Al nome di Elena, un dolce in dedica, con tanto di ricetta per la sua preparazione.
L’iniziativa si profilava, con il primo di agosto, mentre si avvicinava la data del suo onomastico che, in quei giorni, era anche quello della regina d’Italia, Elena del Montenegro (1873–1952), moglie del re Vittorio Emanuele III (1869-1947).

Un’annuale ricorrenza che si approssimava anche in quel 1937, quando il periodico “La Cucina Italiana” abbinava, al primo di agosto, l’uscita in stampa dell’edizione dove, in relazione alla ricorrenza del 18 dello stesso mese, era, fra le varie pagine, presentata la ricetta di un nuovo dolce, testualmente chiamato con il nome della regina Elena da cui la prelibatezza riceveva, per via della denominazione, un particolare evocativo, rispondente ad un’assonante considerazione.

Dolce per il 18 agosto. (….) Volevamo farle una grata sorpresa e chiedemmo alla natura l’ausilio dei suoi prodotti più fini, studiammo la dosatura con pazienza di alchimisti e la sorpresa per la nostra graziosa amica riuscì in pieno: nacque la torta mandorlata “Elena”. Dunque: dolce per il 18 agosto. Ecco come si confeziona. Dosi. Per una torta sufficiente per 8 persone occorrono: 50 gr. di fior di farina, 50 gr. di crema di riso, 125 gr. di zucchero, in polvere, 1 cucchiaio da caffè di zucchero vanigliato e 4 uova piccole o 3 grosse. Manipolazione. Prendete uno stampo di circa 23 cm. di diametro per 5 di altezza, rivestitelo abbondantemente di burro e impolveratelo con un cucchiaio di farina. Stacciate le due farine insieme: ponete lo zucchero (meno due cucchiai che serberete) in un grande catino e lavoratelo con i tuorli, uno ad uno, non aggiungendo l’altro se non quando la pasta abbia acquistato una certa consistenza. Quando ciò sarà ben preparato, battete l’albume delle uova fino a che sia ridotto come neve e per impedirne la decomposizione aggiungetevi i due cucchiai di zucchero che avete messi da parte. Dunque avete: il catino con la pasta, la farina e le chiare battute; aggiungete queste alla pasta a cucchiaiate, alternate con una di farina, senza lavorare la pasta, ma sollevandola leggermente in modo che divenga quasi gonfiata.
Quando tutto sarà bene incorporato, versate la pasta nello stampo e ponete questo nel forno medio a calore regolato, in modo che il dolce si gonfi leggermente e la cottura avvenga in 40 minuti circa. Sorvegliate il calore e abbassatelo un poco a metà cottura; a questo punto è opportuno coprire il dolce con carta imburrata (il burro sulla superficie) per impedire che si colori troppo. La cottura sarà terminata quando gli orli della torta si distaccheranno dallo stampo. Guarnizione. Occorrono: qualche cucchiaio di gelatina di ribes o di lampone, 150 grammi di zucchero per la caramella (zucchero da candire) e due dozzine di grosse mandorle. Mondate le mandorle e ciascuna dividetela in due parti con la punta di un coltello. Tagliate il dolce in tre parti nel senso longitudinale; spalmate ogni parte con la gelatina e rimettetele una sull’altra, cospargendo la superficie dell’ultima. Disponete tutto intorno come è mostrato nell’illustrazione”.

Non è dato, qui, sapere in che modo l’allora regina d’Italia abbia manifestato di apprezzare l’ideazione di un dolce, recante il suo nome, in quanto, fra ciò che appare dai suoi stessi tratti biografici maggiormente salienti, sembra che risulti più diffusamente acclarato che a lei fosse più congeniale il pesce, se non altro, come preda di una spiccata passione per la pesca, solitamente condotta di persona anche a ridosso delle lunghe giornate che avevano l’incombere del proprio onomastico, considerato al centro di un calendario pubblico, attento a celebrarne il rispettivo avvento, in un puntuale cerimoniale d’auguri istituzionalizzato che, anche sulle notizie dei giornali dell’epoca, aveva il sopravvento.

Tracce di questa passione venatoria che, tra l’altro, si intrecciavano con quella del marito, nella dinamica delle battute di caccia volte, invece, all’incetta di una pregiata selvaggina, emergevano emblematicamente, in prossimità della medesima stagione del solleone, anche da “La Sentinella Bresciana”, mediante la resa editoriale diffusa proprio il 18 agosto, giorno di Sant’Elena, del 1911: “La caccia del Re al camoscio in Valle Gesso. Cuneo 17 agosto. La terza caccia del Re al camoscio in valle Gesso si è svolta in prossimità del Chalèt della Sella. Il Re con lo stesso seguito che aveva partecipato alla precedente caccia alla Rocca di San Giovanni, partito dalla Palazzina di Sant’Anna alle 8,20, giungeva a cavallo alla stabilita “posta” alle 10,15. Data la vasta estensione di montagna che i battitori dovettero percorrere per indurre i camosci alla portata del tiro, soltanto a mezzogiorno, e soltanto dopo che i cacciatori avevano fatto sul posto la loro selezione, è incominciata la caccia che è continuata ininterrotta fino alle 15,45 collo sparo complessivo di 102 colpi. In confronto delle precedenti cacce, questa, riuscì abbondantissima, essendo stati abbattuti ben 48 camosci che furono poi trasportati alla palazzina di Sant’Anna. Furono catturati vivi altri tre camosci che saranno, come già altri catturati, durante le cacce dell’anno scorso, inviati probabilmente al giardino zoologico di Roma. Erano le 15,40 quando il Re rientrava a Sant’Anna, salutato da numerosa folla che erasi radunata presso il ponte Meriz. Corsero ad incontrarlo festosamente all’ingresso della palazzina i principini che si interessarono grandemente dei camosci catturati vivi. Era assente la Regina la quale poco prima era partita in automobile con una sua dama per la pesca alle trote nei gorghi Rlatan in prossimità del Ponte Rosso che segna il limite fra i comuni di Valdieri e di Entracque.”.

In tale amena riserva di caccia reale, nel bel mezzo cuneense delle Alpi Marittime che, in una contiguità naturale, si amalgamano, nell’avvicendarsi prorompente oltre il vicino confine con la Francia, in una condivisa tipicità territoriale, i sovrani erano ritornati in più di una occasione, anche nel 1913, reinterpretando, in pratica, un analogo copione d’attribuzione che, ancora alla pesca, aveva riservato alla regina un ruolo di conclamata e di abile distinzione.

L’indomani dell’onomastico della regina Elena, ancora la stampa dell’epoca, attraverso la quale era stata pure documentata, nell’anno appena menzionato, la sua trasferta alpina, informava circa la appena decorsa ricorrenza, agiograficamente recepita, che sembra, in un qualche modo, poter anche sopravvivere nell’eco lontana di una trasversale memoria storica collettiva, in relazione al caratteristico abbinamento personale dell’appellativo, aleggiante, cioè, nel retaggio regale di cui risulta esser esplicativo, per la popolare figura istituzionale alla quale si riferiva, nell’invalsa corrispondenza di un riscontro connotativo: “La Sentinella Bresciana. 19 agosto 1913. L’onomastico della Regina Elena. Ieri, il vessillo nazionale, esposto dai pubblici edifici, dalle caserme e da molte case private, annunciava la ricorrenza di una data cara agli italiani, quella dell’onomastico della Regina Elena, la soave augusta Donna che intorno a sé ha suscitato tanta ammirazione e così vivo affetto per le sue virtù famigliari e per la sollecitudine, la gentilezza ed il coraggio addimostrati nelle calamità nazionali. Tutto un popolo unanime e riconoscente ha ieri fatto voti che l’augusta Donna continui lungamente a diffondere dalla reggia l’esempio della sua rettitudine, il profumo della sua squisita gentilezza”.