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Brescia – Senza esclusione di colpi, a torso nudo, l’abilità dei contendenti affidata alla sciabola avrebbe deciso il loro contendere. La lunga lama affilata era strumento per segnare fin sull’epidermide in carico a chi fra i due duellanti sarebbe ricaduto il peso del soccombere dell’una o dell’altra posizione assunta nell’aver determinato l’irreversibile scontro di parti opposte.

Il duello, se nell’immaginario collettivo lo si avverte lontano in un mondo remoto ed avulso da qualsiasi segno di modernità, non di meno se ne possono avere le prove di una sua sopravvivenza anche in un’epoca che solo poche generazioni la separano dall’attuale contemporaneità. Come affare privato, ma confezionato e divulgato attraverso la pubblica ufficialità impressa alla formale circostanza, era ancora nei primi decenni del secolo scorso una modalità per risolvere, dentro certe regole riconosciute, i presunti od i palesi torti ricevuti.

Senza che necessariamente ci fosse da subito una sfida o che ci si inventasse un’esacerbata ed insanabile contrapposizione di ruoli, il duello si confermava anche nel primo quarto del novecento un modo per farsi giustizia, pur essendo ormai contestuale ad uno stato di diritto dove bene strutturate erano quelle istituzioni anche derivate dall’illuminismo a promozione della maturità e dell’emancipazione morale ed intellettuale dell’individuo che si era avviato verso un’ampia predisposizione di conquiste sociali nelle quali di certo la forza non doveva né essere arbitraria né tanto meno priva di ragione e quindi parametro riduttivo per risolvere questioni di giustizia.

Nonostante questo, anche meno di cento anni fa, ad un’offesa poteva seguire l’incrociarsi di sciabole nel bresciano dove l’edizione di martedì 29 aprile 1924 del quotidiano locale “La sentinella” diffondeva, con pacata compostezza di consueta normalità, la notizia della vertenza “Ducos – Turati”.

Ambedue politici bresciani, entrambi deputati, eletti nella cosidetta lista del “Blocco Nazionale”, ma l’uno d’astrazione liberale, l’altro invece d’appartenenza al fascismo che in quel frangente storico stava strutturandosi come dittatura nel Paese, si erano sfidati a duello nel bel parco di Villa Caprioli a Sale di Gussago alle ore sei e tre quarti della mattina del giorno prima, lunedì 28 aprile.

L’origine dello scontro fra gli spadaccini del mondo politico, parallelo all’avvento del fascismo, si riconduceva ai termini di un intervento pubblicato sul quotidiano “Il Popolo di Brescia” dall’onorevole Augusto Turati (1888 – 1955) il 10 aprile precedente che secondo l’onorevole Marziale Ducos (1868 – 1955) avrebbe messo in cattiva luce la propria onorabilità, tanto da ritenersi così offeso, per quelle inerti parole stampate ed ascrivibili al mero contesto politico, da incaricare il dodici aprile “i signori generale Baldassarre Monti e colonnello Vittorio Magliano di chiedere all’on. Augusto Turati quelle riparazioni che reputassero necessarie alla difesa del suo onore“.

In pratica una sfida per gradi, secondo le convenzioni in uso per la soddisfazione da ricercarsi secondo il metodo di una vertenza cavalleresca dal sapore antico, anche se solo poco più che ottantenne rispetto ad una datazione riferita all’oggi che ne ridimensiona quindi la patina di equivoca ed apparente antichità legata all’evento. Informato per iscritto dai delegati dell’offeso dell’iniziativa presa nei suoi confronti, l’on. Turati rispondeva alla missiva ponendosi “immediatamente a disposizione dell’on. Ducos, delegando a rappresentarlo per le necessarie pratiche i signori Ing. Jarak Mario e Senior Gino Compagnoni“.

Delegati che moltiplicano il numero delle persone coinvolte nel novero di una questione di fatto ispirata a critiche personali verso la gestione della campagna e delle preferenze elettorali delle elezioni politiche del sei aprile di quell’anno che Turati aveva additato in quella svolta da Ducos nei termini riprovevoli che oggi molto probabilmente sarebbero vissuti in un modo forse non meno suscettibile, ma secondo una posizione di pari passo ai tempi mutati nei quali sembra più non si ricorra ad azioni duellanti formalizzate secondo quanto previsto da una tradizione contenuta nei dettami del Codice Cavalleresco di Jacopo Gelli del 1888.

All’articolo 285 del citato “codice Gelli” si ascrive quanto è relazionato nella summenzionata cronaca pubblicata da “La Sentinella” e cioè il passo successivo di formare un giurì d’onore “per associare la responsabilità dell’on. Ducos nell’intento che sul loro amico, non venga a gravare alcuna accusa“. Esperita anche la fase del giurì d’onore sabato 26 aprile “in una delle sale della Spettabile Deputazione Provinciale” di Brescia e prodotta una chiarificazione fatta attraverso l’elencazione di alcuni punti fermi che tanto davano ragione all’uno senza attribuire eccessivo torto all’altro, apriva la strada ad un successivo passaggio di confronto per dipanare la matassa ancora da definitivamente sbrogliare.

Nel pomeriggio dell’indomani, 27 aprile, in un ambiente della sede dell’Unione Liberale Democratica, al civico 2 di via Cairoli a Brescia, i due rappresentanti rispettivamente nel paio sia dell’una che dell’altra parte, si sono quindi riuniti per stabilire se alla luce del verdetto compromissorio del avvenuto giurì di mediata analisi, il contendere “debba considerarsi caduto nei riguardi dell’on. Ducos e quindi debbano venire meno tanto la provocazione quanto la richiesta di riparazione“.

L’irrigidimento degli emissari dell’on.Turati avrebbe a quel punto portato indietro fino all’originaria motivazione del conflitto di partenza della contesa che, a loro giudizio, mostrava “chiaramente tracciata la via da seguire” fin dall’inizio del dissidio facendo prefigurare lo scintillio dell’arma bianca nel vuoto di una dignità da fare riconquistare all’onore o presunto tale.

Via da seguire che in un mattino di acerba primavera di soli due giorni dopo ha preso forma nella cornice silenziosa di una defilata dimora aristocratica di Gussago nel duello vero e proprio attuato con l’arma scelta nella specie di “sciabola con punta, taglio e contro taglio” e corredo di “guanto da passeggio ad un solo bottone” secondo la regola che “il combattimento sarà regolato da riprese della durata di due minuti intercalate da riposi di tre. Il duello sarà sospeso quando i medici, di parere concorde, stabiliranno l’evidente inferiorità di uno dei duellanti. In caso di disaccordo fra i medici si rimetterà la decisione al giudizio del direttore dello scontro. Ad unanimità viene nominato direttore di scontro il tenente colonnello Borelli cav. Arminio. L’operazione di cronometraggio sarà fatta a turno dai quattro padrini“.

La vertenza sfumata alle prime ore mattutine di una giornata d’aprile a pochi chilometri da Brescia si era al fine conclusa con i particolari riferiti nell’insieme dell’articolo proposto dal quotidiano “La Sentinella” del 29 aprile 1924 nella ricostruzione dei fatti descritta da un non meglio identificato laborioso cronista: “Nella prima ripresa, al terzo assalto, l’on. Ducos riportò una ferita al polso destro. L’on. Ducos ritenendo trattarsi di ferita lieve espresse il desiderio di continuare lo scontro, ma i medici come da unito verbale, dichiararono di comune accordo che si trattava di una ferita da taglio al polso destro interessante la cute, il connettivo sottocutaneo ed il tendine estensore del pollice tale da metterlo in notevoli condizioni di inferiorità di fronte all’avversario. In seguito a tale giudizio dei medici lo scontro vene fatto cessare. I rappresentanti unanimi dichiararono che i duellanti si comportarono da perfetti gentiluomini. Non avvenne la riconciliazione“.

La storia avrebbe in seguito ulteriormente diviso le strade percorse dai destini dei due uomini che si erano incrociati come le lame taglienti delle sciabole usate per un duello che non ha portato forse alla formale riconciliazione tra di loro, ma che di ben certo ha dato consistenza ad uno fra i più noti esempi degli ultimi duelli disputati fra note personalità accomunate dal calcare la medesima scena dell’onorabilità ricercata, quale perla irrinunciabile per un bilancio a pareggio della storia d’ampio raggio dove si erano spesi pubblicamente fino in fondo, con tanto di sfida all’arma bianca.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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