Brescia – Un morso, ma quale? Quello di un cane, di un cavallo o di una scimmia? Forse, invece che uno di questi, il morso implacabile di un uomo che, con certe fauci inviperite, azzannava un consimile, cedendo ad un estemporaneo istinto primordiale, riaffiorato dall’ombra insidiosa di un primitivo e di un selvatico moto ancestrale.

Pare sia accaduto nei conturbanti effetti avvinazzati di un esagitato contesto e fra gli scatenati palpiti di un esacerbato diverbio, degenerato in quegli eccessi che, a rigore di cronaca, denotavano, nella crudezza di una notevole morsicatura, quanto era accaduto ad un paio di uomini azzuffatisi fra loro, in occasione di un qualcosa di peggio, rispetto ad un semplice alterco d’evanescente misura: “Un naso disgraziato – Due contadini di Robecco d’Oglio, dopo avere maledettamente tracannato, per futili motivi, vennero a contesa, e si acciuffarono così accanitamente che nessuno dei presenti potè pacificarli. I cazzotti furono molti e, piuttosto pesanti; e Dio sa quanto sarebbe durata la storia, se uno dei rissanti, il più inferocito, non avesse addentato rabbiosamente il naso dell’avversario staccandogliene buona parte”.

E’ uno fra i diversi fatti raccolti nella fitta narrazione tipografica del quotidiano “La Sentinella Bresciana”, datata 2 marzo 1889, che, in tema di morsicature, attestava, con questa truce vicenda, un caso limite, suggellato da tale genere di reazione, nell’epilogo di una violenza, per la quale pare che non fosse bastato il solo mettersi le mani addosso.

Quando, invece, a morsicare era un animale, dipendeva dalla stessa circostanza attraverso la quale tale esemplare caratterizzava l’aggressione inflitta nel merito di una percepita dinamica particolare, a prescindere dalla propria natura, interpretata a margine di un curioso ambito di azione, a suo modo, consequenziale.

Antonino di Prampero
Antonino di Prampero

Se, poi, a farne le spese, era un senatore, ecco allora che la notizia acquisiva già un altro tipo di spessore. Nella fattispecie, secondo la quale a mordere tale alta carica istituzionale, era un cavallo, si reputava opportuno d’informare che “Uno degli ultimi senatori a uscire da Palazzo Madama fu, ieri sera, l’on. Di Prampero, il quale, nei pressi di Palazzo Madama, passando vicino ad un furgone postale fermo sulla piazza, fu dal cavallo di questo addentato ad un braccio. Per fortuna il Di Prampero non riportò che uno strappo al soprabito, strappo che il senatore tornato in Senato si fece cucire”.

Pare che già nell’allora Regno d’Italia, i parlamentari si potessero avvalere di quelle prerogative, anche logistiche che, nel caso del piccolo episodio, riferito dall’accennato giornale bresciano il 30 gennaio 1908, avevano consentito, allo stimato senatore friulano Antonino Di Prampero (1836–1920), il potersi avvalere di un rapido servizio a riparazione del vestito strappato da un cavallo male ispirato.

Diversa eco quella relativa alla gente del popolo minuto, alle prese foss’anche del solito cane isolato che, pure nell’immaginario collettivo, di quando in quando, sembra faccia coincidere la maggior statistica delle morsicature somministrate da un certo qual più frequente, rispetto ad altri, istinto canino che, a proposito di un tal caso, la cronaca locale riportava all’attenzione, ancora a fine Ottocento, secondo il modo che, nella medesima testata giornalistica, si trovava divulgato il 4 settembre 1890: “Morsicato da un cane. Il ragazzetto Tognali Carlo, giuocherellava ieri mattina nel vicolo del Mellone con un cane non munito di museruola. Ad un certo punto, quando cioè la bestia gli aveva mangiato quell’ultimo pezzo di pane che teneva in mano, gli si avventò contro e lo morsicò nel naso e sulla guancia destra. Ai gridi del ragazzetto accorse sua madre, la quale lo accompagnò subito al Civico Spedale perchè lo medicassero, ma quivi giunto non volle permettere che il medico cauterizzasse le ferite riportate”.

Che una scimmia mordesse, lo si poteva, forse, pure mettere in conto, ma che a farne le spese avesse potuto essere addirittura una testa coronata deve essere parso, in tale contingenza, uno scherzo del destino che metteva a nudo ogni velleità regale dinnanzi al più comune e tragico esito fatale, capitato in una tragica evenienza, quale ultimo capitolo di una giovane esistenza, distolta dal corso acerbo dell’età vissuta e dal suo esclusivo mandato istituzionale.

L’illuminante versificare de “A’ livella” di Totò che accomuna la rispettiva sproporzione del ceto sociale sul piano di una livellante amalgamazione rispetto alla frontiera ultraterrena di un uniforme svincolo naturale, quale indistinta e condivisa meta finale, sembra possa, attraverso l’esemplificazione di una causa banale, assimilare la vita di un re al rischio precario che poteva maggiormente esporre altri, non blasonati e nemmeno agiati, ad un pericolo mortale, mediante una controversa, seppur seria, dinamica dozzinale.

Alessandro I di Grecia
Alessandro I di Grecia

Una scimmia nel giardino del suo palazzo reale. Eppure, appena accaduto il fatto, per Alessandro I di Grecia (1893 – 1920), la morsicatura dello sprovveduto primate, pareva non preoccupare: “Il re di Grecia morso da una scimmia. Atene, 8 ottobre. Il re di Grecia ha riportata una ferita dovuta alla morsicatura di una scimmia. Il bollettino medico dice che il re ha passata la notte calma con temperatura 33,8 e polso a 108. Si tratta di un’infezione locale, il corso normale. Lo stato generale è soddisfacente”.

In realtà, una setticemia avrebbe fatto cambiare versione ai termini sopra esposti, anche da parte de “La Sentinella Bresciana”, passando, da quanto dalla stessa pubblicato il 9 ottobre 1920, all’ultimo strascico dei bollettini medici che avevano cadenzato l’inesorabile e la repentina drammaticità della delicata questione, secondo il resoconto del 25 ottobre seguente, raccolto nell’ultimo atto di una singolare corsa verso l’altrove non apparente: “La morte del re di Grecia. Atene, 25 ottobre. I bollettini pubblicati ieri sulla salute del Re, constatano che lo stato generale continua a permanere gravissimo. Ogni tentativo viene fatto per combattere la violentissima malattia, ma la resistenza dell’organismo diviene sempre minore. Il bollettino pubblicato a mezzanotte rileva che i fenomeni cerebrali prodotti dal propagarsi dell’infezione al cervelletto e constata un aggravamento. La debolezza generale aumenta, le speranze diminuiscono sempre più. Un telegramma da Roma, pervenutoci al momento di andare in macchina reca che le condizioni del Re di Grecia alle 11,50 si aggravarono in modo da togliere ogni speranza. Il re è entrato in agonia ed alle 17,20 si è spento. Si prevede che a re Alessandro succederà sul trono di Grecia l’altro figlio del ex re Costantino, principe Paolo”.

Unitamente alla singolarità della dinamica di tutto ciò che aveva provocato l’innescarsi della causa del decesso, per la storia di questo giovane monarca si rivelerà pure insolito anche l’avvicendarsi del suo successore, che, a differenza di quanto si riteneva nel momento del trapasso, non sarà nella persona del fratello Paolo, ma del padre stesso, Costantino, ritornato al vertice del Regno greco, attraverso quelle vie politiche che, a volte, appaiono non meno sorprendenti delle morsicature di animali, imprevedibilmente improvvisatisi letali.