Borg McEnroe, l’epopea d’oro del tennis

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La sfida nella finale di Wimbledon del 1980 tra Borg e McEnroe è considerata la partita più bella della storia del tennis, forse solo quella tra Federer e Nadal del 2008 (durata quasi cinque ore) può reggere il confronto. Oggi, a quasi quarant’anni, da quell’evento è stato tratto un bel film, “Borg McEnroe“, diretto dal danese Janus Metz, con Sverrir Gudnason e Shia LaBeouf, acclamato dal pubblico come miglior film alla recente Festa del Cinema di Roma.

Estate 1980. Sta per iniziare il torneo di Wimbledon, il più importante del circuito tennistico. I favori del pronostico vanno allo svedese Bjorn Borg, già vincitore delle ultime quattro edizioni che qui vuole entrare nella leggenda con il quinto sigillo consecutivo. A contendergli il trono l’astro nascente John McEnroe, americano di soli 21 anni, già al numero 2 del ranking mondiale.

Più che una partita di tennis, questo è lo scontro tra due opposti personaggi, due archetipi. Da un lato lo svedese, l’orso, l’uomo di ghiaccio, apparentemente privo di emozioni, una macchina segnapunti dai passanti lungolinea impeccabili e dal rovescio a due mani, mai visto prima sui campi da tennis. Dall’altro il giovane rampante che ha fretta di arrivare in cima, talento tennistico puro e mancino micidiale, ma anche ribelle e rissoso, in continua lotta verbale con i giudici e i giornalisti.

Prima di arrivare all’epica sfida, il film racconta l’avvicinarsi al match dei due protagonisti alternandolo a continui flash back temporali sugli inizi di carriera di entrambe, anche se il regista, danese, si sofferma un po’ di più sulla figura di Borg. Si scopre così che il compassato e imperturbabile svedese non è poi così freddo. Da giovane era lui stesso alquanto ribelle e litigioso, e durante la vigilia di questa storica finale è tormentato da insicurezze e demoni interni che …

Guardando questo film la prima cosa che balza all’occhio è la straordinaria somiglianza dell’attore Sverrir Gudnason con Borg, una vera e propria osmosi: l’attore svedese non interpreta il tennista svedese, si trasforma nel fuoriclasse svedese, e sottolineando il fatto che ad interpretare il Borg adolescente è stato scelto il figlio dello stesso, possiamo dire che il quadro è completo.

Diverso il discorso su Shia LaBeouf. Pur con tutta la buona volontà e la meticolosità nello studio delle espressioni, degli atteggiamenti e dei dettagli, soprattutto la famosa battuta del mancino americano (roba da far venire la scoliosi solo a guardarlo), l’attore risulta si bravo ma poco somigliante e meno convincente dell’altro protagonista, d’altronde non è facile interpretare l’iracondo McEnroe.

Bravo il regista Janus Metz a ricreare atmosfere, sapori e ambientazioni di un epoca. Se da un lato è stato un po’ troppo Borg-centrico e ha ecceduto nei flash-back, dall’altro ha saputo ricostruire la partita finale in maniera veramente eccellente, come di rado si è visto al cinema, talmente percettiva da emozionarti ancora adesso anche se sai già come andrà a finire.

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Silvano Treccani
Nato a Leno nel 1964 lavora presso Cassa Padana Bcc dal 1995. Le sue grandi passioni sono la musica, il cinema, la lettura e la corsa podistica. Rigorosamente in quest'ordine. E guai a cambiarlo.

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