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polizia in divisa d'altri tempiContravvenzione per coloro i quali, di notte, avessero dimenticato aperta la porta della loro abitazione, mentre un’analoga sanzione pare fosse pure comminata per l’avere trasgredito al divieto della vendita di frutta non ancora matura.
Le due diverse casistiche si riconducono ad una serie di casi legati alle cronache di altrettanti articoli di stampa, rispettivamente apparsi il 23 maggio 1911 ed il 9 giugno dello stesso anno, tra le pagine del quotidiano “La Sentinella Bresciana”, in relazione al fatto che fossero stati “dichiarati in contravvenzione tutti quei proprietari che nottetempo dimenticano aperte le porte delle loro case. E ciò per non offrire maggior esca ai numerosi ladri che infestano la città. Ieri notte, per questo motivo veniva constatata la contravvenzione a M.R di via Pietro Tamburini; F.F. in via Battaglie; R.E. in corso Garibaldi; F.A. in via Bova; M.V. in Corso Mercanzie; V.G. in vicolo Sant’Ambrogio”.

Se la prima vigilanza degli ingressi domestici doveva essere a carico di quanti in una abitazione vi si ritrovavano presenti, non di meno, per la frutta ancora acerba, era dettagliata una implicita e sanzionata reprimenda: “(…) è vietata la vendita delle frutta immature, le quali possono essere causa di gravi disturbo gastro-intestinali. I venditori e rivenditori interessati sono diffidati che verranno sequestrati e distrutti tutti quei generi che fossero trovati esposti al pubblico in istato di non perfetta maturanza e ciò senza pregiudizio delle penalità sancite dalle leggi e dai regolamenti vigenti”.
Fra questi ed altri casi, era questa l’epoca nella quale, fra l’altro, si pensava di istituire finalmente anche a Brescia una questura, in quanto la città, pur ovviamente già provvista di qualificate e di organizzate forze dell’ordine, non era però ancora contraddistinta dalla effettiva disponibilità operativa di tale importante sede istituzionale che, di tutta una serie di importanti funzioni espletate a favore della tutela della legalità e, contestualmente, svolte per la prevenzione, il contrasto e la repressione della criminalità, poteva prestarsi ad esserne meglio rappresentativa.

bonicelli giacomoA questo stava pensando il deputato, liberale moderato, avv. Giacomo Bonicelli (1861 – 1930) di Brescia che, venerdì 10 febbraio 1911, durante una seduta parlamentare della ventitreesima legislatura dell’allora Regno d’Italia, specificava, nell’ambito di un suo più ampio intervento, espresso in tale supremo consesso assembleare che: “(…) Brescia, con settancinquemila abitanti circa, città di confine, con 960 esercizi pubblici da sorvegliare, con uno sviluppo commerciale e industriale intenso e rapidissimo, con un movimento operaio parimenti intenso di immigrazione ed emigrazione continua, non ha ancora una questura; mentre l’hanno Verona con numero quasi pari di abitanti e minore importanza, Pisa con sessauntunomila abitanti, Ancona con cinquantaseimila, Parma con quarantanovemila, tutte città con minor movimento e quindi in condizioni senza dubbio più favorevoli dal punto di vista della sicurezza pubblica. E non avendo questura, Brescia non ha nel suo ufficio provinciale che una quarantina di agenti di pubblica sicurezza in pianta, che in fatto poi si riducono a venti o a venticinque agenti, perché gli altri, per una ragione o per l’altra, sono quasi sempre dislocati altrove. Ora io domando all’onorevole sottosegretario di Stato come sia ammissibile che quest’esiguo manipolo di agenti, e il prefetto e il commissario, funzionari valorosissimi, per miracoli che facciano di abnegazione e di zelo, come sia possibile che quest’esiguo manipolo disimpegni una somma di lavoro eguale, anzi maggiore di quella per la quale il Governo, ad Ancona, a Parma, a Pisa, a Verona stima necessario e mantiene un numero di agenti, nientemeno che quadruplo!”.

Nell’imputare a certi vincoli, fino a quel momento, posti al reclutamento del personale ed alle correlate condizioni del bilancio statale, l’impedimento ostativo all’aver eventualmente già potuto disporre quanto fosse concernente la sollecitudine dell’assegnare una questura a Brescia, il sottosegretario di Stato per l’interno, on. Teobaldo Calissano (1857 – 1913), riteneva comunque opportuno replicare al deputato bresciano, destinato in futuro a ricoprire i ruoli rispettivamente di sottosegretario ai Lavori Pubblici ed all’Interno, come pure ad essere poi nominato anche senatore, che “(…) non creda l’onorevole Bonicelli che il rimedio a tutti i mali, consista nell’impianto di un ufficio di questura. Se egli sapesse ciò che avviene in altre città, dove gli uffici di questura sono da tempo istituiti e l’organizzazione è ben formata, riconoscerebbe che non è certamente da questo che possa dipendere la risoluzione del problema, a cui egli si dedica con tanto amore. Sono ben altri provvedimenti, e di altra indole, che bisogna adottare. Ma l’onorevole Bonicelli si preoccupa del personale e a questo riguardo non può dimenticare che, appunto perché l’organico assegna alla città di Brescia un numero limitato di funzionari, il Ministero anche di recente ha aumentato colà il numero dei delegati di pubblica sicurezza. Questo basti per dimostrare che il Ministero sente il dovere di prendere quei provvedimenti che sono nei limiti delle sue possibilità”.

Con una legge entrata in vigore il primo agosto 1911, insieme ad Alessandria, Foggia e Lecce, Brescia otteneva una propria questura di pubblica sicurezza, come documenta “La Sentinella Bresciana” del 2 luglio precedente, che, fra l’altro, citando pure l’onorevole, avvocato, Pietro Frugoni (1847 – 1925) anch’egli liberale moderato bresciano, sottolineandone il ruolo avuto in tal senso, unitamente a chi ne aveva fortemente caldeggiato questo poi raggiunto obiettivo nella pertinenza del dibattito politico parlamentare, evidenziava che “E’ cosa questa per la quale va data lode all’on. Bonicelli che in una sua vivace interrogazione alla Camera nel febbraio scorso ha dimostrata la necessità della riforma dell’ufficio di Pubblica Sicurezza nella nostra città e della utilità di istituire qui, non un ufficio presieduto da un Commissario, ma un vero ufficio di Questura”.

Primo questore di Brescia è stato il commendatore Avito Poggioli che, in quel periodo, fra l’altro, anno, per la stessa città, di fondazione della società “Brescia Calcio”, era destinato a reggere tale importante incarico dalle medesime disposizioni ministeriali che prima lo avevano nominato per la medesima delicata veste istituzionale a Cagliari dove, al momento del provvedimento, ancora si trovava a prestare il proprio servizio al vertice della questura di pertinenza nella lontana Sardegna, mentre dalla più vicina Milano, arrivava, in qualità di un suo stretto collaboratore, il cav. Ernesto Cimarelli, fino a prima del trasferimento, commissario nel capoluogo meneghino e quindi promosso a quell’incarico di vicequestore che, come informava il giornale quotidiano “La Provincia di Brescia” del quattro agosto 1911, era contemperato alla presa di servizio, stabilito per tutti e due, il giorno 16 del mese stesso.
Nei medesimi giorni, si erano concretizzati, in questo ambito, anche alcuni avvicendamenti, attestati, fra l’altro, da alcune brevi righe inserite fra le cronache cittadine de “La Sentinella Bresciana”: “Oltre al cav. Coschi, proveniente da Napoli, è stato destinato alla Questura di Brescia il commissario cav. Alberto Serrao, distinto funzionario al quale pure diamo il nostro cordiale benvenuto”.

sede della questura via musei bresciaCirca un paio di anni dopo, la “Gazzetta Ufficiale del Regno d’Italia” dell’8 aprile 1913 formalizzava la collocazione a riposo del “questore di Prima Classe”, comm. Avito Poggioli che era stato il funzionario principalmente afferente a quell’ingente processo riorganizzativo di cui, nell’edizione de “La Sentinella Bresciana” del 28 luglio 1911, se ne dava cenno di un locale e diffuso sentore, dandone i ragguagli in una dettagliata ed in una svelata rivelazione: “(….) A Brescia avremo un questore, un vice questore, tre o quattro commissari e, per il comando della brigata delle guardie, un capitano, un tenente e un sottotenente. L’ufficio di Questura verrà probabilmente trasportato nel palazzo dove si trovano attualmente i carabinieri, i quali trasporteranno a loro volta le tende nella caserma, occupata ora dall’artiglieria di S. Maria, ai giardini pubblici. Oltre la sede principale della Questura avremo due o tre sezioni così distribuite: una a Porta Venezia, l’altra a Porta Sant’Alessandro e la terza a Porta Trento e ciascuna sarà diretta da un Commissario”.
La novità comportava anche l’individuazione della sede della questura bresciana, transitata poi, nel tempo, da piazza Tito Speri, a palazzo Martinengo di via Musei, zona del Foro Romano, fino alla perdurante sistemazione in via Botticelli, mentre altri aspetti, connessi, nella calda estate del 1911, agli utili risvolti occupazionali di questa innovazione strategica e strutturale che chiamava a sé ulteriore personale, si esplicavano nella precisazione ascritta, dalla medesima fonte giornalistica, a quelle effettive opportunità che erano proporzionalmente asservite ad una “carriera onorata e remunerativa” in Polizia.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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