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Ferrara. Al Meis, Museo Italiano dell’Ebraismo e della Shoah, dov’è in corso un’interessante mostra:Il Rinascimento parla ebraico”, da venerdì 19 per 7 giorni si festeggia il Pèsach, chiamata anche Festa della Libertà.

Nella tradizione ebraica, è dovere di ogni ebreo considerare se stesso come se fosse davvero uscito dalla schiavitù egiziana, rivivendo quel momento una volta all’anno attraverso precetti e rituali ben definiti, e narrandolo ai propri figli. Ciò avviene con la Festa di Pèsach, durante la quale si trasmette di generazione in generazione il racconto biblico dell’Esodo e la conquista della libertà.

Essa comincia la notte del 15 del mese ebraico di Nissan, in cui, secondo la tradizione, il popolo ebraico si sottrasse alla schiavitù egiziana. Nel calendario civile, quest’anno cade la sera di venerdì 19 aprile. La festa dura sette giorni (otto nella diaspora, ovvero fuori da Israele): i primi due e gli ultimi due sono di festa solenne.

Pèsach è una festa famigliare. Un momento in cui le famiglie si riuniscono, perché furono le famiglie intere a uscire dall’Egitto, attraversando il Mar Rosso verso la libertà. Ma anche perché i genitori devono parlare con i figli, devono ascoltare le loro domande, rispondere ai loro dubbi, trasmettere loro come fare a rivivere la notte della liberazione. Mantenere un dialogo generazionale è il segreto della continuità in ogni famiglia e in ogni gruppo umano.

La storia viene narrata coralmente leggendo e cantando il racconto del libro Haggadà, ‘narrazione’, durante una cena che si chiama Sedèr, ovvero ‘ordine’, perché si svolge secondo un preciso rituale, volto a suscitare domande e discussioni. A domandare sono soprattutto i più piccoli. Ogni interrogativo sul senso del racconto biblico, e sul suo fondamentale insegnamento per l’oggi, è benvenuto. La parola Pèsach indica un salto, un balzo. Perché l’Angelo del Signore, venuto a ghermire le vite dei primogeniti egiziani, passò oltre, scartò le case degli ebrei, marcate sugli stipiti delle porte dal sangue dell’agnello, il sacrificio pasquale.

Pèsach è una festa caratterizzata dall’assenza di qualunque cibo lievitato. Sia perché gli ebrei non ebbero tempo, fuggendo, di far lievitare le loro focacce, sia perché il lievito simboleggia la superbia, il gonfiare il proprio io senza ragione. E non è la superbia a portare alla libertà esteriore e interiore. La matzà, la semplice azzima, il cibo simbolo della Pasqua ebraica, è pane dell’afflizione, ma è anche, con un gioco di parole ebraiche, il pane degli umili.

Pèsach si mangia anche il maror, ovvero l’erba amara, in ricordo delle amarezze subite durante la schiavitù. La prima e la seconda sera di Pèsach sono lunghe, intrecciate di racconti, letture, cibi rituali, canti, gioia trattenuta. Una gioia parziale: perché la liberazione degli ebrei avvenne a prezzo delle vite di molti egiziani e non si può gioire pienamente quando il proprio benessere si accompagna inevitabilmente alla disgrazia di altri.

Nissan è anche il mese ebraico della primavera. Dunque Pèsach è chiamata pure Festa della Primavera, del ritorno alla vita

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Valerio Gardoni
Giornalista, fotoreporter, inviato, nato a Orzinuovi, Brescia, oggi vive in un cascinale in riva al fiume Oglio. Guida fluviale, istruttore e formatore di canoa, alpinista, viaggia a piedi, in bicicletta, in canoa o kayak. Ha partecipato a molte spedizioni internazionali discendendo fiumi nei cinque continenti. La fotografia è il “suo” mezzo per cogliere la misteriosa essenza della vita. Collabora con Operazione Mato Grosso, Mountain Wilderness, Emergency, AAZ Zanskar.

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