Blade Runner 2049, molto più di un sequel

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Dopo 35 anni più nessuno oramai sperava o si aspettava che un giorno arrivasse sul grande schermo il sequel di “Blade Runner” (1982), uno dei capolavori assoluti della cinematografia, e non solo quella di fantascienza. Ebbene, quel giorno è arrivato.

E’ da pochi giorni nelle saleBlade Runner 2049“, di Dennis Villeneuve, con Ryan Gosling, Harrison Ford, Robin Wright, Jared Leto e Ana De Armas, e possiamo dire fin da subito che il risultato è straordinario. Un film che è molto più di un sequel, ma una pellicola che è destinata a diventare un classico della fantascienza, perchè della fantascienza raccoglie il meglio che si è visto negli ultimi cinquant’anni.

Dopo una serie di violente rivolte avvenute nel 2020, i replicanti prodotti dalla Tyrell Corporation sono stati messi al bando. Nello stesso anno, un grande black out ha distrutto quasi completamente ogni dato digitale del pianeta, e catastrofici cambiamenti climatici hanno dato il via a una stagione di carestie, cui si è sopravvissuti solo grazie alle colture sintetiche prodotte dalla Wallace.

A capo di questa società c’è l’ambiguo e misterioso Neander Wallace (Jared Leto) che con i proventi delle colture ha acquisito la tecnologia della Tyrell, sviluppando una nuova serie di replicanti completamente ubbidienti all’uomo e dalla longevità indefinita.

Siamo nel 2049. L’agente K (Ryan Gosling) è un replicante di ultima generazione, lavora per la polizia e dà la caccia ai vecchi replicanti Nexus ribelli sparsi per il pianeta. Uno di questi, Sapper Morton, vive da solo in una fattoria e K lo rintraccia e lo “ritira”. Presso la sua abitazione K riviene una scatola sepolta sotto un albero morto.

L’oggetto sepolto viene recuperato e aperto: al suo interno vi è lo scheletro di un replicante Nexus femmina. Gli analisti ritengono che la replicante è morta a seguito di complicazioni durante un taglio cesareo. Joshi (Robin Wright), il capo di K, è sconvolta dal ritrovamento, in quanto non si credeva che i Nexus fossero capaci di riprodursi, quindi gli ordina di eliminare qualsiasi prova e di trovare e ritirare il figlio replicante, poiché la notizia potrebbe creare un’instabilità nell’ordine tra umani e replicanti.

K invece inizia un’indagine privata che vedrà incrociare la sua strada con quella di Rick Deckar t(Harrison Ford), svanito nel nulla trent’anni prima senza lasciare alcuna traccia di sé …

La struttura narrativa e i dialoghi non sono certamente all’altezza dell’originale: mentre nel primo erano asciutti ed essenziali, qua sono un po’ troppo prolissi e stordiscono in spiegazioni. Ma questo non conta. Quello che conta è la forza intrinseca del racconto, potente e trascinante.

La bellezza del film sta in altro. Sul piano visivo niente da dire. Il giovane regista canadese riesce a dargli un tocco personale ed originale di assoluto spessore, ben supportato dalla splendida fotografia del talentuoso Roger Deakins, che si esprime nell’utilizzo delle dominanti cromatiche (soprattutto il giallo e il blu scuro), dalle ottime scelte scenografiche di Dennis Gassner, e dalle impeccabili musiche dell’islandese Johann Johannsson e dell’esperto Hans Zimmer, che non fanno rimpiangere il grande Vangelis.

Come nel precedente, il film è pervaso dalla malinconia e dalla solitudine del protagonista, anche qui scandita da musiche coinvolgenti e struggenti. Una solitudine esistenziale, generata dalla consapevolezza della propria natura. La storia d’amore con la bellezza olografica, interpretata dalla brava Ana De Armas che non potrà mai essere reale e fisica, è fonte di continua frustrazione.

Questo ci porta all’aspetto psicologico e filosofico del film, che oltre all’amore, riguardano anche l’identità e la definizione stessa di essere umano,”più umano dell’umano” è lo slogan ripetuto in tutti e due i film, che portano alla rivelazione shock della pellicola: i replicanti/androidi possono veramente riprodursi autonomamente?

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