che sono così tante le telecamere, messe a bella posta, che c’è solo l’imbarazzo della scelta circa il come capitare di essere intercettati.

L’antico castello Averoldi di Drugolo, proprietà subentrata, da tempo, fra i beni al sole della famiglia dei baroni Lanni della Quara, è, per una maggior abbondanza di vedute, rilevabile o nella visione di stampe antiche, oppure, e certamente molto di più, nelle immagini dall’alto o realizzate con il favore di certi accorgimenti che sono divenuti sempre più in crescendo, come frutto di mezzi certamente non in dotazione a chiunque, stante il fatto che, per la resa di alcune istantanee a tutto tondo, l’attributo che vi si può associare, in un nesso ad esse meglio calzante, è di fotografie aeree, anche considerando il fatto che il castello è, oggi, ancora più inavvicinabile, rispetto a come lo era stato in quei frangenti nei quali, almeno, da un lato più prossimo al suo stesso incombere, lo si poteva avvicinare.

Miracoli del potersi autodeterminare. Una strada perimetrale viene inglobata all’insediamento contestuale alle adiacenze immediate del castello ed allora, agli estranei, non resta che considerare la zona con questa attrattiva verosimilmente a distanza e, comunque, molto significativa, in quanto pregna di elementi utili ad un certo fascino, tutto intorno aleggiante, come pure evocativa di una propria interessante ed autentica caratura medioevaleggiante.

Il senso di tutto ciò è in una non indifferente presenza esemplificativa che rivendica a tutti, oltre muraglie, reti e confini, un legame con la storia locale, tracciato in quella porzione culturale che vi si pone in corrispondenza, secondo una evidente e pittoresca valenza stilistica e sostanziale.

Un’esperienza che capita pure altrove, ma restando anche molto vicino a questo maniero, situato, non lontano, per altro, da quello, invece, molto più svelato ed abbordabile, di Padenghe sul Garda, in quanto che, a poca strada dal castello Averoldi di Drugolo, si erge un piccolo santuario, ora animato dalla liturgia ortodossa, particolarmente ispirata al culto dei paladini celesti Michele e Gabriele, ma, orginariamente collocata a presidio sacrale di un vetusto lazzaretto, in cui, alla luce delle stagioni, si profilano, ai capitelli delle quattro colonne, le rose marmoree di obliate possidenze e di trapassate generazioni.

Quello stesso stemma che, a palazzo Broletto di Brescia, si esprime in alcuni rilievi sopravviventi, realizzati in tale antica sede cittadina del potere, si trova, quindi, anche qui, alle porte del lago più grande d’Italia, per via del fatto che la famiglia Malatesta aveva avuto nei pressi di Drugolo, una importante voce in capitolo, similmente al capoluogo bresciano dove, l’inizio Quattrocento si era, per qualche anno, tutto speso nelle fortune del personaggio Pandolfo III Malatesta (1370 – 1427), rivelandosi allestita in città una corte signorile, stilisticamente contrappunta, fra l’altro, dalla rosa, stilizzata entro i contorni di un certo tipo, quale simbolo idealmente preso dal condottiero a suo emblema, rimasto nello strascico di quelle memorie che ne conservano tacitamente la sobrietà ermetica di un simbolico coincidere segreto.