Qualche tempo fa, ho partecipato ad un funerale particolare. Uno di quei momenti in cui si prova più nostalgia che dolore e ci sono più strette di mano che lacrime. Era l’estremo saluto a “nonna Emilia”un’anziana signora, di ben novantacinque anni, circondata da nipoti, pronipoti, amici e conoscenti.

Riposa ora nel piccolo cimitero di montagna, in una frazione di Lumezzane, situato nella Val Gobbia, laterale alla Val Trompia, in provincia di Brescia. Una terra dal cuore d’acciaio. Gente capace di esprimere grandi sentimenti oltre che di lavorare. Emilia ha amato anche la Bassa, vivendo per alcuni anni a Carpenedolo e godendo di quel clima d’apertura che la pianura concilia. Lei aveva un tesoro nelle mani, un dono che non ha lasciato a nessuna delle sue nipoti e pronipoti.

Era un’esperta nel” chiacchierino “.Spiegare a chi non lo conoce non è semplicissimo. Parente del tombolo e del filè, quindi un merletto. Un’arte leggiadra utilizzata per i lavori più disparati, tende, centri, biancheria da corredo, bomboniere. Si lavora con delle navette o spolette che anticamente erano d’osso, avorio, di tartaruga, fino ad arrivare a quelle d’oggi in materiale plastico. Il filo di cotone usato può spaziare per grandezza e colore ma deve essere ben ritorto e scorrevole.


Il punto base del
chiacchierino è il nodo, che in realtà è costituito da due mezzi nodi. La successione di questi nodi, prodotti con movimenti delle dita e delle navette, su cui è avvolto il filo, dà luogo ad anellini o a tratti lineari (i cosiddetti archi) che, variamente composti, determinano il disegno. Nonna Emilia era un’artista: lei i disegni li aveva tutti nella testa. Le sue mani veloci, anche negli ultimi tempi, annodavano i fili in grovigli di fantasia. Ne ha fatto di lavoro Emilia. Non c’è nessuno tra i conoscenti che non conservi ancora dei ricordi, almeno un fazzolettino orlato.

Nato come “merletto dei poveri” il chiacchierino divenne poi passatempo delle nobili dame di corte in Europa, come frivolité in Francia, schiffshenarbeit (alla lettera lavoro con la “navetta”) in Germania, tatting in Gran Bretagna. Questa arte ha origini remote, se ne è trovata traccia persino in una tomba egiziana. Lì, nel nord Africa, era chiamato makouk, cioè spoletta, lo strumento utilizzato per realizzarlo. In Italia dovrebbe chiamarsi occhi, per forma ad anelli, invece si è preferito tradurre il termine inglese tatting, che significa parlare fitto fitto, cioè chiacchierare come fanno le ricamatrici quando sono intorno ad un banchetto di lavoro. Il lavoro al chiacchierino è un’attività di pazienza.

I lavori di pazienza permettono alla nostra anima di riconciliarsi col mondo, donandoci pace interiore. Infatti, questo tipo di lavoro possiede il benefico effetto di aiutare a superare le depressioni e a calmare anima e mente. Si tratta di un’attività rilassante, il cui risultato dà molta soddisfazione e contentezza. In più, a differenza d’altri lavori manuali, e grazie alle piccole dimensioni e alla facile trasportabilità dei suoi strumenti, può essere eseguito in qualunque luogo.
I govani però non lo sanno più realizzare. Non si concilia con la vita frenetica. Donne famose hanno amato questo ricamo. La stessa Rossella O’Hara, la protagonista del famoso “Via col Vento” di Margaret Mitchell, lavorava al chiacchierino. Madame de Pompadour, forse la più famosa maestra dell’intrigo, era un’eccellente tessitrice di pizzi al chiacchierino. Lo hanno amato le dame , le contadine e le donne semplici,come Emilia.