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Brescia – La luce radiante dal riflesso cromatico dei dipinti, nell’impatto emanante dai contesti figurativi nei quali molteplici loro particolari sono sospinti, pare amalgamare la diversificata proposta artistica rispettivamente interpretata da Tomaso Maggini e da Livia Giovanna Marpicati, nell’appuntamento espositivo che il 2013 circostanzia al civico 4 di vicolo delle Stelle, a Brescia, fino a mercoledì 27 novembre, con orari d’apertura quotidianamente distribuiti dalle ore 16.00 alle ore 19.30, tranne il lunedì, a cui la mostra dei due autori bresciani fa coincidere il giorno di chiusura.

Mostra alla quale è abbinato il catalogo, contrassegnato dal numero duecentodue per le “edizioni Aab”, dal titolo evocativo del duplice e riuscito appaiamento, corrispondente nel termine “Duetto” alla medesima denominazione, posta in capo a quel composito allestimento che relega alla mostra un corposo raffronto di un compenetrato assortimento, accolto e valorizzato dall’accurata e puntuale ricettività culturale dell’Associazione Artisti Bresciani, nella sede della quale l’esposizione stessa è ubicata.

A tale sodalizio i due autori si confanno anche per i rispettivi percorsi formativi che, nel contesto dei corsi tenuti dal prof. Enrico Schinetti, ha loro offerto la qualificata opportunità di una personale applicazione, nel confronto ideativo della propria ispirazione, manifestata nell’alveo di una via pittorica confacente ad una sentita e funzionale introspezione.

E’ ancora l’Associazione Artisti Bresciani (Aab) a costituire il luogo d’intersecazione del peculiare incedere compositivo, riferito all’impegno che su di esso, sia Tomaso Maggini che Livia Giovanna Marpicati, esercitano da anni, convogliandone in una mostra, armoniosamente congiunta, l’indotto afferente ad una convinta ed assecondata tradizione della quale la propria adesione all’arte non è mai stata disgiunta da una coerente partecipazione.

Tomaso Maggini giunge all’arte osservando la natura delle cose, prese nel proprio ambito originale, oppure sperimentandone l’incontro visivo in quell’effettiva contestualizzazione personale nella quale l’opera dell’uomo è intervenuta a creare una pregnanza d’effetto circostanziale, come, nel caso dell’uno, è il paesaggio, nella versione dell’altro, è invece la natura in posa.

Alla cascina Persello, situata fra i campi di Torbole Casaglia, in prossimità del territorio di Travagliato, nella campagna pianeggiante ubicata ad una dozzina di chilometri da Brescia, l’autore ha il proprio studio di pittura dove, fra l’altro, confeziona le sue tele con quelle cornici “francescane” che sono da lui realizzate secondo uno stile attraverso cui anche quelle esposte in mostra sono omologate.

Pittore da cavalletto, sfida la fugace mutevolezza degli istanti passeggeri, avviluppanti il contesto osservato a cielo aperto, con l’uso impegnativo della pittura ad olio che rende alle sue opere quella fedele robustezza d’immagine che si addensa nel fulcro figurativo, fissandone l’attestazione piacevole di un efficace estro espressivo.

Di lui, Lucia Manenti, curatrice della mostra che con l’appellativo “Duetto” il 2013 coniuga al proprio calendario compreso fa il 9 ed il 27 novembre, ha, fra l’altro scritto, sull’accennato libro, realizzato a catalogo dell’esposizione, attraverso la pubblicazione recante il patrocinio del Comune e della Provincia di Brescia, in un’edizione diversificante l’inizio della cinquantina di pagine, a seconda del verso con cui risultano rappresentate, nell’insolito taglio di una duplicità d’esordio di copertina, dedicata, nell’una e nell’altra faccia, ad un artista diverso: “Il suo attimo pittorico non è caducità delle cose, ma è l’esaltazione del valore di quell’attimo, della felicità del vedere qualcosa che si ama e che piace. E’ il piacere del suo e poi del nostro colpo d’occhio. L’intento di Maggini è il racconto, è il raccontare. Condizionato solo dalla sincera passione per la pittura, è libero da influenze superflue e citazioni manieristiche contemporanee”.

L’oggettivazione ortofrutticola delle opere di Tomaso Maggini ingentilisce la ruvidezza della terra e la ruralità grezza di un certo comune retaggio agrario che si apprezza anche per la poesia dei significati connessi al mistero della vita germinativa e del ciclo formativo del tempo che modella in una possibile silloge contemplativa l’approccio dell’attività umana sul campo della cura pedissequa e della pazienza immessa nel creato in una simbiosi partecipativa.

Quella cura che ordina la campagna fra campi, filari di alberi e sorprendenti geometrie palpitanti di vegetali, messi a dimora nei solchi produttivi dai quali scaturiscono a tempo debito i prodotti che di tali ricorrenti essenze sono speculari.

Tomaso Maggini ghermisce pittoricamente il fascino con cui manifesta la proporzione pluritematica dei prodotti della terra coltivata e del correlato ambiente paesaggistico in cui afferra la vena di una luce allusiva della vita stessa che in essi concettualmente persevera.

Nella proposta pittorica di questo autore bresciano c’è un ciclo di stagioni rapportato al terreno coltivo, per quelle vie che a questo elemento primordiale conducono attraverso le minuziose nature in posa, con i fiori, le verdure, le uova ed i frutti, a volte sistemati su certi drappi damascati d’arzigogolati abbellimenti, dove pone l’essenziale oggettistica di una rurale rappresentazione figurativa, espressa in relazione al corrispondente periodo dell’anno di produzione, mentre, su altro versante, tale sollecitudine, suffragata da una solida dimestichezza della tecnica, avviene per il tramite di interpretazioni di più ampio contesto, quali affabulazioni vedutistiche che privilegiano il territorio bresciano, con qualche, in questo appuntamento espositivo, lusinghiera divagazione di un altrove ambientato a ridosso delle trentine vette alpine e sul profilo di pianeggianti scene padane d’approdo fluviale.

Scene che, per la pittrice Livia Giovanna Marpicati, si traducono invece nell’interessante modalità di un’altra fonte d’ispirazione e di diversa metodica espressiva d’esecuzione, rivelandosi rapportate a contesti dove la matrice della tradizione pare lasciare maggior spazio a motivi di una coraggiosa riflessione sui “non luoghi”, dove l’attuale assetto sociale trova implicitamente una crescente e diffusa forma della propria effimera risoluzione. Al centro di alcune sue opere pare di avvertire riecheggiare la poesia di Eugenio Montale, dal titolo “Forse un mattino” (1925): “Forse un mattino andando in un’aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore di ubriaco. Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto alberi case colli per l’inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto”.

In questa assimilazione “social psicologica” dell’integrazione dell’uomo nella sua esperienza esistenziale, sia comunitaria che individuale, la figura umana è parzialmente svelata nei suoi tratti intrinseci, apparendo maggiormente rappresentata in quella formulazione espressiva di contorni che sono ad essa estrinseci, intendendo l’essere umano quale protagonista della realtà, presa ad oggetto di un’acuta introspezione che sembra addurre il senso di una pittorica traccia di possibile consapevolezza, nella critica riappropriazione di una certa contingenza sociale d’estraniazione.

In relazione a questi aspetti che, fra altri, compongono la rosa delle caratteristiche emergenti dai dipinti ad olio, salvo uno, eseguito in “collage carta su pannello MDF”, che costituiscono, per questa autrice bresciana, la proposta espressiva della mostra cittadina, interviene Milena Moneta, fra le sue considerazioni poste fra le prime pagine della pubblicazione, disponibile a catalogo dell’iniziativa espositiva della quale la stessa ne è la curatrice: “Allora la ripetitività delle immagini, figure senza un volto definito, forse prive di un’anima che stanno ancora cercando, accenna ad un società omologata e consumistica (il centro commerciale portatore di anonimia, moltiplicatore di falsi bisogni, sostituto dei luoghi dell’incontro). Allora si insinua un fremito di fragilità e desolazione, pur se l’attesa è ancora ostinatamente attraente”.

L’avvicendarsi stilistico di un iperrealismo intercalante, rispettivamente, ora nell’indugio geometrico, ora nell’astrazione, mostra l’autrice appassionata nella spontanea ricerca del colore.

Cromie vivaci e briose sembrano sezionare, in sciabolate di effetti di luce derivanti dalle campiture raccolte in variegate orditure espressive, la complessità di opere che inducono alla scommessa di una riflessione che, affidata alla natura di vari elementi colti dal reale, sembra rinnovarsi sul piano dell’aura insondabile situata a ridosso della vita, riscontrabile nella pseudofuturistica versione espressiva, interpretata dalla versatile vocazione pittorica di Livia Giovanna Marpicati.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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