Allacciate le cinture … oppure no

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Una scena del film
Tempo di lettura: 2 minuti

Amo il cinema del regista italo-turco Ferzan Ozpetek. Direi quasi tutto. Mi sono piaciute “Le fate ignoranti“, “La finestra di fronte“, e anche “Saturno contro“.

Così quando è uscito l’ultimo suo film, Allacciate le cinture, mi sono precipitata al cinema.

Beh, ho quasi litigato con mio marito che avrebbe voluto abbandonare la sala prima della fine (in effetti qualcuno lo ha fatto…).

Ho voluto restare fino all’ultimo fotogramma per sperare che in qualche parte il racconto si riprendesse, si alzasse di tono e maestria in uno scatto d’orgoglio, abbandonasse lo sguardo irriducibilmente melo, riprendesse in mano una sceneggiattura sciatta e quasi inesistente.

Ma così non è stato.

Al centro di questo film non riuscito c’è la storia d’amore nata tra un uomo e una donna diversissimi tra loro. Lei, Elena (la bella e tenera Kasia Smutniak), è una venticinquenne che fa la cameriera ma proviene da una famiglia borghese, ha un fidanzato ricco e ambizioni imprenditoriali (vuole aprire un bar tutto suo).

Lui, Antonio (il tronista Francesco Arca), è un aitante meccanico, burbero, taciturno e omofobo che ha una relazione con la migliore amica di lei (Carolina Crescentini). I due finiranno col vivere una passione (ma con ben poichi tremori) che li porterà a tradire i rispettivi fidanzati.

Tredici anni dopo il loro primo incontro, li ritroviamo sposati e con due figli, alle prese con qualche problema di coppia ma, soprattutto, con la malattia di Elena che scopre di avere un tumore al seno.

I temi di Allacciate le cinture sono quelli cari al regista: l’ amour fou (quello fra Elena e Antobio), l’amicizia (Elena e i suoi colleghi, ma anche la compagna di ospedale), il destino (la malattia), la sessualità “diversa” (quella della madre di Elena, una stupenda Carla Signoris, che vive una storia d’amore con un’amica pazzerella, alias Elena Sofia Ricci),  la rispettabilità sociale.

Ma stavolta qualcosa sembra non funzionare. Il dramma e la commedia che si alternano fanno solo confusione. I personaggi sono tagliati male. La storia perde colpi e lascia troppe cose in sospeso (per esempio: come sono stati questi 13 anni d’amore?). Antonio ha un’unica espressione dall’inizio alla fine, nonostante il taglio di capelkli e i venti chili in più.

Fin dal primo momento il film procede con fatica. In alcune parti è noioso e inutile. Peccato perché l’idea di due persone completamente diverse che non riescono a resistersi e che costruiscono insieme una vita, è sicuramente intrigante.

Insomma. Un film da non vedere. Sono d’accordo con Beppe Severgnini che l’ha stroncato via twitter. Meno d’accordo con Natalia Aspesi che su Repubblica l’ha salvato.

Unico raggio di sole: l’irrompere nelle snece finali della meravigliosa “A mano a mano” cantata da Rino Gaetano. Purtroppo non sufficiente a risollevare le sorti dell’ultimo Ozpetek.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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