Cremona. Dopo l’interessante e sicuramente nuovo racconto della prof.ssa Elisa Chittò sull’ epidemia pestilenziale che colpì la Lombardia e Cremona nel 1452 il prossimo incontro, a cura della dott.ssa Angela Bellardi, giovedì 21 gennaio alle ore 21 su piattaforma Zoom, organizzato dalla Società Storica Cremonese e il sostegno di Cassa Padana. Per iscrizioni: e-mail:societastorica@gmail.com

L’ecento sarà dedicato, come preannunciato, alla lettura di alcuni documenti conservati negli Archivi Cremonesi relativi ad episodi di pandemia succeduti dopo quella del 1452. Sarà una breve e semplice carrellata, non certamente esaustiva. Quasi una piccola mostra virtuale. Non solo documenti ma anche i racconti che ci hanno lasciato alcuni degli storiografi più importanti cremonesi in primis Antonio Campi.

Quando si parla di temi che nei secoli hanno avuto grande impatto sulla popolazione si parte sempre dalla litania ricorrente “A peste, fame et bello libera nos, Domine”. In particolare veniva recitata durante le varie processioni o funzioni sacre che erano organizzate per impetrare da Dio la liberazione dal “mal contagioso”; soprattutto il popolo temeva la peste perché era il più misterioso, nessuno sapeva (e forse nemmeno oggi si sa) come e dove si generava.

Spesso la peste veniva considerata il flagello di Dio, il castigo ed ecco quindi la continua preghiera per essere perdonati dall’Altissimo. Poiché non tutte le epidemie pestilenziali possono essere raccontate con dovizia di particolari come quella del 1452, perché di alcune purtroppo si hanno solo piccoli accenni nelle carte,

Le cronache quindi ci dicono che Cremona fu toccata, seppur in forma lieve, dalla peste in diversi anni oltre al 1452: 1468, 1479. Già nel 1468 i cremonesi si erano rivolti a San Rocco perché li liberasse dalla peste. Praticamente ogni circa dieci anni la città veniva colpita da qualche pestilenza; infatti si ha notizia di altre epidemie nel 1497 e poi ancora tra il 1504 e il 1506.

Quelli che nel passato erano considerati fenomeni pestilenziali in realtà erano malattie bubboniche dovute spesso alla malnutrizione, alla scarsa igiene e alla convivenza con gli animali e non sempre i documenti appunto rendono testimonianza della loro esistenza e diffusione.

Sempre secondo il Campi una nuova e pesante pestilenza fu quella del 1509 che si sviluppò a partire dalla Vicinia della chiesa di San Sepolcro in via Aselli, quartiere dove risiedevano e lavoravano molti opifici di tintori (ancora oggi vi è la via Antica Porta Tintoria) con la conseguenza di un grande rilascio di acque putride derivate dalla macerazione dei tessuti. Gli appestati in quell’occasione erano stati ricoverati, secondo una consuetudine, fuori dalle mura della città in una località detta degli Apostoli (lungo la via Mantova) che ricerche hanno individuato essere all’incirca all’incrocio tra via Mantova e via Cappuccini.

Successivamente risultando inadeguato questo Lazzaretto degli Apostoli la Comunità decise la costruzione di una vera e propria struttura che potesse ospitare un gran numero di ammalati e medici. L’area scelta si trovava fuori da Porta San Luca lungo il Naviglio nel territorio del Boschetto.

Lo storico Ludovico Cavitelli poi negli Annali pubblicati nel 1588 ricorda che anche nel 1511 iniziò una nuova pestilenza che durò ben tre anni associata poi a gravi problemi economici dovuti alla difficoltà di approvvigionamento dei generi alimentari di prima necessità, quali i grani.

Nelle carte che verranno presentate si ha la testimonianza di quanto fosse anche allora difficile contrastare le epidemie, di quanto fosse difficile far rispettare le norme e di quali problemi economici portavano con sé le pandemie che anche allora duravano anche anni.

Infatti i documenti utilizzati per questa presentazione sono soprattutto Ordini, divieti, chiusure delle Porte, bollette di sanita (in pratica le nostre autocertificazioni), petizioni delle varie categorie economiche per aiuti economici (mvcellai, mercanti di grani). Veramente il nostro presente si rispecchia nelle vicende del passato, basta saperlo leggere.