La grande bellezza

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Una scena del film
Tempo di lettura: 2 minuti

Sarà perché quando si passa il mezzo secolo si comincia a pensare davvero al senso della vita. Sarà perché il cinema italiano che fa pensare mi è sempre piaciuto. Sarà perché la bellezza di Roma, della sua luce, le notti, i luoghi, lasciano senza fiato. Sarà per queste ragioni o per altre, sarà per questo o per quello ma il film di Paolo Sorrentino, “La grande bellezza“, mi ha lasciato senza fiato.

Le oltre due ore del film custodiscono l’ardire di far riflettere con il cuore. Sorrentino filma un racconto con uno stile particolare e un montaggio che può dividere in due gli spettatori: lo si ama o lo si odia. Io l’ho amato.

Il protagonista, si sa, è Jep Gambardella (come sempre un grandissimo Toni Servillo), 65 anni, scrittore e giornalista con «gli occhi perennemente annacquati di gin tonic».

Intorno a lui ruota la Roma cafona, una «babilonia disperata» che «si agita nei palazzi antichi, nelle ville sterminate, sulle terrazze più belle della città». Ne fanno parte «donne dell’alta società, parvenu, politici, criminali d’alto bordo, attori, nobili decaduti, alti prelati, artisti e intellettuali veri o presunti». Tutti alle prese con una trama di «rapporti inconsistenti». Con «la fatica della vita travestita da capzioso, distratto divertimento. Un’atonia morale da far venire le vertigini».

Donne e uomini infelici. Che cercano di non fare i conti con la vita. Che fuggono senza fuggire e che nessuna ricchezza
può salvare. Sia che abbiano 60 anni oppure che siano giovani con tutto il pesante fardello del futuro davanti.

Di fronte a questa città che neppure s’accorge dei suoi futili protagonisti e di quella dolce vita che è invece amarissima, Sorrentino e Servillo ti invitano a cambiare prospettiva.

A guardare ciò che ci accade intorno con un occhio e un cuore segnati dalla bellezza della vita e dall’inevitabilità della morte. Nella finitezza di questa vita. Nella necessità di darle un senso che ci permetta anche di morire.

E’ qui che lo sguardo di Sorrentino si fa visionario. Di una bellezza visionaria. Fra giraffe, acque, nuvole, fenicotteri in migrazioni, sante centenarie.

Ma anche di una bellezza consolante e comunque sia di riscatto. Perché ognuno di noi, anche nelle nostre più inutili vite, possiamo trovare quel nucleo profondo che ci potrà permettere di attraversare l’esistenza con generosità (e sobriertà) e quindi di darle un senso.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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