Il petroliere

Una scena del film
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Paul Thomas Anderson, uno dei registi più interessanti degli ultimi anni (“Magnolia” e “Ubriaco d’amore“), ritorna dopo sei anni con un film, “Il Petroliere“, che ha meritato ben otto nomination agli Oscar, tra le quali miglior film, miglior regia, miglior attore, un grande Daniel Day-Lewis. Non per questo però bisogna aspettarsi un film facile e ruffiano, girato per prendere il consenso di tutti.

Quella di Anderson è invece una pellicola tosta, un’opera al nero, come nero è il petrolio e il cuore del protagonista. Un film nichilista, sporco e cattivo, tendente un po’ al grottesco, soprattutto nella parte finale, che lascia lo spettatore sbalordito, se non proprio stordito.

La storia. Stati Uniti, inizi del secolo scorso, Daniel Plainview è un ambizioso cercatore d’argento texano, che visti gli scarsi risultati ottenuti, decide di passare all’oro nero. In occasione della prima trivellazione andata a buona fine, Daniel prende con sè un neonato orfano, trovato in una cesta nel deserto.

Il neonato si rivelerà in verità la sua fortuna. Infatti, in occasione delle trattative per l’acquisto dei terreni sui quali trivellare, per lo più di proprietà di poveri contadini, la presenza del piccolo orfano servirà a fargli concludere positivamente e a buon mercato tutte le contrattazioni.

Nonostante l’ambizione sfrenata e la sua natura malvagia, Daniel riesce a farsi una buona reputazione, accumalare denaro e a dare una buona immagine di sè presso la comunità dove si è stabilito: buon cristiano e buon padre di un bambino la cui mamma è morta di parto. La sua vera anima però la vediamo quando il bambino, dopo un incidente in un pozzo per una fuga di gas, rimane sordo, egli non esita un istante a rinchiuderlo in un istituto per sordomuti.

Anche la sua fede religiosa è in verità solo un paravento per carpire la fiducia del predicatore del posto, un giovane fanatico ed integralista, il quale ha molta ascendenza su tutta la comunità e che lo costringe a riportare il figlio a casa. Gli anni passano e il potere economico di Daniel diventa sempre più grande, ma un giorno …

Il film è ispirato alla prima parte del romanzo “Oil!” di Upton Sinclair e alla biografia di Edward L. Doheny. Un bel affresco del sogno americano, anzi l’altra faccia del sogno americano, di più, possiamo dire senza paura di smentita che la pellicola di Anderson ha il coraggio e la forza di demolire la retorica della “grande nazione”, non raggiungendo però le vette del capolavoro, anche perchè in certi momenti va ad impantanarsi nel grottesco e nell’eccesso.

Concludo con un elogio al protagonista, giustamente candidato al premio Oscar, Daniel Day-Lewis, che la macchina da presa del regista non abbandona per un minuto, è strepitoso, è talmente bravo che a volte sembra addirittura gigioneggiare. Egli si immedesima talmente bene nella figura del petroliere ,che alla fine la sua interpretazione diventa eccessiva, esplode , stordisce. Straordinario.

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