Torneranno i prati

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La locandina del film
Tempo di lettura: 2 minuti

Fra poco la guerra finirà. E nessuno si ricorderà di tutti quelli come noi che qui hanno sofferto, che qui sono morti. Nessuno ci ricorderà più su queste montagne.

Dice pressapoco così l’attendente del giovane capitano con i suoi occhi dolenti persi nel nulla e nel gelo verso la fine del bellissimo film di Ermanno Olmi, “Torneranno i prati”.

Non è mai stato così. Né mai sarà così. Nessuno dimentica. Perché non si è mai soli quando si sale verso la gelida piana di Marcesina, quando si attraversa l’altopiano di Asiago, sconfinando lungo il Grappa e le sue trincee per poi ritrovarsi con il fiato sospeso sul monte Tomba e guardare la pianura che si stende senza minacce fino alla laguna di Venezia.

Nessuno dimentica quassù. Non si può. Le anime di chi è caduto per il “grande imbroglio” della Grande Guerra, ti circondano con il loro alito di morte. Sono qui e le senti.

Ti pare di vederli quegli uomini che scavano trincee e passaggi fra muri di neve alti quattro metri. Con le loro mantelline consumate, il cappello di lana ruvida, i guanti rotti, le scarpe che troppo hanno già camminato. Tocchi con mano il dolore che ha sommerso questi monti. Il sangue versato. Troppo rosso per la troppa neve.

No, non si dimentica.

Un “grande imbroglio” quella guerra, come tutte le altre che l’hanno preceduta e seguita. La denuncia di Olmi non lascia spazio a compromessi.

Li vedi quegli uomini distrutti – moltissimi sono i veneti e dolcissima è la loro lingua – mandati a farsi impallinare da ordini che si contraddicono nello spazio di poche ore. Senti la loro solitudine di morte sublimata dal cuore che si allarga e riprende a vivere per qualche attimo solo quando si ricongiunge alla Natura.

A quel larice bellissimo e infuocato, alla volpe che passa vicino alla trincea ogni notte ad annusare il terrore degli uomini, al coniglio che salta sulla neve, al topolino che si ripara nella mano del soldato.

Ermanno Olmi ci regala forse il suo film più grande, un dramma senza fronzoli che attende solo il giorno in cui, dopo tanta neve, anche i prati torneranno a fiorire.

E dove aleggiano i racconti di Dino Buzzati e Mario Rigoni Stern.

La fotografia di Fabio Olmi ci consegna un film evocativo e malinconico. La tromba di Paolo Fresu è il regalo più bello che ti costringe a non abbandonare la sala fino all’ultimo dei titoli di coda.

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Macri Puricelli
Nata e cresciuta a Venezia, oggi vivo in mezzo ai campi trevigiani. Fra cani, gatti, tartarughe, tre cavalle e un'asina. Sono laureata in filosofia e faccio la giornalista da più di trent'anni fra quotidiani e web. Dal 2000 mi occupo della comunicazione on e offline di Cassa Padana Bcc e dallo stesso anno dirigo Popolis. Quanto al resto...ho marito, due figli e tanti tanti animali.

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