Tempo di lettura: 4 minuti

Leno (Brescia) – “Del mondo là fuori cos’è che più vi sollecita a pensare? – Così esordisce Giuliano Noci, l’estensione del cui curriculum meriterebbe un articolo a parte, dopo le introduzioni di rito. L’università e la scelta del lavoro, propone qualcuno. Altri il terrorismo. Voci diverse di un comune denominatore: l’incertezza.

Ci fanno compagnia altri grandi dubbi, quelli di un’Europa che sessant’anni fa a Roma, proprio oggi, nasceva. Un grande guadagno concettuale che l’abitudine e il disinteresse hanno ridotto a slogan o a discussione da tifosi d’osteria.

Il quadro geopolitico è ancor più confuso: l’America sembra ormai abiurare il proprio ruolo di faro (con molte luci e molte ombre) del mondo occidentale, e la sfida tecnologica dell’hi-tech e dell’intelligenza artificiale è per molti una realtà incomprensibile, incontrollabile, fuori portata.

Colpa della globalizzazione. L’uomo in fondo ragiona non per cause ma per simboli, e questo è secondo Noci il capro espiatorio su cui, con la complicità di un’informazione facilmente travisabile, maggiormente ci si accanisce. L’accesso a mercati più grandi permette il prosperare di paesi il cui mercato domestico è inadatto alle esigenze dell’economia nazionale, consente un maggior movimento umano e di idee, … conseguenze della globalizzazione spesso dimenticate. Come sono altrettanto veri i risvolti negativi: lo sfruttamento, l’inquinamento, la sperequazione delle risorse.

Ma Noci è più interessato al semplicismo delle soluzioni proposte: muri, dazi, … idee figlie di una classe politica senza progetti e con la cultura del mi piace, del consenso a ogni costo, senza lo spessore necessario per agire nel giusto anche se in disaccordo con il sentire popolare.

Impossibile non parlare d’America, con riflessi anche nostrani. In Asia nei prossimi decenni saranno costruiti circa 150 aeroporti. Con i dazi al 35% promessi da qualcuno, si stima che il settore aeronautico statunitense perderebbe 200.000 addetti. Le tasse imporrebbero prezzi troppo alti, e gli asiatici comprerebbero quindi altrove. Inoltre le importazioni U.S.A. dalla “problematica Cina” sono in maggioranza “merce di rientro”, prodotti a marchio americano prodotti lì e poi reimmessi nel mercato domestico.

Si guardi poi la matematica. Gli stati europei hanno poche decine di milioni di abitanti, un tasso di fertilità femminile fra 1 e 2, un’età media elevata (intorno ai 40/50 anni) e mercati saturi (dove cioè la domanda di merce è soddisfatta e si compra potenzialmente meno). Presi separatamente siamo bruscolini al confronto dei giganti asiatici.

Chiudersi ermeticamente, come propone qualcuno, equivale a una morte per asfissia.

Con ironia Noci avversa poi l’idea della “decrescita felice”: per quanto nel PIL vadano considerati anche indicatori “sani” (qualità della vita, del territorio, …), la crescita è necessaria.

Radice di questa condizione critica è l’incapacità, a livello di mentalità, di comprendere che il contesto è mutato e servono nuove idee. A esempio il paradigma del tipico imprenditore medio italiano è sempre stato l’investire i ricavi aziendali nel mattone, la cui crisi inevitabilmente ha portato a numerosi fallimenti. A ciò si aggiunge la mentalità ereditaria, che vuole il figlio automatico successore del padre padrone, anche se inadatto alla carica. Manca una mentalità manageriale. Urge un ripensamento, non solo in termini economici ma anche valoriali.

Inquietante è il caso della Nokia, che in dieci anni passò dal monopolio del mercato della telefonia mobile (ne possedeva il 50%) al fallimento: fu travolta da una rivoluzione tecnologica cui non seppe adattarsi.

Come riconoscere le aziende che falliranno? Noci sembra avere le idee chiare: sono quelle che guardate ora sono identiche a dieci anni fa. Secondo la sua esperienza, alla Daimler (azienda tedesca che opera nell’industria dei trasporti) già si lavora
presupponendo che l’automobile entro pochi anni potrebbe scomparire, così da non finire come le giraffe col collo corto.

Conoscenza e formazione sono le vere risorse nel mondo che si prospetta. Il problema del futuro sarà la skill shortage, la carenza di competenze, e le aziende già si premuniscono contattando i futuri collaboratori non dopo la laurea, bensì già al terzo o al quarto anno di università.

Investono sul talento. Anche per categorie come operai e muratori saranno richiesti standard più elevati: i processi produttivi diverranno sempre più sofisticati e complessi.

La scuola è un forziere e il vero patrimonio è quello umano al suo interno. Formazione e capacità mentali sono i combustibili dell’economia futura, e l’Italia è un pozzo petrolifero che per carenze istituzionali rende al di sotto delle proprie possibilità. Ma non mancano le eccellenze, come università capaci di creare ponti fra realtà diverse e dinamiche e garantire una reale apertura verso il mondo.

L’istituto Capirola di Leno è uno fra gli ospiti migliori che uno studente possa augurarsi per la propria crescita, anche per l’impegno di quell’instancabile motore didattico che è la preside Ravelli.

Alcuni dei migliori luminari italiani contemporanei, profeti in patria o dispersi per il mondo, si alternano ogni anno nelle conferenze organizzate dall’istituto capirolino: allo stesso Noci, fra i tanti incarichi docente al Politenico di Milano e prorettore del polo territoriale cinese del medesimo ateneo, si aggiungono le figure di De Bortoli, di Corsini, di Bodei. E molti ancora verranno.

È sintomo di una realtà che è sì immersa nella società all’apparenza pigra e senza bollicine della provincia, ma che certo non educa giovani succubi del provincialismo etico ed economico che tanto nuoce al paese.

CONDIVIDI
Enrico Frosio
Studente al quarto anno di liceo presso l'IIS Capirola di Leno, si diletta nella scrittura. Vincitore della XX ed. premio letterario "Il Corvione" nella categoria poesia giovani/adulti e del premio Linetti 2014 nella categoria poesia.

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here

Esegui l'operazione aritmetica prima di inviare *