Bohemian Rhapsody: non so voi, ma per me è bellissimo

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È stato il film più visto in Italia in tutto il 2018. In un mese o poco più di programmazione ha totalizzato quasi 19 milioni di euro di incasso (sono 670 i milioni guadagnati in tutto il mondo) ma soprattutto ha visto in coda al botteghino milioni e milioni di spettatori entusiasti, a dispetto di una critica piuttosto freddina e inutilmente, a volte, filologica.

E ora, mentre risuonano ancora i canti e gli applausi nelle sale di città e paesi, mentre chi lo ha visto una volta è pronto a fare il bis o addirittura il tris, Bohemian Rhapsody, il film sui Queen e sulla vita del loro storico frontman, Freddie Mercury, a sorpresa sbaraglia i Golden Globe 2019 correndo veloce verso gli Oscar di febbraio.

Una vittoria a sorpresa visto che Lady Gaga con il suo bellissimo “A star is born” era data per favorita. E che la critica non è stata sempre amica di Bohemian Rhapsody.

Il film sui Queen si è aggiudicato due statuette: quella di Best Motion Picture – Drama e quella di miglior attore in un film drammatico, consegnata al protagonista Rami Malek che non è figo come il mitico Freddie (ed è pure bassino), ma ha senza dubbio saputo raccontare al meglio un uomo che rimane una leggenda e un’opera d’arte di carne, passione, eccessi, genialità.

Il biopic racconta il gruppo inglese, senza pretese di esattezza cronologica (e qui fan dei Queen e critici snob storcono il naso) dal 1970, anno del fatidico incontro tra Bryan May, Freddie Mercury e il batterista Roger Taylor, al Live Aid di Wembley del 1985, quando il frontman, già malato di Aids, regalò a un pubblico di 72mila persone una delle sue esibizioni che passarono alla storia.

L’eccentrica e inimitabile icona del rock ha il viso di Rami Malek, che, per cercare di rendergli giustizia si dice abbia studiato canto e pianoforte per un anno. E che deve aver pure analizzato secondo dopo secondo anche tutti i concerti di Mercury perché, a dispetto di un fisico meno aitante, ogni tanto riesce davvero a convincere lo spettatore che il mito sia tornato fra noi.

Non fatevi illusioni voi pochi che ancora avete resistito e non lo avete visto (oppure lo state snobbando…): il film di Singer e Fletcher abbandona fin dal primi fotogrammi ogni pretesa filologica sulla vita dei Queen e su Mercury. Vuole evocare, piuttosto, e rievocare. Non documentare. Vuole suggestionare, entrare nelle vene degli spettatori. Nessuna cronaca puntuale. Nemmeno quella, drammatica, delle pagine più difficili e scottanti della vita di Mercury che morì di Aids nel 1991 a soli 45 anni.

Bohemian Rhapsody vuole “solo” farci reincontrare Freddie. Andare oltre la sua morte. Riconsegnarci intatti il mito e la sua voce. Regalarci due belle ore di musica, energia, passione, sogno (questo è cinema).

Un messaggio e un film così travolgente e talmente “di pancia” che è stato recepito alla perfezione dal ragazzino di 10 anni, da sua mamma di 40 e dal nonno di 70. L’unico che aveva davvero goduto dei Queen e di Mercury in vita.

Ma poco importa. Finito il film, spente le luci di sala, tornati a casa, siamo di nuovo pronti a mettere a tutto volume We are the Champion o a rivederci il Live Aid di 33 anni fa.

Scusate se è poco.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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