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E’ stato uno dei volti più noti della televisione italiana e per otto anni, dal 1960 al 1968, ha condotto “Non è mai troppo tardi”, la più celebre trasmissione educativa della Rai. Grazie a quelle vere e proprie lezioni, seguite in duemila punti d’ascolto organizzati in tutto il Paese, il maestro Alberto Manzi insegnò a leggere e scrivere ad adulti analfabeti e permise a un milione e mezzo di persone di conseguire la licenza elementare.

Autore di “Orzowei” e di innumerevoli pubblicazioni per adulti e ragazzi, nel 1993 aveva fatto parte della Commissione per la legge quadro in difesa dei minori e nel 1994 era stato eletto sindaco di Pitigliano (Grosseto).

Nell’ultima videointervista prima della morte, avvenuta il 4 dicembre 1997, Manzi ricorda quegli anni e si sofferma su molti altri episodi della sua vita di educatore: la prima esperienza, subito dopo la guerra, nel carcere minorile “Aristide Gabelli” di Roma; la personale battaglia contro i voti, che lo portò otto volte sotto il Consiglio di disciplina; l’esperienza ventennale in Sudamerica per insegnare a leggere e scrivere a gruppi di Indios analfabeti. Il testo di quell’intervista è ora raccolto nel libro “Non è mai troppo tardi. Testamento di un maestro”, pubblicato dalle Edizioni Dehoniane (pp. 96, euro 7.50) e curato da Roberto Farné, professore ordinario di Didattica generale all’Università di Bologna.

In occasione del ventennale della morte di uno dei più noti maestri italiani le edizioni Dehoniane mandano in libreria anche il volume Un maestro nella foresta. Alberto Manzi in America Latina (pp. 104, euro 11).

Partito alla metà degli anni Cinquanta per studiare le formiche della foresta amazzonica, Manzi era rimasto colpito dalle condizioni di vita dei “nativos” e per oltre due decenni si era recato ogni estate in Sudamerica. Con l’aiuto dei missionari salesiani aveva insegnato agli indios e li aveva aiutati a costituire cooperative agricole e piccole attività imprenditoriali. Accusato dalle autorità di essere un “papista” o un “guevarista” collegato ai ribelli, era stato imprigionato, torturato e dichiarato “non gradito”. Aveva tuttavia continuato a recarsi clandestinamente in America Latina sino al 1984 e tre anni dopo era stato invitato a collaborare al Piano nazionale di alfabetizzazione dell’Argentina.

Questo capitolo meno noto della vita di Manzi viene raccontato da Andrea Canevaro, professore emerito di Pedagogia speciale all’Università di Bologna, Giulia Manzi, figlia di Alberto, Domenico Volpi, direttore della rivista per ragazzi “Il Vittorioso” dal 1948 al 1966, e Roberto Farné.