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Brescia – Numeri e prescrizioni hanno proporzionato l’emigrazione italiana nello storico insieme di quei molteplici fattori con i quali il suo dispiegarsi si è manifestato nell’esodo comune ai fenomeni migratori.

Una realtà, travalicante i confini dei continenti, che si è caratterizzata da elementi propri alle epoche durante le quali si è espressa, secondo quelle tipiche differenziazioni che, rispetto all’oggi, si discostano non solo per la diversità dei tempi che alla odierna contemporaneità risultano di gran lunga anteriori, ma anche per la natura delle prescritte modalità, attraverso le quali, in relazione a certe opportunità, gli emigranti stessi dovevano conquistarsi il ruolo di poterne essere i fruitori.

Niente vitto ed alloggio gratis per chi emigrava dall’Italia nel luogo dove generalmente una serie di regole condizionanti accoglieva il suo arrivo nel contesto selettivo volto a confutare l’eventuale permanenza dell’immigrato alla luce di una valutazione che dalla stessa ne promanava le caratteristiche in una diretta attribuzione, come nel caso dell’Inghilterra, a proposito della quale “La Provincia di Brescia” del 01 febbraio 1904 riferiva che “(…) Ogni emigrante dovrà presentare al suo arrivo in porto inglese un regolare passaporto rilasciato dal Paese d’origine in cui sarà fatto cenno alla moralità dell’individuo. Esclusione. Ogni individuo la cui moralità o condizione igienica non soddisfacesse agli ufficiali delegati al “Board of Trade” che assistono allo sbarco, può essere escluso dall’entrare nel Regno Unito. Responsabilità delle Compagnie di navigazione. Le Compagnie di navigazione dovranno ricondurre al porto d’imbarco l’individuo di cui l’ufficiale del “Board of Trade” non ha permesso lo sbarco. Registrazione. Gli immigrati ammessi allo sbarco dovranno dichiarare in quale distretto intendono stabilirsi e quindi verranno registrati dall’ufficio di polizia che eserciterà su di essi la ferma di sorveglianza che riterrà più opportuna. Proibizione di residenza. Nel caso che gli stranieri affluissero in un determinato distretto, le autorità britanniche avranno facoltà di negare all’immigrato la residenza nel distretto medesimo, obbligandolo a scegliere un’altra località. Le contravvenzioni a queste prescrizioni sono punite con pene che variano dalla multa pecuniaria, alla prigione ed all’espulsione”.

A cavallo fra Ottocento e Novecento la monitorante statistica applicata agli emigranti italiani accompagnava l’inesorabile tramonto di un secolo nel prefigurarsi della prospettiva di una subentrante epoca, pure destinata ad essere pervasa dal contingente flusso di quegli espatri che hanno distillato l’effettiva essenza di una notevole emigrazione, avviata nell’altrove lontano, raggiunto in remoti territori.

Fra le mete conseguite, si profilavano gli spazi dell’emisfero boreale, fra i meridiani ed i paralleli che sancivano, in America Latina, quegli spiragli occupazionali aperti anche sulla Bolivia, per quanto vi pare si rilevasse, secondo la stampa locale, tra le pagine de “La Sentinella Bresciana”, il 16 ottobre 1897: “Emigrazione in Bolivia. (Rapporto del signor Ingegnere Alberto Manno referente il Regio Consolato in La Paz). Gli italiani che professano arti liberali potrebbero in piccolo numero trovare qui un certo benestare: i medici esercitando liberamente, dopo essersi sottoposti ad un esame generale in spagnuolo od in francese; gli ingegneri impiegandosi presso il governo e le miniere. In questo ultimo caso dovrebbero procurarsi prima un regolare contratto. Gli scalpellini sono ricercatissimi e, se abili, possono guadagnare quattro boliviani a(…) al giorno. I muratori possono guadagnare da 5 a 6 franchi. Esperti fabbri e falegnami che venissero qui in piccolo numero e per proprio conto, troverebbero buon guadagno”.

L’informazione che subordinava l’eventuale inserimento lavorativo al profilo costitutivo di certe mansioni, pure configurate, in certi casi, nella richiesta conoscenza delle lingue in un esplicito requisito imperativo, emergeva dal contesto di quella fine Ottocento, sull’onda della quale, l’allora quotidiano “La Provincia di Brescia” del 22 ottobre 1897 astraeva la stima veritiera delle cifre entro le quali l’emigrazione si poneva, nello spessore esorbitante oltre le proporzioni di un’estemporaneità passeggera, rivelandosi, in questo modo, proporzionata alla massa della conteggiata incidenza migrante ed itinerante della quale la natura degli spostamenti migratori ne era implicitamente foriera: “In quest’anno vi è stata una qualche diminuzione nella emigrazione dall’Italia. Complessivamente nel primo semestre 1897 emigrarono 190604 persone, contro 196027 persone nel corrispondente semestre del 1896. Questa diminuzione è tutta nella emigrazione permanente; anzi, questa, da 94516 persone è discesa a 82350; mentre è cresciuta da 101511 a 108245 persone la emigrazione temporanea, quella cioè che è in gran parte costituita da coloro che si recano nei Paesi limitrofi a lavorare determinate epoche dell’anno”.

Immigrati _bodyIn questa complessiva consistenza, un’ulteriore fonte giornalistica, rappresentata da “La Sentinella Bresciana” del 23 ottobre 1897, specificava la provenienza degli emigrati a seconda della zona d’origine in ordine alla quale potevano essere raggruppati: “La Gazzetta Ufficiale pubblica alcuni dati statistici sull’emigrazione italiana all’estero, avvenuta nel primo semestre del 1897. In queste primo semestre gli italiani che uscirono da Regno furono 190604: di questi 82379 temporaneamente e 108245 a tempo indefinito. Nel primo semestre 1896 l’emigrazione all’estero aveva dato un totale di 196027. Le regioni che hanno dato, da gennaio a giugno 1897, un maggior contingente all’emigrazione sono il Veneto con 89239 emigranti; la Campania con 21169; La Lombardia con 14760 e il Piemonte con 11776. Da una tavola poi, pubblicata dalla stessa Gazzetta Ufficiale, in cui è riassunto il movimento generale dell’emigrazione permanente e temporanea, apprendiamo che essa, in un ventennio, cioè dal 1876 al 1896, è gradatamente salita da 108771 alla bella cifra di 306127”.

Negli stessi giorni, fra l’altro, si dava pure la drammatica notizia inerente la sventura capitata a quanti, nel tentare la sorte attraverso un lungo tragitto in mare, si accingevano, a Genova, ad affidarsi alla navigazione a bordo del piroscafo “Agordat”, per raggiungere il Brasile, come appare anche descritto nella sintesi stilata sul caso dal resoconto che “La Sentinella Bresciana” riportava il 20 ottobre 1897, riferendosi al carico umano di “1184 emigranti appartenenti a diverse province. Fra questi, secondo quanto ci scrive un nostro amico residente a Genova, vi sarebbero quattro contadini della bassa bresciana. Nostro concittadino è pure il medico incaricato del servizio a bordo dell’Agordat. Ed ecco, nella sua tristissima realtà come avvenne la catastrofe fra quegli infelici emigranti. I giornali di Genova così ne parlano nella data di ieri: Tra le 8 e le 9 di iermattina venne fatta la distribuzione del rancio. Fu allora che cominciò a manifestarsi nei passeggeri un triste malore che in breve si diffuse in modo spaventoso. I primi ad essere colpiti dai dolori viscerali erano i bambini, i quali, poveretti, si contorcevano orribilmente, emettendo strida acutissime e quindi venivano soppressi dal vomito che li strozzava, rendendoli irriconoscibili. Gli adulti, uomini e donne, per il loro organismo più resistente, ritardarono alquanto a sentire gli effetti del male. In breve, due o trecento individui, parte a terra, parte a bordo, non si reggevano più in piedi; molti più gravi, avevano dopo i primi crampi e sforzi di vomito, perduto completamente i sensi e dal quel momento nacque la prima confusione, il primo scompiglio. Avvertita immediatamente la commissione portuaria che già si trovava riunita per la visita, e di cui faceva parte il dottore Cantù, addetto alla Regia Capitaneria, questi accorse tosto in mezzo ai malati, nei quali non tardò a constatarne i sintomi”.

Dalla drammatica contingenza, incalzante la ricerca delle possibili cause del presumibile avvelenamento, verificatosi in tale particolare situazione, fino allo strutturarsi, attraverso l’andare del tempo, di altre cronache successive, diluite nella prosecuzione delle varie azioni migratorie, si può constatare quanto, a vari livelli, gli avvenimenti abbiano impresso alla dinamica seguita dagli emigranti italiani le rigide prescrizioni da ottemperare perché potessero concretizzarsi le ispirazioni da loro adottate del trasferirsi, alla ricerca di un lavoro, in mezzo a nazioni lontane.

A tal proposito, tra le fonti dei mezzi di stampa bresciani, è la prima pagina de “La Provincia di Brescia” di mercoledì 10 luglio 1904 ad annunciare l’imminente firma del Re al regolamento per l’esecuzione della legge sull’emigrazione, già approvato dal Consiglio dei Ministri, dopo l’avvenuto avvallo del Consiglio di Stato.

Cinque titoli, pari ad altrettante sezioni tematiche ad essi corrispondenti, tratteggiavano l’articolato riferimento applicativo del postulato normativo che all’emigrazione dava una forma dettagliata di ordinamento connotativo, pure significativo dell’intento di strutturare la composita realtà del popolo debordante dalle necessità dell’espatriare, in modo che non si traducesse in una incontrollata invasione anarcoide verso le terre altrui, già bersagliate mete di altre generazioni da ogni dove ivi immigrate.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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