In quell’epoca, risalente a circa cinquecento anni fa, sembrava bastasse la recita quotidiana del rosario per guadagnare 100 anni di indulgenza, mentre, se fosse stato recitato a favore dei defunti, erano 500 gli anni condonati, rispetto alla durata inflitta dell’eventuale pena del purgatorio.

Un semplice pezzo di carta, ritagliato dal tempo in contorni sagomati dall’irregolarità dello sciupìo di fibre e di parole inchiostrate, riveste, fra macchie, pieghe ed abrasioni, gli obblighi e le licenze per una particolare remissione dei peccati .

Le indulgenze, come metodiche di fede per un sereno riscatto a favore del paradiso, si adagiavano, nei propri precetti, anche nella scrittura minuta, stesa in linee inclinate grafologicamente verso un alto piglio ottimista, sull’intera superficie del documento cinquecentesco. Datate 29 novembre 1563, le due facciate di quell’unico foglio, vocato, fronte-retro, come si usa dire oggi, al tema del beneficio delle indulgenze, si rivolgevano ad ogni credente, nel metter speranza al sommo bene desiderato della salvezza nell’eternità della “Comunione dei Santi”.

All’incertezza di possibili pene temporali per peccati compiuti o ancora a venire, l’intento era di mettersi ai ripari con la fede che si coniugava a regole precise di preghiere, contabilizzate in quantità ed in ricorrenze di festività, dove, al di là del semplice computo di numeri, la spiritualità dell’investimento era a favore dell’anima.

La preghiera sostenuta in ogni appunto del manoscritto definiva anche “(…) che ogni volta che levarà la mente a Dio raccomandandosi a luy et ringraziandolo guadagnerà 100 anni di indulgenza…”, in un conteggio che saliva addirittura a mille, cifra spinta all’iperbole esponenziale di un’auspicata stima sostanziale, nel caso che “….stando udir messa o predica guadagnerà mille anni di perdono…” .

Nei pressi di Brescia, tali precisazioni pare avessero trovato terreno fertile nella parrocchia di Travagliato, nello storico archivio che, al manoscritto in questione, risulta ad effettiva sede particolare dove è pure fattuale che, nella sua forma scritta, abbia avuto la cura di una conservazione fra le fonti più antiche, custodite nelle memorie di ormai perdute vicende della realtà locale.

In questa prospettiva di pratica devozionale, un altro passo dello scritto accennato viene a confortare con numeri e prescrizioni la debolezza della condizione umana che tra queste proporzioni trova una misura per addentrarsi in un supposto confronto fideistico, ricamato addosso ad un presunto futuro, sedicente previsione attribuita ad un pio calcolo probabilistico: “…che in tutte le domeniche et feste del Signore, della Madonna e degli Apostoli e delli Dottori della Chiesa di sancto Micaele de santo Gion Battista di sancta Maria Madalena et de tutti li santi confesandosi et comunicandosi et tenendo dolor de soy peccati dizendo volta a volta il credo et 7 pater noster et 7 ave marie per modum suffragiy cava 7 anime del burgattorio…” .

Fede ed opere, artefici di salvezza che, svincolate da ogni superstizione, mettevano, comunque, in risalto, nell’esteriorità delle forme, quello che avrebbe dovuto essere il contenuto di devozione cristiana insegnata da precetti speculari ad una consapevole sensibilità interiore, come quello: “(…) che passando avanti le immagini o croce del Signore o della Madonna o d’alcun santo et facendosi riverenzia guadagnerà 100 anni di indulgenza…“.

Il manoscritto sembra sia stato redatto durante la fase conclusiva del Concilio di Trento (1545-1563) nella quale la Chiesa tentava di riconciliarsi con gli “eretici” luterani e di provvedere, in ogni caso, ad una propria riforma, dal cui intento, l’accezione programmatica di “controriforma”.

L’eco di quel periodo pare rovesciarsi nel menzionato testo delle indulgenze nel leggere: “(…) che dicendo la corona della madonna ovvero il suo Rosario et pregando per la redenzione delli heretici guadagnerà tutte le indulgenze di Roma.”

Analogo proposito di merito era pure specificato per il tramite di un ulteriore enunciato: “(…) che ogni sera che farà li esamine della sua coscienza pentendosi et proponendosi di emendarsi et confessarsi al tempo debitto et dizendo tre pater noster e tre ave marie per il felize statto della santa Chiesia harà indulgenza plenaria…” .

Il perdono di tutti i peccati era prefigurato anche per colui: “(…) che ogni volta che si confesserà o comunicherà o dirà mesa o ver la farà dire fazendo orazione per la reduttione delli hereticy averà indulgenza plenaria….

Caso simile, preventivato nel medesimo manoscritto, prodigo di indulgenze, in uno schema d’azione, espresso a loro cartina di tornasole, era anche “(…) che in tutte le dominiche et festi de tutto l’anno dicendoli la corona dela Madona o ver il suo rosario et orando per il felize stato della Chiesia santa harà indulgenza plenaria…” .

Addentrandosi ancora nella lettura del manoscritto, si ritrova un ulteriore precetto tuttora sentito e ricorrente in simili condizioni: “….che orando per le anime che sono al purgatorio guadagnerà per modo di suffragy tutti li gratie et indulgenze che si sogliono dar a quelli che visitano le chiese et altri lochi piy che sonno fori et dentro di Roma acciò deputtato il giorno de morti li quali grazie, volendo conseguir, bisogna eser contrito et confeso..“.

Indulgenze, quali esplicite indicazioni devozionali, di volonterose pratiche confessionali, anche come aspetti di una ricerca verso una pienezza di vita rivolta all’ultraterreno vasto orizzonte del profondo mistero che avvolge l’intera esistenza dal quale attingere virtuose certezze ideali, nel dar risposte di senso, all’impossibilità d’intenderlo, se non nel significato evangelico della fede.