The Hateful Eight

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E’ da pochi giorni sul grande schermo “The Hateful Eight”, una delle pellicole più attese della stagione, ottavo film di Quentin Tarantino che, dopo aver già vinto il Golden Globe per la miglior colonna sonora realizzata dal maestro Ennio Morricone, è in lizza alla prossima notte degli Oscar per la conquista di tre statuette: con Jennifer Jason Leigh come miglior attrice non protagonista, per la miglior fotografia e ancora per la miglior colonna sonora.

Dopo “Django Unchained” del 2013, Tarantino prosegue le ambientazioni western, passando dal profondo sud schiavista alle fredde ambientazione del Wyoming, con immagini mozzafiato di splendidi scenari innevati. Quentin dirige con grande maestria un cast d’attori come al solito stellare: dal redivivo Kurt Russel a Samuel L. Jackson, da Tim Roth a Michel Madsen, da Bruce Dern a Jennifer Jason Leigh, da Walton Goggins a Channing Tatum.

La sceneggiatura ha avuto una genesi alquanto travagliata, completamente stravolta, soprattutto il finale, dopo che nel 2013, alcune parti della stessa erano trapelate sulla rete. E’ stato distribuito in due versioni. La classica in digitale di 167 minuti, e una versione, limitata a poche copie, su pellicola 70 mm, più lunga di 15 minuti, dove certe scene risultano ancora più straordinarie e folgoranti. Per questo il film è giustamente candidato all’Oscar per la miglior fotografia.

Come in “Kill Bill” il film è diviso in capitoli, sei per l’esattezza, nella versione 70 mm ci sono poi l’aggiunta di un prologo e di un intermezzo. Nel primo capitolo sorprendiamo una diligenza che sta percorrendo le foreste innevate del Wyoming. Sopra ci sono il cacciatore di taglie John Ruth detto il boia e la fuorilegge Daisy Domergue. Sono diretti a Red Rock dove la prigioniera verrà presumibilmente impiccata. Sorpresi dalla tormenta decidono di fare una deviazione e rifugiarsi presso l’emporio di Minnie.

Lungo il tragitto raccolgono via via due viandanti appiedati dalla bufera di neve: il Maggior Marquis Warren, un ex soldato nordista di colore e anche lui cacciatore di taglie che sta trasportando ben tre cadaveri di prigionieri, e Chris Mannix, un ex rinnegato sudista che sostiene di essere il nuovo sceriffo di Red Rock dove si stava appunto recando per prestare giuramento.

Giunti finalmente al rifugio di Minnie vengono qui accolti non dalla proprietaria ma da quattro sconosciuti mai visti prima: il boia dall’aria snob Oswaldo Mobray, l’anziano ex generale confederato Sanford Smithers, il cow boy Joe Gage e un ambiguo messicano che si occupa dell’emporio in assenza dei proprietari. Otto persone rinchiuse in una stanza, mentre fuori infuria la tempesta, la convivenza non sarà certo semplice …

Da grande fan di Tarantino dico subito che non è uno dei suoi film migliori, sicuramente un passo indietro rispetto al precedente “Django Unchained”. Ovviamente la pellicola è da vedere, ma dal regista di “Pulp Fiction” le aspettative sono sempre molto alte. Gli elementi caratteristici dei suoi lavori ci sono tutti, dai dialoghi fiume con battute fulminanti alle scene simil-splatter con grande consumo di succo di pomodoro, ma … ci sono dei ma …

I punti di forza del film, dei quali ho già fatto cenno, sono la straordinaria fotografia di Robert Richardson, giustamente candidato all’Oscar, e la splendida colonna sonora del maestro Ennio Morricone, al quale gli auguriamo di vincere finalmente l’Oscar sul campo, dopo averlo ricevuto alla carriera nel 2007. Per non parlare della coralità della prova d’attore che, come in tutti i film di Tarantino, è sempre uno spettacolo vedere. Menzione speciale ad un redivivo Kurt Russel, finalmente in un ruolo importante per un film importante dopo anni di oblio. Da applausi la performance di Jennifer Jason Leigh, brutta sporca e cattiva, praticamente irriconoscibile, talmente brava da meritarsi la candidatura all’Oscar. Io faccio tifo per lei. E poi come non sottolineare un incredibile Samuel L. Jackson alle prese con un personaggio allucinato e senza freni nei suoi monologhi vestito con camicia bianca, cravatta rossa e guanti bianchi. Indimenticabile.

Ritorniamo ai ma di cui sopra. Il film è troppo lento e a tratti noioso, soprattutto nella prima parte. I tre quarti del film è girato in un unico ambiente, l’emporio di Minnie, come fosse una rappresentazione teatrale, che se in altri frangenti era il suo punto di forza qui risulta poco efficace e senza guizzi da consegnare ai posteri. Complice anche una sceneggiatura spiazzante, sottotono e poco originale, con dialoghi meno brillanti, memorabili e divertenti del solito.

Il film poi mi puzza un po’ di riciclato, nel senso che mescola e rimescola quasi tutti gli elementi presenti nelle sue opere precedenti e che hanno creato il mito di Tarantino. Alcuni esempi: Tim Roth viene colpito allo stomaco esattamente come ne “Le Iene”; sempre Tim Roth nel suo atteggiamento snob e sofisticato ricorda Christoph Waltz in “Django Unchained”; come in “Bastardi senza Gloria” uno dei protagonisti si nasconde sotto le assi del pavimento e ne segue una sparatoria; e potrei continuare.

In definitiva “The Hateful Eight” non è un film da bocciare ma neppure da mettere tra i suoi capolavori.

1 commento

  1. Mi meraviglia come nessuno noti una cosa: “Sorpresi dalla tormenta decidono di fare una deviazione e rifugiarsi presso l’emporio di Minnie”. Cioè, la diligenza, senza la tempesta di neve, NON si sarebbe fermata all’emporio. E questo lo sanno TUTTI. Anche “Bob il messicano”, che dice chiaramente, quando arrivano, che “non aspettavano un’altra diligenza”.
    Ma allora, perché i quattro banditi tendono l’agguato a John Ruth, proprio in un posto dove lui NON sarebbe mai dovuto passare?

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