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Soccorrere chi soccorre.
E’ inversamente proporzionale, a come accade più di frequente, la sollecitudine dell’attivarsi a salvare chi è in panne, aiutando chi è, a sua volta, preposto a tale servizio, evitandogli il peggio di una situazione prossima ad aggravarsi, in quel modo che in questo caso, sembra valga vicendevolmente anche al contrario, rispetto agli assodati stereotipi, fra compiti e ruoli, che una data circostanza d’emergenza può solitamente andare a a rappresentare.

Nell’allineamento delle notizie che avevano trovato una propria formulazione congiunta entro le pagine del quotidiano “Bresciaoggi” del 27 agosto 1975, appare la curiosa combinazione di un fatto annunciato nei termini di “Bagnino salvato dai bagnanti”.

Già emblematicamente spiegato nel titolo, l’avvenimento si prestava a correlare, in aderenza a quell’estate, già da settimane in corso di svolgimento, una curiosità, percepibile in quanto tale, dal momento che insolita, ma verosimile, essendo stata intercettata nei contorni di altre evenienze, secondo una immedesimazione nei particolari di giorni vacanzieri, anche associati alla vita dei bagnanti nel Belpaese.

Ad essere salvato dalle acque, era stato l’uomo incaricato per tale tipo di incombenza, nel quadro di una dinamica che era rapportata a quell’ameno sito insulare che per molti italiani può, forse, pure apparire anche esotico, dal naturale punto di vista di remote località dell’entroterra peninsulare, stante il fatto, di come la geografia imponga la distanza di ore ed ore di viaggio a certe ubicazioni, perché dalle stesse si possa, dopo un bel po’ di strada, riuscire a vedere il mare.

In poche righe, questo salvataggio era riassunto, nell’articolo pubblicato dall’accennato quotidiano bresciano, specificando che fosse una storia di vita vissuta, colta in quel di Agrigento: “Giuseppe una simpatica figura di bagnino che da anni sorveglia il lido “Baia d’Oro” di Mollarella, alla periferia di Licata, è stato salvato dai bagnanti. Giuseppe Guardavascio di 38 anni, su un “pattino” stava controllando, a una cinquantina di metri dalla spiaggia, la situazione, quando la sua imbarcazione è stata trascinata da una corrente che, nonostante tutti gli sforzi, l’allontanava sempre di più dalla riva. Alcuni bagnanti, allora, nonostante il forte vento di Scirocco, hanno messo in mare un fuoribordo e dopo non poche traversie sono riusciti a lanciare una cima a Giuseppe, rimorchiandolo fino a riva”.

Se, per il bagnino siciliano, si era trattato di uno scampato pericolo, per qualcun altro la sfida pare, al contrario, si sia dimostrata impossibile, per il verso di altre combinazioni, instauratesi nei fatti coevi a quel diverso vincolo d’arduo cimento.

A volte, sono i flutti interiori di tutto un animo, comprensibilmente turbato e sconvolto, a ghermire, in una fatale deriva di soverchiante pericolosità, il trovarsi a dover fare fronte a certe brutte sfide, subdolamente infierenti il lato personalmente fragile ed al tempo stesso oscuro in cui sembra sussista il margine di tenuta sia di mere speranze che di lecite e di plausibili convinzioni, strutturanti l’orientamento di massima, per averne fatto, complessivamente, un impasto esistenziale fra le proprie abitudini ed azioni nelle quali si trovano compromesse.

L’accaduto conduce in una linea di demarcazione, fra l’aleatorietà inappellabile di scommesse che spesso attengono ad ulteriori e ad implicite prove, non dichiarate e nemmeno fino in fondo contemplate nelle varianti, invece, ammesse, di altrettante interazioni con il dovere fare i conti con variabili suppletive, per reggere le non scontate ripercussioni delle loro stesse conseguenze, come pare potersi, fra l’altro, ricondurre, nell’incorrere ai rovesci della sorte, secondo un certo fatto, quando, già messa alla prova e corteggiata da un assiduo confronto per un suo favorevole pronunciamento, la stessa inafferrabile regia aveva, al contrario, fatto in modo che il risultato delle combinazioni si fosse manifestato su tutt’altro verdetto: “Le beffe del lotto. Castelfranco Veneto – Esce la quaterna che giocava al lotto da vent’anni e che venerdì sera aveva dimenticato di giocare: disperato si è impiccato. Il fatto è avvenuto a Castelfranco Veneto, dove un uomo, amareggiato per la mancata vincita al lotto, si è tolto la vita impiccandosi ad una trave della propria abitazione. Franco Giacomazzi, di 53 anni, da Musestre (treviso), inseguiva la fortuna da vent’anni, giocando, ogni settimana, una quaterna (46 – 19 – 52 – 13) numeri avuti in sogno da un congiunto l’uomo era solito puntare 2mila lire sulla ruota di Venezia e altrettanto su tutte le altre ruote. La settimana scorsa, per la prima volta dopo tanto tempo, il Giacomazzi si è scordato di recarsi al botteghino e fatalità ha voluto che proprio sabato la combinazione sia uscita sulla ruota di Venezia. Franco Giacomazzi, appresa la notizia, è rimasto sconvolto: nottetempo, dopo aver scritto una lettera ai familiari, in cui spiegava il motivo del suicidio, s’è recato sul solaio della propria abitazione e si è impiccato”.

L’orizzonte dei numeri, al di là del tragico addentrarsi al loro seguito, fino a vederne mutare i contorni, in beffardi pesi micidiali sotto i quali esserne schiacciati, era, in quei giorni, come da pari edizione giornalistica già menzionata, anche rispondente alla cifra, stavolta innocua, per una stima di curiosità analogamente associata ad una cronaca stigmatizzata da una certa specificità comprovata, come nel caso di quanto era stato riconosciuto addosso alla proporzione delle rispettive parti coinvolte in questa altra, pure effettiva ed estiva, contingenza: “Safari eccezionale. Provezze.- Falso allarme, l’altro ieri, nella campagna di Provezze, per il ritrovamento di un rettile di proporzioni eccezionali (circa due metri di lunghezza) che si pensava fosse un serpente esotico fuggito da qualche circo. L’animale, segnalato da alcuni contadini, è stato rintracciato, ucciso e catturato da un abitante del luogo, Giuseppe Franchini. Dopo la cattura, si è saputo che il rettile altro non era che un’innocua biscia d’acqua, sia pure di dimensioni fuori dell’ordinario. La biscia d’acqua (Tropinodotus natrix o natrix natrix) è un rettile abbastanza comune nelle nostre zone,. Solitamente vive in fossi, o in secchi d’acqua, ma acquista abitudini terricole da adulto, nel periodo dell’accoppiamento, o per la posa delle uova. “Di norma- dice lo studioso concittadino Nino Arietti – non supera il metro, ma può raggiungere anche il metro e mezzo di lunghezza; eccezionalmente, si sono segnalati esemplari (come quello di Provezze) lunghi fino a due metri” (foto Pezzotti).