Il Sale della terra

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La locandina del film
Tempo di lettura: 3 minuti

Per gli appassionati di fotografia non ha bisogno di presentazione Sebastião Salgado. Brasiliano (Aimorés, 1944), dopo una laurea in economia e statistica, nel 1973 decide di cambiare completamente vita e di fare il fotografo. Con le sue Leica 35 mm, visiterà e racconterà una quantità enorme di paesi, privilegiando la condizione umana (è l’uomo il sale della terra) e documentando alcune tra le più grandi tragedie del XX° secolo.

Le inumani condizioni di vita dei cercatori d’oro e la lotta dei senza terra in Brasile, gli stermini e le migrazioni di massa in Africa (Sahel, Ruanda,… ), la guerra civile e la pulizia etnica nella ex Yugoslavia, la catastrofe ambientale in Kuwait, seguita agli incendi dei pozzi petroliferi appiccati dall’esercito in ritirata di Saddam Hussein nella 1° guerra del golfo; tutto questo, e molto altro, è stato fotografato da Salgado in questi 40 anni, vivendo nel luogo dove i fatti accadevano, condividendo con le popolazioni il loro dramma, toccando le nostre coscienze con immagini forti, crude, bellissime, nelle quali l’arte e l’estetica sono protagoniste.

Le nefandezze alle quali ha assistito (“molte volte ho posato la macchina fotografica e ho pianto”) hanno minato nel profondo l’animo di Salgado che, per poter continuare a fotografare, ha ideato il progetto Genesi.

Otto anni in giro per il mondo a riprendere luoghi, animali, popolazioni non ancora contaminate dall’uomo “civile”, in terre parzialmente inesplorate e a contatto con popolazioni che hanno pochissimi rapporti con il nostro mondo: gli Zo’è, nell’Amazzonia brasiliana, e i Nenci, nella Siberia russa settentrionale, un popolo che alleva renne e vive in tende nelle quali si raggiungono i meno 30° C di notte.

Unitamente al progetto “Instituto Terra”, due milioni di alberi piantati nella sua tenuta in Brasile, “Genesi” è il frutto dell’impegno ambientalista di Salgado, gli ha guarito l’animo e lo spirito, restituendolo alla fotografia.

Il figlio, Juliano Ribeiro, ha accompagnato Sebastião in alcuni viaggi, filmandolo durante il lavoro di ripresa fotografica. Usando questo materiale, alternandolo con dialoghi diretti con Salgado e la proiezione a schermo intero di moltissime fotografie tratte dai numerosi libri pubblicati, Wim Wenders ha costruito questo film-documentario.

Il cineasta tedesco, regista tra gli altri dell’onirico “Il cielo sopra Berlino”, aveva già portato sugli schermi la storia del “Buena Vista Social Club”, un complesso musicale di arzilli vecchietti cubani e fatto conoscere a livello mondiale i “Madredeus”, gruppo portoghese che ha rielaborato con grande raffinatezza il fado, la musica popolare lusitana.

Certo, è un documentario!    

Il ritmo della narrazione è piuttosto lento, i toni sono molto pacati, le situazioni descritte da Salgado nel colloquio continuo con Wenders (fuori campo) non sono assolutamente divertenti e almeno un’ora di foto proiettate, rigorosamente in bianco e nero, possono rendere la visione di questo documentario non proprio leggerissima, ma è tale la bellezza delle immagini che credo ne valga assolutamente la pena.

Difetto o, per altri, pregio  del film: non si parla mai di tecnica fotografica (diaframmi, tempi, filtri,…) e non si fanno discorsi, a volte molto “filosofici”, sulla concezione dell’arte fotografica.
Ultimo particolare tecnico: Salgado, durante il progetto “Genesi”, è passato alle riprese in digitale e utilizza una fotocamera Canon.

 

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Remigio Bertoletti
Sono nato a Leno (Bs) nel 1956. Ho abitato lì fino al 2002. Ho suonato per trent'anni nel Corpo Musicale Lenese Vincenzo Capirola'. Mi piace anche leggere, fotografare e cucinare. Amo il mare ed i gatti. Non sopporto i prepotenti e... gli errori di ortografia.

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