Cresce il numero di persone in difficoltà che chiedono aiuto ai tanti empori della solidarietà presenti un po’ in tutta Italia. In alcuni casi il numero degli utenti è quintuplicato in questo periodo di difficoltà, ma dall’altra parte crescono le attività messe in campo dalle Caritas e dalle organizzazioni che li gestiscono, già pronte ad una seconda ondata anche di bisognosi.

C’è poi un nuovo volontariato, nato soprattutto durante il lockdown, ancora in gioco per far fronte alle nuove difficoltà dovute alle recenti restrizioni. Da Torino a Lecce, abbiamo raccolto le voci dei responsabili degli empori per comprendere come è cambiata la platea dei beneficiari da marzo ad oggi e se sono pronti ad un inverno che si preannuncia più difficile di quello dello scorso anno.

La città che ha visto aumentare in modo consistente il numero di persone che si sono rivolte agli empori della Caritas è Roma, dove in alcuni quartieri si è assistito ad un aumento di utenti pari a 3 o addirittura 5 volte superiore rispetto ai numeri pre-Covid.

Un’impennata di richieste che ha spinto la Caritas diocesana di Roma a riorganizzarsi sul territorio, anche per evitare assembramenti durante il lockdown.

In fase di lockdown abbiamo reagito come se fosse un terremoto – racconta Massimo Pasquo, responsabile dell’Area promozione umana della Caritas di  Roma -. Sono 7 mila le persone nuove che abbiamo accolto, ma dietro alle persone ci sono i nuclei, quindi parliamo di numeri sicuramente più ampi. Adesso, invece, si stanno riavvicinando alcune categorie, di nuovo in sofferenza, come ad esempio i giostrai”.

Oltre ai cinque Empori presenti nella capitale, la Caritas ha attivato un centinaio di presidi sul territorio per la distribuzione di generi alimentari.

Abbiamo pensato che era più opportuno territorializzare la distribuzione – aggiunge Pasquo -, per cui abbiamo distribuito i generi alimentari attraverso i presidi territoriali di distribuzione in punti strategici della città”. Terminato il lockdown, i presidi territoriali “sono stati sostituiti con la distribuzione di buoni acquisto – continua Pasquo -, tramite la Fondazione Roma che ci ha dato un milione di euro in buoni acquisto e li stiamo distribuendo per cercare di agevolare gli empori che avevano visto un’ondata di persone.

Si tratta di buoni acquisto da 20 euro, distribuiti dalle parrocchie a seconda della composizione del nucleo familiare”.

Oltre al potenziamento della rete di distribuzione dei beni primari, la Caritas romana ha attivato anche misure anticrisi per sostenere le famiglie nel pagamento di beni e servizi essenziali, come luce o gas, con un sostegno economico stimato complessivamente attorno ai 300 mila euro.

Accogliendo l’invito del Papa, inoltre, è stato attivato anche il Fondo Gesù Divino Lavoratore con l’obiettivo di realizzare una presa in carico che non si fermasse solo ai beni essenziali.

Stiamo attivando alleanze territoriali con agenzie e aziende che possono ricollocare le persone che con il Covid hanno perso il lavoro – ha spiegato Pasquo -. Al momento abbiamo oltre 190 segnalazioni”.

Sul territorio, intanto, si è già pronti ad affrontare le conseguenze sociali della seconda ondata della pandemia. “Abbiamo movimentato un volontariato che non conoscevamo – racconta Pasquo -, emerso dal territorio romano ed è stata una grande scoperta. Dal punto di vista del volontariato, il sistema in qualche modo ha tenuto.

In virtù di questo periodo si sono attivate molte comunità e adesso abbiamo in programma l’apertura di altri tre empori territoriali. Oggi facciamo cose nuove rispetto a prima e vogliamo tenercele come bagaglio, non solo per l’emergenza.

Abbiamo scoperto anche canali nuovi di prossimità che non conoscevamo prima. Le parrocchie stesse hanno aperto un po’ gli occhi sull’importanza della solidarietà diffusa sul territorio e della carità”.

Un raddoppio degli utenti rispetto al 2019 è stato registrato nella città di Milano, dove ai i tre empori gestiti dalla Caritas Ambrosiana – che complessivamente ne gestisce nove in tutta la diocesi – continuano ad arrivare famiglie nuove.

“I numeri del 2020 sono assolutamente in aumento rispetto al 2019 – racconta Andrea Fanzago, responsabile dell’Area Povertà alimentare di Caritas Ambrosiana -. Nell’arco di quest’anno siamo intorno alle 400 tessere per emporio attivate, mentre nel 2019 erano 200-250. Adesso siamo intorno a 300”.

Consegnate alle famiglie in difficoltà, le tessere vengono attivate attraverso l’invio da parte dei centri di ascolto Caritas, ma anche attraverso i servizi sociali del Comune di Milano.

Ci sono famiglie nuove che non si sono mai rivolte ai centri d’ascolto Caritas – spiega Fanzago -. Si trovano in questa situazione e chiedono un aiuto alimentare”. Anche negli empori di Milano l’apporto di nuovi volontari è stato fondamentale. “Nel lockdown abbiamo avuto un po’ di difficoltà perché gli over 65 si erano ritirati – aggiunge Fanzago -. Li abbiamo dovuti sostituire con forze giovani che però abbiamo trovato: c’è stata una risposta significativa di volontariato giovanile.

Ad agosto abbiamo fatto una call e grazie ai nuovi volontari abbiamo avuto la possibilità di tenere gli empori aperti. Qualcuno è rimasto, anche dopo agosto e adesso tra i tre empori ci sono una quindicina di volontari che ruotano. Se le cose dovessero peggiorare, gli over 65 dovranno fare un passo di lato”.

Anche in questo caso, l’impatto del lockdown ha cambiato alcune delle modalità operative che probabilmente resteranno almeno per il prossimo anno. “Per il lockdown noi abbiamo raddoppiato gli orari di apertura – racconta Fanzago -. Prima gli empori erano aperti tre mezze giornate adesso sono aperti tre giornate quasi intere.

Un raddoppio mantenuto anche adesso e almeno fino a dicembre, ma credo che lo manterremo anche per il 2021. Anche per le festività di Natale faremo in modo di chiudere il meno possibile”. E anche in caso di tamponi positivi, gli empori sono già pronti per restare aperti.

“Quando abbiamo avuto casi di Covid abbiamo cambiato completamente le equipe e il gruppo di volontari, sanificando tutto – rassicura Fanzago -. anche questa è stata un’impresa impegnativa, ma ci siamo riusciti. E questo è quello che stiamo facendo per far fronte a questa seconda ondata”.

A cavallo tra Milano e Torino, invece, operano i volontari dell’associazione Terza Settimana che nelle due città gestiscono alcuni supermercati solidali. E anche tra i dati raccolti dall’associazione, tra Milano e Torino, il numero delle persone che hanno avuto accesso ai social market è aumentato nel 2020.

“L’anno scorso, da gennaio al 27 ottobre avevamo erogato 8 mila spese. Quest’anno, da gennaio al 27 ottobre ne abbiamo erogate 14 mila – racconta Bruno Ferragatta, presidente di Terza settimana -. Questo vuol dire che gli enti, perché le persone che arrivano da noi sono segnalate da enti, hanno avuto un surplus di richieste che hanno girato a noi”.

Oltre alle povertà croniche che durante il lockdown si sono acuite, a chiedere aiuto c’è anche una fetta di popolazione che mai prima d’ora aveva avuto contatti con un emporio.

Si tratta di persone che hanno perso il lavoro, che si sono trovate in difficoltà ad incassare cassa integrazione, bonus dati in ritardo o non sufficienti per coprire le necessità – aggiunge Ferragatta -. Questo ha determinato un incremento di situazioni simili. Molti chiamano per sapere di cosa si tratta perché non hanno mai chiesto aiuto. Situazioni completamente nuove, inedite.

Tra questi 6 mila in più, il 30% di questi sono quelli che potremmo chiamare nuovi poveri, vittime del virus da un punto di vista economico”.

C’è poi il caso dei primi beneficiari del reddito di cittadinanza che dopo i 18 mesi previsti non sono riusciti ad emergere da una condizione di povertà, ma allo stesso tempo si trovano senza sostegno per un mese.

“Il primo gruppo di questi beneficiari sono andati tutti ad incagliarsi al 30 settembre con l’ultimo accredito e in una città come Torino potrebbe riguardate circa 6-7 mila casi di persone in questa situazione. Sono tutti in panico”.

A Torino, intanto, si lavora per realizzare un progetto dedicato agli anziani. Si chiama “la panchina” ed è stato pensato durante il lockdown per raggiungere tanti anziani soli. “Abbiamo pensato di creare un progetto che permettesse loro di collegarsi con i volontari con grande immediatezza – spiega Ferragatta -.

Forniremo un tablet e con un semplice comando potranno collegarsi con noi e avere la possibilità di collegarsi in 15-16 persone contemporaneamente”.

Gli empori di Bologna hanno una caratteristica peculiare: sono cogestiti dal Comune, insieme all’associazione Pane e solidarietà. Sono i tre empori solidali di Case Zanardi, nato nel luglio del 2013.

“Gli empori sono dislocati in aree di Bologna che ci permettono al momento di andare a coprire abbastanza agevolmente quasi tutti i quartieri – racconta Enrico Dionisio, uno dei coordinatori degli empori -.

In prospettiva stiamo pensando di ampliare il numero degli empori e portarlo a sei, come il numero dei quartieri cittadini in modo che ogni quartiere abbia un emporio”.

Anche qui a Bologna i numeri sono cresciuti in maniera esponenziale. Rispetto ai dati di febbraio, gli utenti “sono cresciuti del 265% fino ad agosto quest’anno – spiega Dionisio -. Siamo passati da 173 nuclei ai 460 di agosto”.

Durante il lockdown gli empori sono stati chiusi solo per una settimana, per impostare nuove modalità operative.

Abbiamo dovuto ripensare l’erogazione del servizio – racconta Dionisio -. Abbiamo dovuto dare degli appuntamenti a orari prefissati per consegnare pacchi alimentari comprensivi di tutto quello che avrebbero potuto prendere in quel mese con il monte punti assegnato alla famiglia e per famiglie numerose parliamo di pacchi da circa 35 chili”. Ora, si guarda ai mesi invernali.

Noi non ci siamo preparati alla seconda ondata perché eravamo già pronti – continua Dionisio -: abbiamo i volontari, i prodotti, il Banco alimentare ci ha dato una mano importante e tutta la rete. Non abbiamo avuto problemi neanche con gli approvvigionamenti: il 40% arriva dalle raccolte.

Il comune di Bologna ci ha dato un contributo importante, abbiamo attivato un crowdfunding con le cucine popolari che ha raccolto quasi 60 mila euro, abbiamo avuto altre iniziative e contributi. Sono veramente soddisfatto della risposta che ha dato la comunità in questi mesi di criticità”.

Nell’emporio della solidarietà della Comunità Emmanuel, a ricordare i mesi del lockdown è il responsabile, Salvatore Esposito. “Siamo rimasti chiusi qui dentro nei mesi in cui non si poteva uscire da casa – racconta -, ma abbiamo aiutato tante famiglie”.

A chiedere un aiuto alimentare sono quelli che Esposito chiama “gli invisibili”, quelli che “lavorano in nero, persone che vivono alla giornata, che non hanno nessun contratto e certezza per il giorno dopo”.

Qui il lockdown ha avvicinato all’emporio “circa 400 famiglie che non eravamo abituati a trattare – spiega Esposito -. 400 in più di famiglie recluse dentro casa, ma con il bisogno delle cose più elementari. Chiamavano disperate in quanto non avevano neanche il latte per i bambini”.

Nell’emporio di Lecce, che opera da una decina d’anni, le persone arrivano grazie alla segnalazione dei servizi sociali territoriali, in rete con l’emporio.

Siamo stati tra i primi in Italia a mettere in rete ogni transazione – racconta Esposito -. Attraverso un software siamo in rete con tutti gli ambiti sociali di zona e gli assistenti sociali di 17 comuni”. Nell’emporio, sono i beneficiari a decidere cosa comprare e col tempo, aggiunge Esposito, il progetto è diventato anche “un centro di prossimità, grazie alla nascita di altri servizi. Siamo una realtà che ha un grosso impatto sul territorio”.

La seconda ondata, tuttavia, preoccupa e non poco. Non per l’impegno richiesto ai volontari e agli operatori, quanto alla capacità di approvvigionamento dei beni alimentari.

Il 50% dei beni – racconta Esposito – proviene da raccolte alimentari. Prima ne organizzavamo una al mese, ma ultimamente siamo arrivati a fare la raccolta alimentare quasi ogni settimana”. Ma le cose stanno cambiando rapidamente.“Con la seconda ondata, le raccolte alimentari non si potranno fare più – spiega Esposito -. Qualcuno ce lo ha già comunicato. Per questo dobbiamo quadruplicare l’impegno nel cercare di coinvolgere il maggior numero di aziende che hanno una cerca sensibilità.

Già nei mesi scorsi abbiamo avuto una risposta positiva, abbiamo avviato anche una raccolta fondi e abbiamo raccolto 17 mila euro per poter acquistare alcuni prodotti. Ci siamo difesi e siamo riusciti a soddisfare i bisogno di quelle famiglie che non avevano da mangiare. Adesso sto cercando di chiamare tutti i nostri sostenitori”.