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Dialettale non sempre rende l’idea di quanto si intenda alludere al dialetto. Lino Marconi scrive in dialetto, ma la sua produzione non può essere intesa come meramente dialettale. Usa il dialetto anche per dare forma e contenuto a ciò che esula dalla realtà circoscritta entro le tipicità solitamente descritte per il tramite della lingua vernacolare.

Quest’autore bresciano ricorre, nel suo genere, alla forma di una purezza lessicale che ha poco a che spartire con la banalità gergale della più semplificata e subentrata parlata popolare, per lo più aggiustata in un risicato repertorio, volto a servire un’estemporanea forma verbale, in quanto, anche nel caso delle sue poesie, raccolte nel libro “Farlocà” (Farneticare), rivela un’accuratezza semantica che, del dialetto, ne denota la cifra di una ricca peculiarità esponenziale, mediante l’esprimere le più recondite e raffinate elucubrazioni di una sensibile e di una delicata ispirazione personale.

Per le edizioni della “Compagnia della Stampa” poco più di centosessanta pagine dimostrano, dell’autore, una dimestichezza con “la lingua dei padri” dove trova, fra l’altro, posto, l’interpretazione di un retaggio tradizionale a cui dedicare una produzione letteraria densa di contenuti, sia nel dettaglio di un’intuizione particolare, che nell’effetto di un più diffuso piano di condivisione generale.

Pubblicato, ad ennesimo volume di una lunga serie di altre analoghe opere date in stampa, questo libro conferma lo stile compositivo dell’autore, già, fra l’altro, onorato con il “Premio alla Carriera” dal Comune di Grado, nell’ambito del tomo, precedente a questo, con cui, grazie al formato editoriale raggiunto in quell’occasione, secondo i torchi del medesimo editore, ne mantiene il taglio, omologandolo a quello successivo, nella simile versione grafica adottata, avendolo pubblicato nel 2018 con il titolo di “Obrìe d’amur”, in una proposta di lettura valorizzata dalla prefazione di Claudio Baroni, a contenuto di una scelta cromatica di copertina che, parimenti, caratterizza l’edizione successiva.

Edizione che, con “Falocà”, sviluppa in sei raggruppamenti principali le poesie che vi si trovano pubblicate, in sintonia con la diffusa e puntuale accortezza, solitamente assicurata alle sue raccolte, di una contestuale traduzione in italiano che procede dal dialetto bresciano, originalmente utilizzato.

La dedicazione di quest’antologia è manifestata nell’intitolazione espressa come da predicato verbale di “farlocà”, dall’autore stesso tradotto in “farneticare”, da cui l’incipit enucleato in bella posta nell’esposizione del volume, pure, contraddistinto dalle strofe “E l’è apò bel/ a ‘na certa età,/ diertìs almanach/ a farlocà” (Ed è anche piacevole/ a una certa età, divertirsi almeno/ a farneticare)”: versi, in un’aletta di copertina, ripresi dal quel testo specifico che vi rimbalza da un componimento incluso nell’abbondante centinaio di quelli pubblicati.

Per Lino Marconi, il farneticare pare non sia correlato a quanto una probabile semantica, sposata in via generale, pare che vada a ridurre il proprio significato alle manifestazioni di vaneggiamenti di un’improbabile efficacia da comunicare, ma, al contrario, sembra che l’uso di tale verbo manifesti, per lui, il concetto utile per significare, invece, una autentica vena poetica da manifestare.

Si tratta di quella disinvolta ispirazione a trattare, in un libero versificare, le diverse realtà che presuppongono la versatilità di molteplici motivi da sviluppare.

Tra questi spunti, le riflessioni ispirate alla condizione umana, osservata in una diretta corrispondenza con quelle sensazioni che ne proporzionano la coesistenza d’insieme, rispetto alla percezione della natura immanente, dove i riferimenti paiono, a volte, racchiusi nell’evocazione poetica rispettivamente diffusa, a titolo di esempio, fra le luci del firmamento e fra altri aspetti, esistenzialmente legati all’interazione con ambiente, scorti, pure, nell’avvicendarsi dei tempi, fattibili a dare corpo alla metafora traslata dal volto delle stagioni, mediante quelle caratteristiche che accompagnano l’affaccendarsi umano in una transitorietà incombente.

Sullo sfondo, proprio di una velata nostalgia, gli espliciti richiami alla realtà locale, lungo lo strascico della cultura contadina, come avviene emblematicamente in “Cassinal” (Cascinale), dalla quale l’eco, fra ulteriori accenni evocativi, che appare corrisposta alla menzione della giornata di Sant’Agnese, nella tipicità del mese di gennaio che le attiene, ed, altrove, alla presenza aleggiante di un campanile, per le note di una “torre” campanaria, fino a contemperare pure vaghe memorie di escursioni, nelle vicissitudini compromesse ad una serie di contestualizzazioni, come quella dello “spigolare” a Calino, citazione territoriale di una località bresciana che assurge a rappresentatività di un più vasto ambito d’appartenenza collettivo.

Varie poesie si sviluppano nel caratteristico incontro sostenuto da una palpitante immedesimazione nella natura dove si profilano affreschi campestri, come in “Raissù” (Ravizzoni) ed in cui si profilano partecipi intrecci con quanto gravita, per lo più, attorno all’intercettare le manifestazioni di un tipico elemento saliente, ricreandosi secondo dominanti enucleazioni contraddistinguenti che, rispettivamente, evocano, fra gli altri, il vento, la neve, i colori di un tramonto.

Come poesie d’ampio respiro, recano una sottile mediazione introspettiva che pare alimentarsi anche grazie ad un tenace approccio riflessivo, pure esemplificato da un’analisi esistenziale che, quasi ad impronta metafisica, rilancia, in un superamento del presente, lo sguardo per un rimando successivo, come, appare, in “Restòm a gala”: “Fin che sa pol almanch, restòm a gala/ dopo ‘na not passada so la ria;/ spetòm argòt de nof, forse la rima/ de libere parole che sa mof/ dent a ‘n penser ensaurìt dal temp./ Pagòm el presse ‘ntat e l’interès/ d’ogni moment, pirdìt tra le passiù/ dei zoch, calàc e strach denter al nient./ Tiròm on fiat profònd, che ‘l sies assè/ per chel che rèsta dent a la zornada,/ la sula per lassà noma ‘na dema/ del nost passà en chesta traersada”. (Restiamo a galla. Restiamo a galla almeno, fin che possiamo, / dopo una notte trascorsa sulla riva; / aspettiamo qualcosa di nuovo, forse la rima/ di parole libere che si muovono/ in un pensiero insaporito dal tempo//. Paghiamo, intanto, il prezzo e l’interesse/ d’ogni momento perso tra le passsioni/ di giochi, calati e stanchi nel nulla.// Respiriamo profondamente, tanto che basti/ per quello che rimane della giornata,/ la sola per lasciare anche soltanto una traccia/ del nostro transitare in questo viaggio“.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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