“Non si nasce donna, lo si diventa”. Per una quasi sessantenne come chi scrive, cresciuta a pane e Secondo Sesso, le parole di Simone de Beauvoir sono e restano un faro.

Una direzione di vita, una riflessione sugli uomini e sulle donne, una rivoluzione per riprendersi l’esistenza. E soprattutto un’indicazione con cui crescere i miei figli, un maschio e una femmina. Che non hanno vissuto alcun stereotipo di genere, che hanno raccolto in sé la dolcezza e la forza, che oggi guardano a uomini e donne (e gay) senza discriminazioni.

E’ per questi presupposti che la manifestazione romana della scorsa settimana “contro la teoria del gender”, in “difesa dei propri figli” mi ha profondamente colpita.

Dice bene Chiara Saraceno su Repubblica: “Stravolgendo le riflessioni di sociologhe/i, filosofe/ i, antropologhe/i, persino teologhe/i sul genere come costruzione storico-sociale che attribuisce ai due sessi capacità, destini (e poteri) diversi e spesso asimmetrici, attribuiscono ad una fantomatica “teoria del genere” e alla sua imposizione nelle scuole – e la parola gender spiccava ieri sui cartelloni innalzati in piazza – la negazione di ogni distinzione tra i sessi e la volontà di indirizzare i bambini e i ragazzi verso l’omosessualità o la transessualità, quasi che l’orientamento sessuale sia esito di scelte intenzionali e possa essere orientato dall’educazione”.

E’ stato come se la “teoria del gender” fosse la foglia di fico per nascondere ben altro. Primo fra tutti le unioni omoseessuali.

Se volete approfondire, ecco qui una panoramica di quanto successo a Roma e gli interventi che ne sono seguiti.  Buona lettura.