Cinema / The Place, fin dove sei disposto a spingerti?

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Dopo il grande successo di “Perfetti Sconosciuti“, miglior film e miglior sceneggiatura all’ultima edizione del David di Donatello, arriva nelle sale The Place, l’ultimo lavoro del regista romano Paolo Genovese, che anche in questa occasione si è avvalso di un cast d’attori veramente eccezionale. La pellicola è tratta dalla serie televisiva americana “The Booth at the End“.

Il film è interamente ambientato in un bar romano, The Place appunto. In fondo al locale troviamo perennemente, giorno e notte, seduto a un tavolino un individuo (Mastandrea) con in mano un’agenda, a volte la legge, a volte ci scrive degli appunti. Non sappiamo niente di lui, chi lo viene a cercare sa soltanto che è capace di esaudire desideri. Tutti i desideri: salute, ricchezza, bellezza, fede, sesso e via dicendo.

Ovviamente l’esaudimento del desiderio non è indolore. L’uomo chiede qualcosa in cambio, non denaro, ma dei compiti da svolgere, non impossibili da svolgere, ma eticamente e moralmente discutibili. Nel proseguo del film veniamo poi a sapere che molti di questi incarichi vanno ad intrecciarsi tra di loro, come in un gioco ad incastri, dando vita a situazioni imbarazzanti, per non dire paradossali. Ma qual è lo scopo ultimo del misterioso personaggio con l’agenda?

Prima considerazione. The Place è veramente un bel film, ben girato e ben interpretato. Andrebbe visto solo per la bravura degli attori, a partire da un superlativo Valerio Mastandrea, che tiene alla grande quasi due ore di film sempre seduto al suo tavolo da bar. Ma anche gli altri non sono da meno: l’ennesima conferma di Alba Rorhwacher, la duttilità nei cambi di ruolo di Marco Giallini, la grande attrice teatrale Giulia Lazzarini, l’ennesima maschera cinematografica di Rocco Papaleo, l’estrema naturalezza di Silvio Muccino a passare da regista ad attore, per finire con Sabrina Ferilli che dopo un periodo di oblio ritorna con una prova convincente in un ruolo perfettamente ritagliato su di lei.

Seconda considerazione. Anche se non fosse un bel film, a livello di tematica trattata è una pellicola che fa discutere. Chi è il misterioso individuo che se ne sta giorno e notte seduto al tavolino di un bar? Un affabulatore? Un demone? Un angelo? Il diavolo? Dio? A chi gli gli fa presente che è un mostro per i compiti scabrosi che devono svolgere, lui risponde che lui i mostri li nutre dando loro quello che desiderano. Quindi la domanda è: fino a che punto siamo disposti a spingerci per ottenere ciò che vogliamo? Viene anche rilevato il fatto che tutte le azioni umane sono interconnesse, cambiando forzatamente un evento se ne scatenano altri le cui conseguenze non sono sempre prevedibili.

Ultima considerazione. La bravura del regista a ricreare una tensione drammatica mantenendo la macchina da presa costantemente dentro al bar sui protagonisti, con rare inquadrature esterne sulla facciata del locale. Un ritmo sostenuto anche se di quello che fanno i protagonisti non si vede nulla, tutto è raccontato dagli stessi seduti davanti al protagonista. Un film che reggerebbe benissimo anche una trasposizione teatrale.

Si può fare”, è il mantra del film, la frase che il protagonista Mastandrea ripete sempre dopo ogni richiesta.

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