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Ora et Labora”, ossia “prega e lavora”.
Un’impresa economica può fare proprio il motto dei monaci benedettini?

Secondo il formatore e consulente aziendale Massimo Folador, docente alla “Liuc” (Libero Istituto Universitario Carlo Cattaneo) di Castellanza, sembra di sì: “(…) Dietro al concetto, poi, c’è il fare. I monaci sono ricordati per il motto “Ora et labora” ovvero: prosegui imperterrito a ragionare, a pregare ed a fare: questa alternanza è tipica delle aziende che provano a farsi illuminare da alcuni concetti, per poi, nella quotidianità, chiaramente, sperimentarli (…)”.

Una considerazione, fra le altre, condivise, nel suo ruolo di relatore, nell’ambito della conferenza organizzata nel prosieguo delle attività promosse per il 2018 dall’annuale programma sociale della sezione Ucid (Unione Cristiana Imprenditori Dirigenti) di Manerbio-Bassa Bresciana, presieduta da Giuseppe Pozzi.

Presenti, fra i numerosi partecipanti all’evento, proposto a Manerbio nell’ex Convento di via Crocifissa di Rosa, il segretario della sezione Ucid stessa, nella persona di Riccardo Percivalli, subentrato in tale carica, a Maurizio Cavaciocchi, come pure Paolo Adami, economo della Diocesi di Brescia, e Cristina Maldifassi, vicepresidente nazionale dell’UCID e presidente del “Gruppo Lombardo”, in seno al medesimo sodalizio, in qualità anche di autorevole portavoce di alcuni importanti appuntamenti rivolti agli associati, come, fra altri ancora, la messa a punto di un progetto di “alternanza scuola/lavoro come alternanza etica” e di un piano, invece, dedicato “alle pari opportunità, declinate sulla Dottrina Sociale della Chiesa”. Altre iniziative in cantiere sono inerenti la “giornata di spiritualità prepasquale a Caravaggio”, il 17 marzo, e la definizione di un convegno, in sinergia con l’Università Cattolica, relativamente al tema legato alla “Evoluzione del Cristianesimo”.

Riferimenti significativi per un interessante punto di raccordo con l’affermazione posta a titolo della conferenza affidata a Massimo Folador, docente di “Business Ethics”, espressa nei termini di: “Quando la finanza è etica, quando l’impresa promuove una gestione umana delle proprie risorse, si creano opportunità e vantaggi per tutti”, in quanto che, come, fra l’altro, è stato spiegato dal relatore stesso, la considerazione di fondo è riposta “nell’idea che, nei nostri valori, possa esserci una delle grandi sfide del nostro domani e che questi valori poi si incardino in queste linee guida strategiche, tutte da definire”.

Cinque sono gli elementi cardine che si ritrovano nello sviluppo del libro, intitolato “Storie di ordinaria economia. L’organizzazione (quasi) perfetta nel racconto dei protagonisti”, pubblicato per la “Guerini Next”, anche in versione audiolibro: la valorizzazione del capitale umano, la cooperazione con l’effettiva tendenza a creare relazioni, il sentire l’azienda come progetto che va oltre la propria impresa, l’assoluta attenzione alla qualità e la costante sollecitudine spesa a favore dell’innovazione.

Sintesi di ciò che, per Massimo Folador, autore di questo volume, attiene al risultato di interviste da lui effettuate nel riscontro di una serie di elementi comuni, da parte dei referenti di “ventiquattro imprese etiche tendenti a risultati importanti” che, nonostante siano riguardanti realtà diverse fra loro, appaiono accomunate da un “unico filo rosso”, scaturente, pure, da quell’impostazione operativa che esula da una mera affermazione economica nel mondo d’impresa.

Chiave di volta, per questa analisi, è una Riflessione perché la spiritualità sia compresa”, nell’impronta di una antica tradizione monastica, come quella benedettina, nella quale il lavoro, circostanziato in un’impostazione claustrale, pare possa idealmente trasporsi, da una vita cenobitica, ad un coerente approccio di illuminata laboriosità, aderente ad un metodo adattato alle attività di una rispettiva pertinenza economica.

A tale riguardo, Massimo Folador ha citato anche “(…) Padre Ubaldo, esperto in economia, bibliotecario di Camaldoli: lui scrive, a proposito che: lavorare sul capitale spirituale presente in ogni persona, non significa innestare un credo confessionale nel processo economico, ma rendere possibile un percorso di sviluppo dell’unità e dell’unicità della persona perché diventi capace di manifestare le sue potenzialità attraverso il suo lavoro, nello spazio di un’impresa.
Non abbiamo ancora dimestichezza con queste parole, però credo che una persona che oggi custodisce, con cura, un mestiere, cioè, che sceglie di farlo assieme ad altri e che si riconosce pienamente in un prodotto frutto dei valori che fondano l’impresa stessa, di fatto, sta già compiendo, magari inconsapevolmente, un cammino spirituale e forse è proprio questo il messaggio più importante che la nostra storia, benedettina e cristiana, può trasmettere al mondo dell’impresa.
Il piacere e la forza di poter condividere, con altri, un cammino, arricchito da una visione e da valori comuni, sapendosi persone alla ricerca della propria singolarità, ma sempre più bisognosi di altro e di altri”.

Anche su un profilo prettamente laico, converge su tale pensiero, una constatazione, rivolta alla valorizzazione della spiritualità che è considerata come necessità ed, al tempo stesso, come risorsa di una insopprimibile dimensione, secondo la quale “(…) L’Organizzazione Mondiale della Sanità, da anni, ha introdotto come riflessione sulla nostra salute il tema delle cinque dimensioni: la persona sta bene quando sta bene con il corpo, con la mente, nelle relazioni, nelle emozioni e nello spirito (…)”: da cui ne discende un percorso sulla “spiritualità in azienda”, tema significativo della sensibilità protesa al fatto che pare ci sia oggi la consapevolezza di quanto “la persona oggi debba lavorare meglio e lavorare meglio fino a sessantotto, settant’anni”.

In linea con questo aspetto, da cui si amalgama una corrispondenza con il carisma benedettino, focalizzato nella compartecipazione del lavoro all’integrità dell’uomo, rivolta al trascendente ed a quell’integrazione coincidente con una prossimità sociale corrispondente, appare, oltre al patrimonio “economico/finanziario”, il patrimonio, invece, proprio della “Spiritualità, allora intesa nel lavoro, innanzitutto come capacità personale e collettiva di cercare ciò che unisce e che per unire va oltre i confini del semplice agire: per trovare comunanze nei principi cardine che guidano e trascendano dallo stesso agire, quasi fosse un punto fermo da cui si dipana un cono di luce che avvolge tutto il resto; ma anche spiritualità allora intesa come cammino interiore che va oltre l’interiorità stessa, per cercare quel nocciolo sacro che è scritto nel cuore di ogni persona dove ha sede la parte più vera e più profonda di ciascuno di noi: quella parte spirituale che probabilmente fonda la nostra personalità più autentica ed il nostro onore. Forse i monaci hanno fatto proprio questo, anche nel lavoro e nel tentativo di cercare se stessi e la propria felicità: a questo li esorta san Benedetto all’inizio del prologo della regola; hanno accettato il fatto che la presenza di una comunità e di un abate fosse d’aiuto in questo cammino, ma più ancora che un “Altro” ne dominasse i passi e la strada”.

(Nella foto di copertina: il relatore Massimo Folador, sulla sinistra, e il presidente Giuseppe Pozzi.)

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