Disconnect

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Una scena del film
Tempo di lettura: 2 minuti

E’ finalmente arrivato nelle sale cinematografiche italiane “Disconnect”, primo lungometraggio del documentarista Henry Alex Rubin , presentato fuori concorso alla 69ª edizione del Festival di Venezia. Un bel film corale, nella tradizione di “America oggi” di Altman o “Crash” di Paul Haggis, per raccontare la famiglia al tempo della globalizzazione, le trappole e le insidie della rete.

Storie che s’intrecciano. Una coppia in crisi per la perdita del figlio è vittima di un furto da parte di un hacker informatico che gli svuota il conto in banca. Per risalire al ladro si rivolgono a un investigatore privato informatico. Il figlio adolescente di questi, in combutta con un amico, inganna su facebook un coetaneo timido e senza amici portandolo al gesto estremo. Il padre del ragazzo è un avvocato infaticabile e, mentre cerca di capire il gesto del figlio, deve anche occuparsi di una giornalista nei guai con FBI dopo un’intervista anonima con un macho minorenne che si prostituisce virtualmente in internet attraverso la webcam.

Senza un cast di grandi nomi, ma tutti bravissimi nel ruolo assegnato, il regista è riuscito a confezionare un film di notevole sobrietà stilistica e dal forte impatto emotivo. Una regia che sfrutta al meglio le luci livide degli schermi dei computer e dei telefonini per illuminare i volti dei protagonisti, pallidi come cadaveri e rinchiusi nelle loro gabbie emotive: connessi a internet ma sconnessi dai veri rapporti affettivi..

Va da sé che la protagonista assoluta del film è la solitudine, che ci spinge a un “abbraccio” impersonale alla rete piuttosto che al caldo abbraccio di chi ci sta “vicino”, pensando che sia “lontano”, mentre spesso basterebbe così poco per ritornare ad abbracciarsi. Solitudine direttamente figlia dell’incomunicabilità e che ci consegna nelle braccia della rete con le sue potenzialità sì positive, che possono però diventare un’arma a doppio taglio per le persone fragili e sole. È quindi importante avere coscienza delle possibili conseguenze delle azioni che compiamo in una realtà, quella virtuale, che ha implicazioni anche nella nostra esistenza reale.

La struttura della storia regge la prova dello schermo e il montaggio è perfetto per non avere fastidi nel seguire l’intreccio delle storie. Il finale poi è agrodolce, senza moralismi o scene melodrammatiche o lieti fine, dove i personaggi scoprono di essere quelli che sono attraverso esperienze negative, dove le cose accadono perché devono accadere, e dove lo spettatore può identificare, nel senso che il film ci descrive impietosamente. Per questo è un film onesto e crudele.

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Silvano Treccani
Nato a Leno nel 1964 lavora presso Cassa Padana Bcc dal 1995. Le sue grandi passioni sono la musica, il cinema, la lettura e la corsa podistica. Rigorosamente in quest'ordine. E guai a cambiarlo.

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