Anime Nere

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Confesso: il motivo frivolo che mi convince a uscire di casa un lunedì sera di fine ottobre, con i primi freddi che penetrano tra gli indumenti ancora troppo leggeri, è la curiosità di vedere Peppino Mazzotta, l’interprete dell’ispettore Fazio nella serie televisiva del Commissario Montalbano, impegnato in un ruolo opposto a quello nel quale siamo abituati a vederlo.

In “Anime Nere” diretto da Francesco Munzi, reduce dalla recente Mostra del Cinema di Venezia, Mazzotta è Rocco, uno dei tre fratelli calabresi protagonisti della pellicola, originari di Africo che, assieme a Platì e San Luca, è il centro dell’attività criminale della ‘ndrangheta e nel quale il film è in buona parte girato, coinvolgendo anche la gente del posto che si mescola nelle riprese con gli attori professionisti. L’operazione non è stata semplice; la diffidenza dei locali è stata superata solo grazie alla collaborazione dell’autore del romanzo da cui è tratto il film, l’africese Gioacchino Criaco (Ed. Rubbettino)

Rocco è trapiantato a Milano: una casa lussuosa, uffici nel grattacielo, un’impresa di costruzioni che paga in nero i dipendenti, una bella moglie settentrionale (Barbora Bobulova) che scherza sui guai giudiziari della famiglia del marito e non si chiede da dove vengano i soldi.

Luigi è il fratello arricchitosi con il traffico di cocaina con il sudamerica, interpretato da Marco Leonardi (il bambino di “Nuovo Cinema Paradiso” di Giuseppe Tornatore, Oscar nel 1990) che finanzia le attività di Rocco.

Luciano, il terzo fratello, è rimasto in Calabria, alleva capre, resta lontano dai clan e piange ancora il padre, ammazzato quando i tre figli erano ancora bambini.

Un’offesa verbale all’onore della famiglia, vendicata dal figlio ventenne di Luciano a colpi di fucile contro le vetrate del bar della ‘ndrina rivale, riaccende la faida e ricominciano le vendette. Il finale, sconvolgente, lascia senza fiato.

Gli uomini sono duri, intrisi di un machismo altrove scomparso, legati alla tradizione mafiosa, alla vendetta, all’onore. Le donne sono sottomesse, rassegnate ai lutti che prima o poi le piegheranno, l’omertà come regola di vita. E’ un mondo che ci appare arcaico, lontano, indecifrabile, come il dialetto con il quale è stato girato il film (tutto sottotitolato in italiano) che sottolinea ulteriormente l’isolamento di questo sperduto angolo di Sud.

E’ un film inquietante, ma bellissimo. E’ girato spesso in notturna, i colori sono desaturati (quasi un bianco e nero) e sottolineano l’isolamento dei luoghi, preparandoci agli ammazzamenti e al dramma finale.

La mia curiosità iniziale viene soddisfatta. Peppino Mazzotta (e non solo lui) è veramente bravo: recitazione asciutta, senza fronzoli, convincente.

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Remigio Bertoletti
Sono nato a Leno (Bs) nel 1956. Ho abitato lì fino al 2002. Ho suonato per trent'anni nel Corpo Musicale Lenese Vincenzo Capirola'. Mi piace anche leggere, fotografare e cucinare. Amo il mare ed i gatti. Non sopporto i prepotenti e... gli errori di ortografia.

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