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L’accusa era grave. Davanti alla morte, si faceva strada il dubbio di un errore esiziale.
Un errato dosaggio di farmaci era ipotizzato a margine di un fatto costato la vita a qualcuno, nella conseguente costernazione generale di un interrogarsi circa questo tragico trapasso esistenziale.

Come accadeva allora, in un’invalsa pratica e consuetudine, era spettato al farmacista preparare i farmaci in un delicato e minuzioso servizio peculiare che, anche nel territorio bresciano della cittadina di Chiari, valeva a supporto della medicina, per la cura spesa a favore del benessere delle persone.

Il fatto riporta ad un caso, limitato e circoscritto ad un dato avvenimento particolare, che è menzionato dalla stampa locale, attraverso una serie di articoli contestualizzati in quel sofferto ambito popolare da dove gli stessi scritti avevano avuto l’ispirazione per un controverso risvolto d’informazione inerente l’effettiva dinamica di tutto ciò che, a tale riguardo, pare si sia potuto appurare, in una relativa corrispondenza consequenziale.

L’avvenimento, ravvisabile, fra l’altro, a margine di quei giorni lontani dove i farmaci erano, per lo più, confezionati in un’estemporanea preparazione da manuale, fra i prescritti elementi curativi  indicati nel merito di una farmacopea generale, era riferito da un non meglio identificato cronista de “La Provincia di Brescia”, in un articolo apparso nell’edizione del 9 dicembre 1879: “Errore fatale. Ieri l’altro la città di Chiari fu conturbata da un funestissimo caso. Erano, in una famiglia, ammalati due bimbi di tosse canina. Il medico stese una ricetta contenente qualche soporifero onde procurar loro un po’ di sonno e di quiete. Per una lacrimevole combinazione furono sbagliate le dosi, scambiandosi per grammi i centigrammi. I poveri ragazzi restarono entrambi avvelenati e non si svegliarono più. E’ veramente orribile”.

medicineLa notizia si accompagnava, successivamente, ad uno strascico di ulteriori dettagli, riportati nell’edizione dell’indomani, quando il medesimo quotidiano forniva altri particolari, meglio circostanzianti l’accaduto, nella possibile esemplificazione di una criticità correlata alla natura avversa, propria di incidenti ad essa similari: “A complemento delle notizie che abbiam date ieri sul tristissimo caso di Chiari dobbiam aggiungere che i due ragazzi morti sono Lorini Federico di anni 2 e 1/2  e Lorini Virginia di 10 mesi. La ricetta che ora trovasi in possesso dell’autorità giudiziaria era stata scritta dal medico  sig. Z. e fu spedita dalla farmacia B.- Non entriamo, stante l’estrema delicatezza del caso, a discorrere delle voci che corrono circa l’origine del funestissimo errore che ha gettato la famiglia Lorini in una più profonda costernazione”.

Lo stesso giorno, 10 dicembre 1879, il mezzo d’informazione, uscito, invece, da sotto i torchi de “La Sentinella Bresciana” interveniva, in un diverso modo, sulla ricostruzione della medesima contingenza trattata, prefigurandovi la spiegazione di una subentrata interpretazione ultimativa che, alla vicenda, sembrava potesse essere strettamente applicata: “Secondo nostre notizie, il fatto, purtroppo doloroso, accaduto a Chiari e narrato ieri da La Provincia, avrebbe avuta altra causa, e soprattutto un solo bambino sarebbe rimasto vittima. Ai due bimbi sarebbe stato dato, dal medico, un sonnifero, crediamo oppio (…) ordinandone un cucchiaino o due al giorno, avvertendo ogni volta di scuoter bene il boccettino acciò il narcotico che avrebbe fatto sedimento, si mescolasse all’olio. Fu ignoranza o dimenticanza di tale prescrizione in chi somministrò ai bimbi il sonnifero, non lo sappiamo, ma sventura volle che ad uno dei due bimbi fosse fatto trangugiare un cucchiaio o due del sedimento che al bimbo furono letali, mentre l’altro sfuggì tanta sciagura avendogli fatta ingoiare una assai minore quantità”.

Innanzi all’oblio eterno della morte, dischiuso al varco di una incoscienza soporifera, restava ai protagonisti della scena di questo mondo il decifrare le responsabilità e le dinamiche di quell’addormentarsi letale, con il risultato, pure, di  equilibrare un certo qual invalso ordine sociale, a concomitante pareggio di una coscienza personale, nella risoluzione di ribadire alla vita un orizzonte di sacro rispetto valoriale, a cardine di una vocazione universale, aderente, in pratica, ad una leale condivisione plurale.

Per questo, in relazione alla serietà del proprio ambito professionale, si era, conseguentemente, pronunciato anche il farmacista della cittadina clarense, svelatosi, sulla carta stampata, nel tema corrispondente, affrontato con una sua una presa di posizione, riferita da “La Provincia di Brescia” giunta, con l’undici dicembre del 1879, alla veste quotidiana di un’ennesima edizione che, alla vicenda, risultava, quindi, ancora pertinente:  “Il fatto di Chiari. Dal sig. Domenico Borsato, farmacista di Chiari, riceviamo la seguente dichiarazione che pubblichiamo senz’altro, osservando che non avevamo attribuito alla responsabilità di nessuno l’equivoco di cui furono vittime i ragazzi Lorini. Quanto all’equivoco in se stesso, sarà, in un modo o in un altro; noi l’abbiamo raccolto dalle relazioni quasi concordi che correvano a Brescia; ma non abbiamo alcuna difficoltà a metterlo in quarantena per aspettare il responso dei chimici. Quanto alle vittime, sgraziatamente esse ci sono. Ecco, ora la dichiarazione del sig. Borsato: Onorevole sig. Direttore, E’ del tutto falso lo sbaglio di dosi, lo scambio di centigrammi in grammi, nel disimpegno della ricetta medica. Attendesi ora il responso dai periti medici e chimici per giudicare con scienza la vera causa di morte dei due bimbi. Chiari, 9 dicembre 1879. Borsato Domenico, farmacista”.

Nella fine grammatura di quei giorni, la quotidianità sembrava, pure fluire, per chi poteva, attraverso farmaciaproposte salutistiche di rimedi valutabili anche fra le ricette più avveniristiche, come “lo sciroppo d’Osmunda al protojoduro di ferro, preparato dalla Farmacia dell’Ospitale di Pontevico”, testualmente pubblicizzato dal medesimo giornale accennato, in buona compagnia con, il così scritto, “Lo siroppo d’ipofosfito di calce in Brescia presso Girardi” che, dalla sua sbandierata ascendenza parigina, concorreva a carpire l’attenzione e la fiducia dei possibili acquirenti, unitamente alla proposta dell’olio di “Fegato di Merluzzo Pancreatico de Defresne”, mentre, altra inserzione pubblicitaria di quell’epoca lontana promuoveva “Tayuya, dei Fratelli Ubicini di Pavia, rimedio contro la sifilide e la scrofola. Rappresentanza e deposito principale, per la provincia Bresciana, dal Farmacista Bianchi, Corso Garibaldi, Brescia”, prefigurando, invece, l’oltrepassare il Canale della Manica con “la deliziosa Farina di Salute, Du Barry di Londra, detta Revalenta Arabica” che “economizza mille volte il suo prezzo in altri rimedi; guarisce radicalmente dalle cattive digestioni, dispesie, gastriti, gastralgie, costipazioni croniche, emorroidi, glaudole, ventosità, diarrea, gonfiamento, giramenti di testa, palpitazione, ronzio d’orecchi, acidità, pituita, nausee e vomiti, dolori, ardori, granchi e spasimi, ogni disordine di stomaco, del fegato, nervi, bile e respiro, insonnie, tosse, asma, bronchiti, tisi, malattie cutanee, eruzioni, melanconia, deperimento, reumatismi, gotta, febbre, catarro, convulsioni, nevralgia, sangue viziato, idropsia, mancanza di freschezza e di energia nervosa; 33 anni di invariabile successo”: insomma, a quanto pareva, trattavasi, in quest’ultimo caso, di un vero e proprio toccasana, assimilato anche dall’andare del tempo, nella medesima vacuità d’insieme dove è pure metabolizzato il sonno eterno di chi è scivolato, dormendo, nel baratro di quella dimensione di non ritorno che è stata tragicamente raggiunta per una sbagliata dose soporifera, come in quel di Chiari, a fine Ottocento.

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Luca Quaresmini
Ha la passione dello scrivere che gli permette, nel rispetto dello svolgersi degli avvenimenti, di esprimere se stesso attraverso uno stile personale da cui ne emerge un corrispondente scibile interiore. Le sue costruzioni lessicali seguono percorsi che aprono orizzonti d’empito originale in sintonia con la profondità e la singolarità delle vicende narrate.

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