Mantova – Tra le opere conservate nella libreria storica dell’ospedale “Mellino Mellini” di Chiari vi sono pubblicazioni che fanno della medicina un’ampia maglia dialettica fra il nozionismo scientifico e la ricerca dei riscontri pratici.

A ciò valgono infatti varie edizioni di libri che, a vari livelli, hanno caratterizzato l’epoca della loro stampa con la fedele documentazione dei casi clinici realmente riscontrati nell’esercizio della professione medica. Il fatto che, dopo diverse generazioni, queste elaborazioni specialistiche riescano ancora ad emergere ed a impressionare per la loro atipicità e stranezza è la prova di come tali manifestazioni siano appunti che appartengano alla natura umana di tutti i tempi, così come, del resto, possono essere anche ricercate nell’oscura ombra marginale delle sue più anomale e curiose varianti.

A loro perenne testimonianza si possono sfogliare alcune pagine degli “Annali di Medicina” compilati da Annibale Omodei in una raccolta che va dal 1814 al 1831. Nel tomo 53 che si è aggiunto all’accennata edizione nel 1830, si legge, a pagina 256, “Storia di un mostro bicorporeo monocefalo” che ha come autore il medico dott. Giovanni Tinelli, in quell’epoca direttore dell’Ospedale Civile di Mantova.

“Noi vediamo come due rami uniti insieme l’uno contro l’altro vegetano rigogliosi, e finiscono per congiungersi insieme, e no altrimenti i due embrioni, resi fra loro aderenti, hanno il bizzarro prodotto di un corpo raddoppiato e confuso“, così si esprimeva il medico che rilevava la particolare manifestazione corporea del neonato. La trattazione del caso approfondisce naturalmente i diversi aspetti denotabili in quella particolare creatura che, in pratica, aveva una sola testa e due corpi uniti in un unico tronco.

Il parto era l’ultimo di una lunga serie di quattro gravidanze già portate a buon fine per la madre che, per quella occasione, intuiva invece un parto gemellare per gli straordinari movimenti del feto avvertiti nel suo ventre.

In effetti la realtà non si sarebbe notevolmente dimostrata lontana da quella eccezionalità prevista, ed alla nascita di una prima bambina ne seguì poi immediatamente quella del cosiddettomostro bicorporeo” che però venne al mondo già morto, con ogni probabilità per le “replicate pressioni sofferte dalla voluminosa testa nell’atto del laborioso parto“. Mentre la prima nata sopravviveva, ricevendo da lì a poco anche il battesimo, la seconda creatura partorita era già inanimato oggetto di studio sotto la lente della ricerca medica.

Della stessa infatti si sono rilevate le componenti corporee che l’autore fa rientrare in un caso di polisoma, cioè “mostri per eccesso“, riconducibili ala quinta classe del sistema stilato dal medico scienziato Bonnet, ed anche la terza classe evidenziata da un altro luminare medico di nome Voigtel dove vi faceva rientrare i casi di “aderenza di due feti“. Di sesso femminile, già priva del soffio vitale, con i capelli biondi, quattro orecchie, la testa sproporzionata in eccesso, due colonne vertebrali, universo destra, l’altra verso sinistra, ed il corpo singolarmente formato da quattro gambe e da altrettante braccia, la neonata ebbe come sorte iniziale, la sua conservazione in spirito di vino per motivi di studio scientifico.

Due ossa di bacino, di sterno, il doppio esatto del numero normale di costole, due nuche, due fegati, due milze, quattro reni, due cuori, un solo cervello ma due cervelletti, quattro polmoni, che la successiva dissezione del corpicino ha fatto emergere insieme alla rilevata presenza di un solo stomaco ed alla completa assenza di pancreas. Nonostante l’estrema singolarità dell’insieme organico e costituzionale, l’autore dello scritto affidava all’accennato volume degli “Annali di Medicina” una serie di considerazioni che propendevano per una certa armonia del corpo della neonata, come se a natura avesse provveduto ad una forma vitale certamente anomala, ma funzionale per la propria sussistenza in quanto organizzata in una provvisione proporzionata al suo eccezionale eccesso.

In sostanza si trattava di due corpi in uno poiché, oltre all’incredibile aderenza fisica vi si denotava anche la soggezione ad un solo muscolo cerebrale e si legge, tra l’altro, nella dotta relazione: “I polmoni anteriori, per la loro singolare modificazione di tessitura, si potrebbero paragonare a quelli delle rane. E se vero fosse, come pretendono molti dei moderni filosofi ed anatomici, che il feto umano, prima di arrivare al suo perfetto sviluppo, percorra tutta una scala di esseri animati, si potrebbe dire che questi polmoni si sono arrestati nel loro sviluppo , allorché acquistarono l’organizzazione dei polmoni dei rettili. L’analogia tra i polmoni anteriori di questo mostro, quelli dei rettili comparisce ancor più chiara, se si consideri, che questi organi ricevano il sangue da due grossi tronchi dell’aorta, pressoché alla stessa guisa di ciò che accade in questa classe di animali“.

Le cause di questa singolare manifestazione naturale non sono per lo stesso autore né da ascrivere ad influenze di dèmoni, né ad un improbabile punizione divina e né tanto meno al prodotto delle influenze di una stravagante immaginazione della madre così come dichiara esplicitamente: “Ma la ragione proverà tutta la sua ripugnanza ad ammettere che lo stato morale della madre possa produrre una mostruosità che sia analoga ed abbia rassomiglianza con un oggetto determinato di qualunque siasi sorta, il quale sia stato er la madre oggetto di straordinaria commozione“.

Scartata quindi l’ipotesi dei cosiddetti “immaginari”, l’autore sostiene l’idea della pre-esistenza cioè “dei difetti primitivi dei germi” che innestarono il processo di fecondazione e, meglio ancora di un’altra teoria ancora, riconducibile alla “causa accidentale” che in questo caso “..i due embrioni fecondati, fossero, in origine disgiunti, e si ammetta, non essere stato facile al gemino feto di potersi liberamente dilatare nell’organo che lo racchiudeva, reso ristretto in causa o di continuate violente compressioni esterne, o per la tortura d’improvvise contrazioni, sofferte dalla madre, e maggiormente perché racchiudeva un terzo feto“, quello cioè della prima nata.

A conferma di quest’ultima e più ragionevole ipotesi, nella sua relazione l’autore confidava allo scritto impresso nel libro: “Siano messi per esempio in un vaso stretto delle ova fecondate di tinca, di trota, di salmone o di qualche altro pesce; i numerosi piccoli che nascono, non avendo abbastanza spazio per isvilupparsi, si incollano gli uni agli altri, e si vedono nascere dei pesci veramente mostruosi“. Fra tante ipotesi l’autore comunque non tralascia prudentemente di dichiarare che: “Da quanto ho si qui esposto apparisce chiaro, essere stato scritto moltissimo sui mostri, ma conviene confessare che questa parte di storia naturale, così interessante, è ancora nello stato vicino dell’infanzia“.

Intanto, durante la lontana estate del 1821, nella piccola frazione di Zaita dell’allora Comune di Bagnolo San Vito, vicino a Mantova, la natura aveva impressionato i contemporanei con l’imprevedibilità, assolutamente oscura ed illimitata in quel tempo, della propria variabilità, tanto da superare probabilmente sé stessa in un eccesso pari a quello delle catastrofi terrestri che, dopo tanta sconfinata e dirompente inquietudine, fa trasparir ancora il prevalere armonioso della pace ordinaria, così come la morte, per la piccola infante, ha forse restituito la composta e tranquilla normalità al fragile e sensibile vivere umano, abitualmente indifeso ed impreparato verso tanto azzardate ed incomprensibili mutazioni dei propri simili.

Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.