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Tra le notizie del tempo, quella primavera si apriva anche con un accenno a Mussolini, impegnato, insieme ad altri rappresentanti del medesimo consesso politico, a condurre a Roma le riunioni del congresso del Partito Socialista Italiano, mentre, in altra debita sede, ci si occupava dell’emigrazione, perchè fosse ancor più regolamentata, secondo i crismi ufficiali di una monitorata propedeutica d’applicazione.

L’intento era di assicurare agli emigranti transoceanici italiani un insieme di clausole di prescrizione, utili perchè negli Stati Uniti non sorgessero questioni contrarie alla loro effettiva accoglienza e ripartizione, tanto che anche queste informazioni erano state, fra l’altro, testualmente introdotte dall’eloquente titolo di “Per chi emigra in America”, in capo ad un articolo divulgativo de “La Provincia di Brescia” del 23 marzo 1914: “Il Commissario dell’Emigrazione, ricorda che gli emigranti i quali hanno ricevuto dall’America biglietti anticipati (purchè siano muniti di passaporto e siano nelle condizioni volute dalla legge americana) hanno diritto ad imbarcarsi sul primo piroscafo in partenza appartenente al vettore al quale tali biglietti sono intestati. Per usufruire di tale diritto, gli emigranti devono, non meno di dieci giorni prima della partenza, avvertire il vettore con telegramma o con lettera raccomandata, del fatto che essi sono in possesso di biglietti anticipati e della loro intenzione di partire subito. Nel caso che il vettore ritardi a rispondere, oppure si rifiuti di fissare i posti ai richiedenti, questi possono reclamare o direttamente al Commissariato per l’Emigrazione (Roma) oppure ad uno degli ispettori dell’emigrazione dei porti di Palermo, Messina, Napoli e Genova”.

Interventi d’orientamento e prescrittivi, come quello accennato, non risultavano rari nelle giornate interessate al fenomeno migratorio, oggettivato nelle dinamiche dell’espatrio di tutta una lunga serie di nostri connazionali, significando, pure, un insieme di esemplificazioni specificate sull’argomento, come quella disamina che, nell’ambito esotico di una “repubblica delle banane”, era andata a rappresentare i termini di una prospettiva da scongiurare, mediante la denuncia di un emblematico spaccato d’immagine che risultava indicativo della realtà con la quale l’emigrazione italiana pare trovasse un proprio problematico cimento da affrontare: “Emigrazione a Costarica. Giunse la notizia del Regio Ministero degli Affari Esteri che taluni speculatori americani, i quali possiedono piantagioni di banani nella repubblica di Costarica (America Centrale) hanno, per mezzo di emissari italiani, fatto promuovere pratiche clandestine in qualche provincia settentrionale del Regno per arruolare contadini destinati a lavorare nelle piantagioni suddette. I disgraziati che si lasciano illudere dalle promesse che a loro fanno i suaccennati emissari, accettano condizioni delle quali non ne conoscono il valore, come non conoscono le regioni dove vanno ad abitare e la qualità del lavoro che verrà loro assegnato. Il mezzo scelto dagli emissari per procedere agli arruolamenti dovrebbe di per sé stesso rendere guardinghi i nostri agricoltori e consigliargli a diffidare di chi opera di nascosto e fuori della legge. Ma, purtroppo, non avviene sempre così: e molti anziché rivolgersi per informazioni alle Regie Prefetture prima di accettare impegni, cadono ciecamente nell’inganno che deve condurli a certa rovina. E’ infatti, notorio che il banano si coltiva nel Costarica in siti palustri e talmente pestiferi che gli stessi braccianti del paese rifiutano l’offerta d’impiego in quella coltivazione fatta da negri della vicina isola di Giamaica. Le paghe sono bassissime in relazione con le esigenze della vita e le case d’abitazione sono catapecchie non certo adatte al lavoratore italiano che debba vivere in un clima che per esso debba dirsi torrido ed ove spesseggiano i casi di febbri perniciose. Ripetiamo, adunque, l’avvertimento già dato più volte ai nostri agricoltori desiderosi di emigrare: che cioè non accettino contratti, e soprattutto contratti verbali, per destinazioni e per lavori ad essi ignoti; e che, in ogni caso, si procurino prima, per mezzo di questo ministero, esatte notizie dei luoghi ove intendano recarsi e su quanto possa riguardare il loro futuro stabilimento”.

Se, fra quanto era stato pubblicato dal quotidiano “La Sentinella Bresciana” del 17 agosto 1899, c’era stato spazio per la sopra menzionata descrizione, in ordine ad una possibile trappola per l’emigrazione, nell’orbita di mete, invece, ascritte all’Europa, il riferito bilancio di un’altra soluzione aveva avuto l’ambito per una trattazione divulgata fra le colonne tipografiche della medesima testata giornalistica, il 27 maggio 1919, a riguardo di una serie di considerazioni espresse a margine dei molti italiani che erano emigrati in Francia: “Il prof. Gino Arias dell’Università di Genova ha tenuto alla Facoltà di Diritto e davanti ad un pubblico numeroso franco-italiano, una interessante conferenza sul tema “La Francia e la emigrazione italiana”. Il conferenziere, dopo avere esposte in rapida ed efficace sintesi, le vicende dell’emigrazione italiana e le cause di questo fenomeno, ha esaminato più direttamente l’emigrazione verso la Francia che, negli ultimi anni, rappresentava una quota assai minima e cioè l’otto per cento dell’emigrazione complessiva, mentre nel 1876-80, era assurta al 32 per cento. Secondo la tesi sostenuta dal conferenziere è desiderabile che, a pace firmata, l’emigrazione italiana in Francia abbia un grande movimento. La Francia, con l’acquisto dell’Alsazia Lorena e del bacino della Sarre, disporrà di una considerevole quantità di materie prime, delle quali potrà in parte notevole valersi per le proprie industrie, senza contare l’enorme ricchezza di cui dispone in forze idrauliche, calcolate a dieci milioni di cavalli a vapore. L’Italia deve fornire alla Francia la manodopera indispensabile per la ricostituzione economica della nazione e lo farà indubbiamente, lieta di collaborare a questa grande opera di pace, come fu con tutto il cuore al fianco della Francia nell’ora del comune pericolo. Ma è indispensabile, perchè una parte della corrente emigratoria italiana si rivolga verso la nuova direzione, che alla manodopera italiana sia assicurato un trattamento economico e giuridico pari a quello della manodopera francese”.

Il passo di un altro ventennio, da allora a seguire, e pure il lasso di tempo di un altro lungo e tormentato periodo bellico, intervenuto nei più disparati livelli d’ambientazione, analogamente alla Prima, ancor più nella Seconda Guerra Mondiale, era valso per fare, fra l’altro, affiorare una implicita tendenza nell’obiettivo d’emigrare che pare fosse riscontrato in Italia, nella pervenuta eco di masse d’uomini, loro malgrado, catapultati lontano dai lidi nostrani.

In pratica, già che c’erano, nel posto, cioè, dove si trovavano, chiedevano di restarci, come “Il Giornale di Brescia” del 21 giugno 1945 documentava: “I prigionieri italiani vorrebbero rimanere negli Stati Uniti. Washington ,21 giugno. Molti prigionieri di guerra italiani negli Stati Uniti hanno espresso il desiderio di rimanere in America dopo la liberazione, ma le leggi del paese non lo permettono. A quanto ha dichiarato il capitano Loreto Spaziani capo dell’Ufficio per i Prigionieri di Guerra Italiani presso il ministero della Guerra americano, essi dovranno essere inviati nuovamente in Italia prima di venire liberati. Per fare ritorno in America dovrebbero rientrare nella quota d’immigrazione italiana e ciò richiederebbe alcuni anni. Spaziani ha reso noto che almeno 175.000 prigionieri di guerra italiani si trovano sotto la giurisdizione dell’esercito americano in Francia, in Italia, nell’Affrica Settentrionale e negli Stati Uniti”.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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