Tempo di lettura: 6 minuti

Le peripezie di Ulisse ne avevano ispirato il nome, usato per alludere ad un viaggio contrastato al punto da averne ostacolata fino in fondo l’intenzione, vissuta, con tanta disperata ed accanita apprensione.

Il poema del paziente Odisseo si prestava, in un certo qual modo, a rendere l’idea, secondo una data caratterizzazione che allora, come oggi, aveva il volto drammatico di una sofferta e di una controversa ripercussione sui vari aspetti dove una convulsa dinamica umana diveniva preda anche di una spregiudicata e di una cinica speculazione.

Testimonianza, di questo, ne era, fra l’altro, il contenuto di un comunicato messo in stampa, il 7 luglio 1923, dal quotidiano bresciano “La Sentinella”, circa gli sviluppi d’indagine relativi ad una pregressa e drammatica questione: “L’odissea dei 160 emigranti clandestini. Napoli, 6 luglio. Nel settembre ultimo scorso, il transatlantico “Cretic”, lasciava il nostro porto diretto a Nuova York. Il personale di bordo era stato completamente rinnovato e soltanto erano rimasti gli ufficiali e pochi uomini di equipaggio, da anni al servizio della Compagnia. A bordo, prima della partenza, fu passata la visita da parte dell’autorità di P.S. e del Commissariato dell’Emigrazione, ma essa non impedì che, dopo tre giorni di navigazione, sbucassero dai più svariati nascondigli gli immancabili emigranti clandestini.

Così, in pieno Atlantico, nei locali delle carboniere e delle caldaie del “Cretic” furono scoperti 160 emigranti clandestini, per la maggior parte contadini. Essi, arrivati a Nuova York, furono trasbordati sull’Arabic della stessa compagnia che fece ritorno, da Nuova York a Napoli, per rimpatriarli. Qui i 160 emigranti clandestini furono consegnati al Commissario Di Benedetto dello scalo marittimo che iniziò gli interrogatori. Uno degli emigranti finì per confessare che, mediante compenso di lire diecimila, pagate a certi Lorenzo e Michele Cosmo, aveva potuto trovare imbarco. Aggiunse anche che, durante il viaggio sul “Cretic”, gli emigranti erano stati assaliti da uomini della ciurma, una sessantina circa, e depredati da ogni loro avere e lasciati senza un soldo, con la minaccia di essere gettati in mare se avessero fiatato. Il Commissario Di Benedetto iniziò pronte indagini, ma purtroppo dovette constatare che l’intera ciurma del piroscafo “Cretic”, una volta arrivata a Nuova York, si era dileguata. La polizia è ora riuscita a identificare gli uomini della ciurma. Il fatto è stato denunziato al Procuratore del Re che ha emesso diversi mandati di cattura. Uno degli autori dell’aggressione degli emigranti, certo Emilio Lucconi, è stato arrestato a Genova e sarà oggi tradotto a Napoli”.

emigranti2Un paio di generazioni prima, rispetto a tali fatti, ed, ancora, la stampa locale, per il tramite dell’edizione de “La Provincia di Brescia”, del 7 gennaio 1880, pubblicava un altrettanto eloquente articolo che confermava, al dipanarsi di quei giorni, la triste problematicità legata a cronache migratorie provate da sprovvedute e da subite vessazioni, per mezzo di chi approfittava delle difficoltà altrui che, in questo modo, apparivano ulteriormente logorate da approfittatori e da spregiudicati manovali di uguale tenore: “Emigranti illusi. Cinquanta famiglie d’Orsago (Treviso) le quali costituiscono quasi il terzo della popolazione di quel Comune, si accingono, sedotte dai soliti incettatori, a partire per una nuova colonia in una isola oceanica. A nulla valgono i consigli e le preghiere dei maggiorenti del detto Comune, e quella povera gente illusa, per radunare il prezzo della traversata, vende tutte le sue proprietà. Ora, è molto probabile che la nuova colonia, verso la quale si porrebbe in viaggio le 50 famiglie d’Orsago, sia quella di Port Breton (nella nuova Bretagna) di cui si hanno non troppo rassicuranti informazioni. Consta, infatti, che tanto il governo francese quanto il belga, abbiano espressamente vietato agli agenti di emigrazione riconosciuti nei rispettivi Stati, di arruolare emigranti per quella colonia, e abbiano poi impedito che Chandernagor, veliere al servizio della spedizione, procedesse all’ammissione dei passeggeri in un porto francese o belga, tanto che il medesimo veliere dovette recarsi a caricare nel porto di Flessinga in Olanda, e partire sotto bandiera americana. Al Chandernagor che avrebbe toccato le Isole Capo Verde il primo ottobre, i promotori dell’impresa farebbero ora seguire un piroscafo (Le Genil) con un nuovo carico di emigranti e questo piroscafo starebbe compiendo il suo carico in Ispagna. Sappiamo che il nostro Ministero dell’Interno ha invitato le autorità locali a mettere in pratica ogni mezzo, consentito dalla legge, al fine di possibilmente salvare quei poveri illusi dal correre alla loro totale rovina”.

Ancora restando in tema, l’incombere di una stessa ombra evanescente, prodotta dalla sedicente figura di un procacciatore di manodopera, emergeva da due rispettivi pezzi giornalistici, distanziati fra loro di circa un decennio, oltre che geograficamente separati dalle notevoli distanze di due continenti, compresi in un condiviso emisfero, fra l’altro, piaciuto a papa Francesco di presentare ubicato relativamente ad una terra posta “alla fine del mondo”, essendo che riguarda anche la sua Argentina: “Il Ministero dell’Interno ha appreso che il signor Jackson, impresario dei lavori di prolungamento della ferrovia di Chicas a Salta ed a Jujeds (Argentina), ha mandato in Italia un suo agente per arruolarvi 2 mila operai. Volendo prevenire funeste delusioni, il Ministero avverte che le provincie nelle quali si devono fare i lavori sono fra le meno salubri della Repubblica Argentina. Per un anno, gli emigranti sarebbero abbandonati in balìa dell’impresa e non potrebbero ricusarsi di lavorare nelle località malsane. Si troverebbero esposti a ritenute di salari e forse a misure coercitive, come è avvenuto per gli emigranti a Costarica. Del resto, il contratto proposto non è nemmeno conforme allo spirito della nostra legge sull’emigrazione e, malgrado la probità dell’impresa, potrebbe essere causa di rovine. Si consigliano quindi gli operai che volessero recarsi nelle accennate provincie dell’Argentina a partire a proprie spese e senza impegni, affinchè possano poi, in ogni caso, meglio provvedere ai loro interessi”.

Ancor di un tal Erickson, oltre che nella sopra riportata notizia risalente al 7 marzo 1889, “La Sentinella Bresciana” ne ribadiva, il 25 settembre 1898, la almeno omonima citazione, mediante l’informazione invece connessa ad un diverso altrove: “Emigrazione di professionisti in Australia. Sono stati diramati in Italia, con circolare stampata, degli avvisi di concorso ad un arruolamento di capi squadra, ispettori ed ingegneri per lavori di terrazzamento che si dovrebbero compiere in Australia, per conto della compagnia The General Mining (Limited) in Sidney con promessa di buoni stipendi. Le domande dovrebbero essere dirette al signor Erickson, agente generale della Compagnia, in Havre (Francia). Crediamo nostro dover metter in guardia gli italiani in cerca d’impiego contro i disinganni cui potrebbero andare incontro accettando, senza solide garanzie scritte, tale promessa d’impiego. Al Regio Governo non consta affatto che i promessi lavori debbano compiersi in Australia; ed ebbe, anzi, notizia che all’Havre il detto signor Erickson è completamente sconosciuto”.

old_map-laredo-1892
Pianta di Laredo del 1982

Ad incoraggiare, invece, la constatazione di un intraprendente ritratto della migliore accezione relativa agli esiti nostrani dell’allora emigrazione, ovvero a proposito, cioè, di quanto al territorio bresciano si riconduceva in più felici e raggiunti effetti, opportunamente sottoscritti da una comprensibile e da una meritata rivendicazione, era apparso, tra le pagine della stessa stampa locale del 9 marzo 1888, un interessante articolo descrittivo, formulato nel merito di una significativa esemplificazione: “Un nascente villaggio italiano nel Texas – Giorni or sono si è inaugurato in una florida terra a dieci leghe da Laredo, Texas, la stupenda tenuta dei fratelli Bruni che – sotto il nome augusto di Vittorio Emanuele – sarà come la pietra angolare di un villaggio italiano, dove e la coltura agricola e l’allevamento del bestiame, e la produzione dei prati, darà pane e fortuna a centinaia di famiglie che in patria trascinerebbero magra e stentata l’esistenza. La festa, quantunque semplice, brillò di cordialità e di entusiasmo. Erano ospiti e invitati i signori G. Bertani, C. Marco, L. Bruschi, Giovanni Bruni, Frank Bruni, Amedeo Capra, Marco Capra, l’avvocato Carlo Pierce, dottor J. Showalter, Vincent A. Garza, più una dozzina di indigeni (vaqueros). Si incominciò col battezzare il “rancio” a Vittorio Emanuele, si marcarono “cinquecento vitelli” nati quest’anno, si visitarono le diverse località e in appresso, “more solito” si sedette a tavola, dove un asciolvere (spuntino n.d.t.) all’italiana lauto e gustoso, deliziò ed esilarò spiriti e stomachi; né mancarono discorsi e brindisi, primo ed applauditissimo, quello del cav. Luigi Bruni che propiziò ed augurò alla perseveranza e al lavoro degli italiani, donde deve scaturire, e in patria e all’estero, la redenzione delle plebi, l’elevamento delle coscienze, la materiale agiatezza”.

CONDIVIDI
Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *