Cinema / Un sogno chiamato Florida

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A volte bisogna prendersi una pausa dalle megaproduzioni hollywodiane e gustarsi qualche chicca che l’altra faccia dell’america riesce ancora a sfornare. Ne è un esempio il film “Un sogno chiamato Florida (The Florida Project)“, diretta da Sean Baker, presentato al Festival di Cannes 2017 nella sezione Quinzaine des Réalisateurs e proiettato come film di chiusura del 35º Torino Film Festival  Protagonisti il redivivo Willem Dafoe, l’esordiente Bria Vinaite e la piccola Brooklynn Prince, vera mattatrice della pellicola.

Il film racconta il fallimento del nuovo sogno americano, dei nuovi poveri costretti da un giorno all’altro a vivere ai margini. Moonie, Scooty e Jancey vivono in Florida, in una zona degradata tanto vicina a Disneyland quanto lontana dal suo gioioso e spensierato benessere. Ma i tre hanno circa sei anni, e riescono ancora a trasformare una realtà fatta di fast food, trash televisivo e quotidiana miseria in un’avventura alla Tom Sawyer e Huckleberry Finn.

I tre simpatici birbanti abitano in quei terrificanti motel coloratissimi ma nello stesso tempo squallidi, che popolano le periferie delle metropoli della Florida (Miami, Orlando…). I loro genitori, anzi, le loro mamme, perché i padri sono del tutto assenti, non hanno un lavoro stabile, campano alla giornata, bevono, fumano e amoreggiano. Non sono madri snaturate, perché continuano ad amare i propri figli e qualcuna si adopera per tenerli lontani dai pericoli e dalla perdita di dignità cui loro stesse sono quotidianamente sottoposte.

Halley, la giovane mamma di Moonie, cammina pericolosamente lungo il confine fra legalità e crimine, fra rispetto di sé e perdita di ogni decoro, e se spesso non finisce in guai più seri è solo per l’aiuto di Bobby, il paziente supervisore del motel. Le cose però non possono sempre andar bene e …

Sean Baker è uno dei più apprezzati registi di film indipendenti in circolazione che ha raggiunto il successo con il precedente “Tangerine“. Come prima di lui Gabriele Salvatores in “Io non ho paura“, mette la telecamera ad altezza dei bambini, i protagonisti principali del film, e ci fa vedere il mondo circostante con i loro occhi. Fantastici e commoventi questi bambini, mi hanno fatto ritornare alla mente come potevano essere lunghe e memorabili le vacanze estive della nostra infanzia.

Un mondo fatto di degrado e miseria, in stridente contrasto con il mondo sfavillante e pieno di luci del vicinissimo Disney World. Una periferia mortificata che nell’idea originale doveva essere l’area residenziale che circondava il mega parco divertimenti, ma che la crisi immobiliare ha trasformato in una schiera di grotteschi motel coloratissimi, dai nomi fiabeschi e futuristici, abitati da varia umanità che cerca giorno per giorno di sbarcare il lunario.

Un sogno chiamato Floridaè un film crudo, diretto, iperrealista e politicamente scorretto. Negli Stati Uniti è stato vietato ai minori di 17 anni non accompagnati per la presenza di “linguaggio non adatto, comportamenti inquietanti, riferimenti sessuali e uso di droghe“, una delle tante facce dell’America, quella bigotta e ipocrita.

Alcune curiosità: la scena della vendita dei profumi davanti a un hotel di lusso è stata girata con una tecnica di tipo candid camera, con una telecamera nascosta e Brooklynn Prince e Bria Vinaite a improvvisare la vendita munite di un auricolare; la scena all’interno del Walt Disney Magic Kingdom è stata girata con un iPhone 6 all’insaputa della direzione del parco che non aveva concesso il permesso di girare.

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